PRINCIPI E METODI DELLA NUOVA SCIENZA


In questa sezione verrà analizzato l'emergere di un metodo olistico di ricerca sia nelle "scienze naturali" che in quelle "sociali" ed "umane" (per un approfondimento sulle scienze sociali ed umane si rimanda anche al campo "Cervello- Mente- Coscienza"). Verranno confrontati i tradizionali metodi scientifici di impostazione meccanicistico/riduzionista con il "neonato" paradigma olistico che opera attraverso una comprensione unitaria dell'esistenza. A questo confronto seguirà un'analisi dei principi sottesi alla nuova scienza ed un elenco delle principali scoperte ed ipotesi che negli ultimi 30 anni sembrano avvalorare le ultime tendenze. 


Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. INTRODUZIONE GENERALE: le basi della nuova filosofia unitaria della nuova scienza. 

  2. DISCORSO SUL METODO OLISTICO: per una nuova scienza unitaria è necessaria una nuova attitudine dello scienziato che trovi sue radici in una nuova esperienza dell'essere. Scienza e coscienza nascono dalla stessa radice latina scire, sapere, conoscere.

  3. I LIMITI DELLA SCIENZA ATTUALE E LE APERTURE VERSO UNA SCIENZA OLISTICA: il superamento del meccanicismo e del riduzionismo e la visione sintetica del paradigma olistico.

  4. LE COLONNE DELLA PARADOSSALE FISICA MODERNA: in questo capitolo e nel seguente esporremo i più importanti concetti e modelli scientifici che – a giudizio generale – costituiscono le colonne della nuova scienza e della concezione olistica.

  5. LE NUOVE FRONTIERE DELLA SCIENZA OLISTICA: un elenco delle principali scoperte e ipotesi che stanno alla base del nuovo paradigma olistico nella scienza e che negli ultimi trent'anni si sono imposte all'attenzione internazionale e la cui conoscenza viene ritenuta indispensabile per avere una nuova visione scientifica dell'esistenza, in cui materia e coscienza non siano più necessariamente separate ma, anzi, ritrovino una loro logica di coesistenza.

  6. IL PARADIGMA OLISTICO: l'unità della conoscenza per una comprensione unitaria dell'esistenza.

  7. CONOSCENZA E REALTA'

  8.  FRAMMENTAZIONE E GLOBALITA' COME PROCESSI COGNITIVI DI BASE


INTRODUZIONE GENERALE

 

La nuova scienza

Il sentimento cosmico religioso... è la motivazione più forte e più nobile della ricerca scientifica. Albert Einstein

L'Occidente, la scienza e l'unità della conoscenza

L’Occidente ha il merito di aver creato una scienza sperimentale realmente universale, capace di dare unità di comprensione, di linguaggio e di metodo a ricercatori di ogni razza, fede e cultura. La scienza dona all’umanità la conoscenza delle leggi materiali ed energetiche dell’universo, un grattacielo intellettuale di enormi proporzioni e dalle solidissime fondamenta. Per contro l’Occidente non riesce a sviluppare una propria grande religione (il cristianesimo, che soppianta le forme di religione pagane antiche, è una fede mediorientale), né possiede, socialmente parlando, che elementari tecniche di esplorazione della coscienza, come i riti della domenica, l'isolamento, la devozione e la preghiera.

Mentre il tempio della spiritualità orientale al suo interno è vuoto, per analogia con il vuoto mentale in cui si realizza l’unità, il grattacielo scientifico occidentale è suddiviso in una moltitudine di spazi e stipato di informazioni. La scienza ha esteso la consapevolezza umana agli universi dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, ha svelato le alchimie biochimiche del corpo e del cervello e le loro strutture.

 

La teoria del campo unificato e il paradigma olistico

La teoria del campo unificato (Unified Field Theory) - una serie di equazioni capaci di riunire le varie leggi della natura - fu il sogno di Einstein e dei fisici contemporanei. Nella teoria del campo unificato ritroviamo la stessa tendenza all’unità che caratterizza il paradigma olistico. Tale tendenza, che nel pensiero orientale è profondamente intrisa di spiritualità, nella fisica conserva un approccio razionale e analitico. La spinta all’unità rimane tuttavia analoga.

La ricerca del campo unificato, iniziata da Einstein, è continuata. Allo stato attuale tre delle quattro forze sono ormai praticamente unificate, solo la forza di gravità continua ad eludere le ricerche. Il primo passo venne fatto nel 1967-68 dal fisico pakistano Abdus Salam, dell'Università di Fisica di Trieste, e dal fisico americano Steven Weinberg, che riuscirono ad unificare l'elettromagnetismo e l'interazione debole nella teoria elettrodebole. Quest'ultima sta per essere unificata alla forza nucleare forte dalle Teorie della Grande Unificazione (Grand Unification Theories), o Teoria del Tutto (Theory of Everything). Di nuovo ci troviamo di fronte a ipotesi scientifiche che riflettono il concetto di Unità Originaria da cui tutto si è sviluppato.

 

Le nuove frontiere della scienza

La scienza attuale, come ogni altra cultura umana, sta attraversando un momento di profonda trasformazione e rinnovamento. Mentre una parte della scienza è ancora ferma ad una visione materialista e riduttiva dei fenomeni dell'esistenza e, spesso, anche chiusa a nuove visioni, una sempre più consistente parte di scienziati è proiettata verso nuovi paradigmi e ipotesi, e si apre a nuovi scenari di ricerca e interpretazione dei dati. Nascono le teorie dei sistemi e le scienze della complessità, le teorie del tutto, del caos e delle catastrofi, la cibernetica e l'informatica, la psico-neuro-endocrino-immunologia, le scienze cognitive, le realtà virtuali, le reti informatiche, l'educazione multimediale.

La scienza negli anni Novanta, chiamati "il decennio del cervello", ha varcato il confine che la separava dallo studio scientifico della coscienza, rompendo così un tabù storico che la limitava dal suo nascere. La coscienza (vedi campo zero) fino agli anni Ottanta era rimasta ancora un argomento limite (se non dichiaratamente proibito) all'interno della scienza ufficiale, anche se, già intorno alla metà di questo secolo, vari scienziati, ricercatori, premi Nobel, hanno dissentito da una visione puramente materialistica. Fisici come Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Erwing Schrödinger, Werner Heisenberg e Robert Oppenheimer, ritenevano che il pensiero scientifico non fosse incompatibile con una visione spirituale del mondo.

Vediamo ora come nella scienza ufficiale e in particolare nella fisica quantistica siano presenti numerose scoperte e ipotesi che sembrano superare le concezioni materialiste e riduzioniste della vita, e aprire nuove prospettive di integrazione tra materia e coscienza. Il modello Cyber ci aiuterà nello sforzo di riunificazione e sintesi dei dati e delle teorie scientifiche.


 

DISCORSO SUL METODO OLISTICO


Per una nuova scienza unitaria è necessaria una nuova attitudine dello scienziato che trovi sue radici in una nuova esperienza dell'essere. Scienza e coscienza nascono dalla stessa radice latina scire, sapere, conoscere             

di Nitamo Federico Montecucco

 

La scienza della materia

La scienza nasce nel Seicento con la proposta di Galileo di un metodo sperimentale – e quindi riproducibile - che potesse dare un alto margine di veridicità e universalità ai dati raccolti e alle ipotesi sul funzionamento della realtà. Il metodo sperimentale nasce come risposta al vecchio modo di imporre la "Verità" in modo dogmatico e fideistico, senza nessuna base reale, tipico della religioni costituite e del pensiero magico - superstizioso medioevale.

Verità a cui nessuno poteva opporsi né sostenerne la falsità o la non documentabilità. Verificabilità, quantificazione e previsione diventano i vessilli di una nuova via di conoscenza scientifica, più matura, realista e universale. Dopo una iniziale persecuzione contro scienziati del calibro di Galileo, la Chiesa – utilizzando la proposta "diplomatica" di Cartesio - decide di cedere alla scienza uno spazio di potere dividendo i campi; la parte spirituale, l'anima o Res Cogitans resta totale appannaggio della Chiesa, alla scienza viene concesso lo studio di tutto ciò che è materiale, la sostanza fisica, la Res Extensa.

La scienza materialista e riduttiva nasce quindi da questo severo limite imposto sia dalla religione che dalla limitata sensibilità che caratterizzava gli uomini di quel tempo: incapaci di riconoscere la coscienza come realtà. Nella scienza così come venne a definirsi nulla viene concesso alla sensibilità, all'amore per la vita, al rispetto per l'intelligenza e la coscienza degli animali, della natura e dell'essere umano. L'uomo scienziato divide la materia dalla coscienza: l'unità vivente, senziente e cosciente viene frammentata in corpo e anima perdendo il senso dell'unità e del sacro.

Nell'antica India, Verità era uno dei tre attributi di Dio, inscindibilmente legato agli attributi di Bellezza e Bene.

La scienza attuale si è assunta oggi il compito di stabilire la Verità delle cose, sostituendosi così alla religione, ma purtroppo quasi totalmente priva del sostegno dell'estetica, del rispetto per il bene globale, senza consapevolezza ecologica e psicologica, senza sacralità. Ormai scienza e natura sono diventati due termini antagonisti e apparentemente inconciliabili. Noi riteniamo che la scienza attuale sia solo l’espressione di scienziati che non hanno sufficientemente sviluppato una consapevolezza globale o che hanno inconsciamente accettato il condizionamento dell'attuale cultura materialista.

 

La scienza totale, quando bellezza, ragione e consapevolezza creano per la vita

E' necessario rifondare una nuova scienza: i tempi lo impongono a gran voce, gli animali lo invocano con i loro occhi vuoti dagli zoo, dai laboratori di sperimentazione e dai macelli, le foreste lo implorano con il loro coatto silenzio mentre fuoco o ruspe distruggono la loro dimora millenaria, lo sperano gli esseri umani, sbattuti e confusi da un mondo che gira troppo in fretta; come si spera che il bene accada. Speranza da sempre frustrata, e che tuttavia gli uomini ritrovano a volte nel loro cuore bambino nel poco che resta di quell'esperienza incontaminata di meraviglia e fluidità prima che i grandi avessero insegnato loro che la vita non poteva essere cosi. E ancora l'uomo spera nei padri saggi della scienza, spera che sappiano e che comprendano come salvare l'uomo e la Terra dalla catastrofe dimenticando che questa catastrofe è in gran parte creata proprio da una scienza al servizio del materialismo, del guadagno personale e della conquista. Noi non speriamo più che gli altri cambino il gioco del destino e domandiamo - qui e ora - a gran voce che saggezza, sacralità e rispetto entrino in modo quel mondo che oggi chiamiamo scienza. E' tempo per una nuova scienza che basi il suo metodo di ricerca della verità senza dimenticare la vita nella sua infinita delicatezza ed intelligenza. Che non dimentichi il bambino e la quercia, né il torrente e i suoi pesci, né l'aria; né il silenzio e la sua bellezza di pace. Perché l'intera esistenza è divina e Una. Per questo la nuova scienza sarà "olistica", crescendo nel rispetto e nell’amore del Tutto, dell'intero.

 

Presupposti logici e radici dell'esperienza unitaria

La divisione che la cultura occidentale ha creato tra mente e corpo nasce dall'esperienza non unitaria di sé stessi. Non vi sarà nessuna scienza olistica fino a che l'essere umano non proverà l'esperienza sacra di essere "uno", nella complessità di corpo, psiche, emozioni e coscienza. Una unità di coscienza composta da un aggregato di atomi vivi e cellule sensibili, figlia della materna Terra: e testimone dell'infinita intelligenza del Tutto, che crea e anima ogni cosa. Solo un nuovo metodo scientifico può portare ad una nuova scienza: un metodo che sia basato su un diverso stato dell'essere, più allargato e inclusivo, dove trovino giusto spazio e considerazione tutte le parti che compongono la vita e la coscienza, non solo quelle più forti e materiali.

 

Tecniche di esperienza dell'unità dell'essere

In primo luogo, una nuova scienza deve tener conto della realtà implicita della coscienza come base di partenza per una corretta valutazione della realtà e del vivente. Ognuno di noi è innanzitutto un "cogito", una coscienza: "se pensiamo, dobbiamo avere coscienza di noi stessi e della cosa pensata". E ricordiamo che la coscienza non è una "cosa": coscienza è l'esperienza profonda dell'essere consapevoli! Come nessun bambino che non abbia provato un'esperienza sessuale è in grado di comprendere realmente una descrizione dell'esperienza dell'orgasmo, così nessun uomo che non conosca la meditazione può comprendere appieno la descrizione dell'esperienza del vuoto, del silenzio o dell'autoconsapevolezza. La parola non è l'esperienza così come la mappa non è il territorio. L'esperienza di sé è un'esperienza che si coltiva interiormente come un'arte sottile in cui il piacere risiede nell'esperienza stessa di essere coscienti, senza finalità, senza clamori o punti fermi. L'esperienza interiore insegna ad ognuno che nel proprio essere esiste una oceanica profondità, da cui nasce l'umiltà della non conoscenza.

 

Osservare l'osservatore

Una scienza olistica deve partire da una metodologia sperimentale in cui per prima cosa lo sperimentatore consideri se stesso una unità di coscienza e quindi sperimenti se stesso come coscienza vuota o pura. L'osservazione non potrà mai essere veramente oggettiva e imparziale fino a che la scienza non comprenderà la natura dell'osservatore o testimone, essenza stessa della soggettività. In particolare, nell'ottica di un'osservazione globale dell'esistenza, dobbiamo considerare l'importanza del fatto che "si vede ciò che si conosce". Uno scienziato che non abbia esperienza interiore di se stesso in stato di consapevolezza fluida e vuota non potrà riconoscere né comprendere la coscienza che anima ogni essere vivente e quindi diventerà creatore di una scienza separata dalla vita e potenzialmente distruttiva.

L'esperienza della meditazione intesa come coscienza vigile senza pensieri accomuna la quasi totalità delle grandi religioni orientali e delle antiche e moderne scuole di ricerca spirituale, ed è caratterizzata da una sincronizzazione delle varie aree del cervello e da una parallela sensazione di integrità psicofisica dell'essere.

 

Etica olistica

Il riconoscimento sacro non dipende dall'accettazione intellettuale del termine ma dall'esperienza del sacro dentro se stessi.

Quando uno scienziato cerca di conoscere uno degli infiniti aspetti del Tutto in cui viviamo deve ricordare che sta cercando di conoscere uno dei volti del divino, un altro aspetto di sé. Qualsiasi azione o sperimentazione deve quindi essere condotta con enorme consapevolezza e rispetto per la vita di ogni creatura. Ogni lesione dell'altrui libertà inficia la condotta etica che sta alla base della sperimentazione olistica. Certamente questo significa una drastica riduzione e limitazione degli attuali esperimenti e di come sono condotti; ma, nella logica di un mondo di pace e di consapevolezza, il fatto di provocare dolore, limitazione o morte per "ragioni scientifiche" non è più accettabile.

Questa è la logica falsa della manipolazione; il sostenere che il dolore porta al bene, che la sofferenza è utile per crescere, che la fatica di oggi è il piacere di domani.

Qualsiasi dolore porta ad un altro dolore e genera una scienza distruttiva. Riteniamo peraltro che, stimolando la capacità di più attenta e percettiva osservazione, lo sviluppo di strumentazioni tecniche o sistemi non invasivi e di una maggiore capacità deduttiva saranno alla base di un enorme salto qualitativo che si rifletterà in un miglioramento dell'arte medica e di tutte le scienze.

 

Logica olistica

Mentre nella scienza attuale qualsiasi sperimentazione è lecita, quando supportata da una certa metodologia, nella scienza olistica la logica deve essere positiva e non violenta sin dall'inizio. Ogni esperimento deve essere orientato al bene globale.

Questo porta a due ordini di considerazioni, una in negativo, l'altra in positivo. La prima: che non sarà più accettata nessuna produzione di sostanze, tecnologie, farmaci, sperimentazioni che producano direttamente o indirettamente (dalla produzione al dopo consumo) sostanze tossiche o nocive per l'ambiente, per la natura o per l'uomo. Questo taglia alla radice il problema dell'inquinamento. La seconda: la logica del bene significa sperimentare per il benessere, studiare la salute come funzione primaria e non più la malattia. Significa comprendere la logica degli spazi e dei tempi naturali, dei ritmi e dei cicli, e di come modificare la realtà innaturale che ci circonda, riportandola all'armonia. Questo significa aprire il futuro alla prevenzione, al reciproco fluire, alla riduzione dei consumi e a modi di vivere sempre più semplici ed ecologici.


 

I LIMITI DEL PARADIGMA DOMINANTE E L’EMERGERE DI UNA VISIONE OLISTICA

di Enrico Cheli

1. Il confronto tra riduzionismo e olismo visto come rivoluzione scientifica e come mutamento culturale

Sul piano epistemologico le principali obbiezioni mosse al paradigma dominante riguardano essenzialmente la sua impostazione "meccanicista" e "riduzionista" ritenuta ormai obsoleta. Nata per spiegare fenomeni e sistemi fisici relativamente semplici, come la caduta di una pietra o il moto di una palla di cannone – questa impostazione si è rivelata inizialmente utile, ma poi, col passare del tempo, sempre più inadeguata ed anzi distorcente, specie quando si è voluto applicarla allo studio dei processi biologici, psichici e sociali. Non solo, ma oggi appare ormai del tutto obsoleta perfino nel campo della fisica, dove – dalla microfisica all’astrofisica – ci si deve confrontare con livelli sempre più elevati di complessità, incomparabilmente superiori a quelli del tranquillo e lento mondo seicentesco dei padri fondatori della scienza moderna.

A causa del riduzionismo la scienza si è suddivisa in settori disciplinari, in sottosettori, in ambiti iperspecialistici che, se da un lato hanno consentito un grande approfondimento sui singoli particolari, dall’altro hanno perso completamente di vista la visione d’assieme, il quadro generale in cui ogni fenomeno, oggetto, processo si trova immerso. Ogni specialista sa moltissimo, ma solo di un singolo, ristretto ambito/oggetto di studio mentre non sa quasi niente dei contesti più ampi di cui tale oggetto fa parte né degli altri oggetti con cui esso si trova in mutua relazione. Non solo non sa quasi niente, ma spesso non è neppure interessato a saperne di più, poiché il paradigma cui si ispira concepisce la realtà come un grande congegno meccanico il cui funzionamento globale sarebbe dato dalla somma dei funzionamenti delle parti componenti e non – come sostiene l’olismo – dal prodotto di una complessa, reciproca interazione e influenza. Secondo la visione riduzionista-meccanicista, ogni singola parte può e deve essere studiata isolatamente ed ogni "malfunzionamento" può essere risolto semplicemente agendo a livello locale, sulla singola parte e sui singoli sintomi. La ricerca scientifica e l’esperienza pratica hanno tuttavia ampiamente dimostrato che gli interventi locali non determinano necessariamente gli effetti globali previsti, così come il frammentare un dato "oggetto" e studiarne le singole parti non necessariamente ci fornisce informazioni utili a comprendere il funzionamento dell’intero, specie se l’oggetto in questione è un organismo vivente, la cui frammentazione ne cambia radicalmente la natura, da vivente a morto. Lo stesso vale per realtà "immateriali" quali i fenomeni psichici, sociali, culturali.

La questione dei limiti non riguarda tuttavia solo la scienza, poiché le gravi conseguenze che da essi derivano coinvolgono l’intera comunità umana. La concezione del mondo visto come un grande e inanimato congegno meccanico e la settorializzazione a compartimenti stagni della ricerca, perdendo di vista il contesto generale, hanno infatti contribuito all’affermarsi di una scienza "senza anima" e di una tecnologia ed economia "senza etica" corresponsabili della devastazione degli ecosistemi, dell’inquinamento delle acque, dei cibi, dell’aria, della dispersione delle scorie radioattive, dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e di altri gravissimi problemi dell’epoca attuale.

Non solo l’ambiente ma anche l'essere umano è stato frammentato e ridotto a macchina, con un crescente senso di separazione da se stesso, dagli altri e dalla natura, e con conseguenti gravi malesseri psichici, esistenziali, sociali e spirituali. Malesseri che non possono essere "curati" in modo frammentario, come finora si è tentato di fare, "affidando ai medici il corpo, agli psicologi la mente e alle religioni l’anima, come se si trattasse di entità separate e non di aspetti interconnessi di un unico sistema dotato di una unità di coscienza" (Montecucco N. F., comunicazione personale inedita).

In passato si è voluto credere che i progressi della scienza e della tecnologia avrebbero potuto prima o poi riparare i dissesti da loro stesse compiuti, ma questa idea appare oggi del tutto illusoria: ciò che occorre – si sostiene da più parti – non è un ulteriore incremento delle conoscenze settoriali, ma un ampliamento della conoscenza globale dei fenomeni, che evidenzi le interrelazioni tra i diversi fattori e processi e porti ad una maggiore consapevolezza sulle ripercussioni sistemiche di certi atti.

Purtroppo questo modo di vedere le cose è quasi del tutto ignorato nella civiltà occidentale, dove la tendenza alla settorializzazione e frammentazione predomina non solo nella scienza ma anche nelle altre sfere della vita sociale – dalla politica alle religioni, dall’educazione alle relazioni interpersonali. Né a scuola né nelle università si insegna a studiare la realtà in modo olistico, a ricercare non solo le differenze ma anche le somiglianze e i nessi esistenti tra i molteplici livelli e processi. Quasi nessuno insegna a prendersi cura dell’essere umano, della natura o della società nella loro totalità, né tanto meno ad educare gli esseri umani all’unità.

Tuttavia, mentre le istituzioni e i modelli didattici e formativi dominanti sono ancora di tipo positivista, una parte consistente delle società occidentali sta transitando verso una cultura post-moderna caratterizzata da una profonda crisi di molti vecchi valori e vecchie credenze e dall’emergere di nuove visioni del mondo e nuovi valori, quali: la sostenibilità ecologica; l’interculturalità; la parità tra maschi e femmine; la crescita personale e la realizzazione di se stessi; la spiritualità disgiunta dalle religioni istituzionalizzate; la coscienza sociale; l’economia etica etc.

La cultura nascente invoca in primo luogo una maggiore attenzione per gli aspetti di interconnessione sistemica: il nostro pianeta va visto come un unico grande sistema, dove ciò che avviene ad esempio nelle foreste dell’Amazzonia o sopra l'Antartide, in ex Yugoslavia o in medio oriente, non è separato e isolato dal resto del pianeta ma può avere su di esso gravi ripercussioni. Parimenti, anche l'essere umano va visto come sistema interdipendente, in cui il corpo non è separato dalla mente, un organo non è isolato dagli altri e dal sistema globale, la coscienza e lo spirito si riflettono sulla realtà emozionale, mentale e anche materiale. Solo attraverso un tale processo unificante – si sostiene da più parti – si potrà imprimere una svolta all’attuale trend negativo, aprendo le porte ad un futuro più consapevole, armonico e sostenibile.

Si pone insomma l'esigenza di pervenire a paradigmi scientifici e modelli culturali che portino ad una nuova e più ampia comprensione della realtà, senza eccessivamente impoverirla e senza creare separazioni o antagonismi tra le parti e il tutto; una cornice che consenta di considerare più livelli della realtà e di farli dialogare tra loro. Per far ciò è tuttavia indispensabile ridimensionare l'egemonia del pensiero meccanicistico-riduzionista, che finora ha dettato legge in ogni ambito della scienza e – di riflesso – della società. Non si tratta di rinnegarne le importanti acquisizioni, ma di ridimensionarne il ruolo e l’importanza: non più l’unico e migliore modo di rappresentare la realtà, bensì uno dei modi possibili, che solo dialogando e confrontandosi pariteticamente con altri punti di vista può permetterci di giungere ad una comprensione più vasta e soddisfacente.

Per molti anni l’establishment scientifico è stato sordo e insensibile alla questione, semplicemente ignorandola; poi, con l’incalzare delle critiche nei confronti del meccanicismo-riduzionismo e il crescere dei consensi per una visione olistica della realtà, si è passati a una reazione dura e arrogante nei confronti di ogni proposta teorica alternativa e di ogni ricerca indipendente che mettesse in evidenza i lati oscuri del trinomio scienza-tecnologia-economia. Finalmente – ma solo da poco – si assiste ad una apertura e disponibilità al dialogo, se non di tutti, per lo meno di molti studiosi e intellettuali.

Nel dicembre del 2001, cento scienziati contemporanei, Premi Nobel hanno partecipato al "Peace Prize Centennial Symposium" e hanno fatto una dichiarazione. "Il pericolo più profondo per la pace nel mondo nei prossimi anni", hanno detto, "non deriverà da atti irrazionali di stati o di individui ma dalle domande legittime degli spodestati del mondo ... se allora permettessimo alla potenza devastante delle armi di espandersi attraverso questo paesaggio umano infiammabile, noi provocheremmo una conflagrazione che potrebbe travolgere (inghiottire) sia ricchi che poveri". Gli scienziati hanno concluso; "Per sopravvivere nel mondo che noi abbiamo trasformato, dobbiamo imparare a pensare in un modo nuovo." (Laszlo E., Oltre la crisi. In corso di pubblicazione)

 

 2. Frammentazione, meccanicismo e riduzionismo nella scienza

Le prime critiche al paradigma della frammentazione emersero negli anni ’20 e ’30 del XX secolo, ma rimasero circoscritte ad una ristretta minoranza della comunità scientifica. Dopo la seconda guerra mondiale vi fu poi una seconda ondata innovativa, aggregatasi attorno al nascente approccio sistemico-cibernetico, che ebbe una notevole influenza in vari settori, senza però riuscire ancora a produrre una vera e propria rivoluzione di paradigma, anche se grazie ad esso concetti come interdisciplinarietà, contesto, interdipendenza, circolarità causale , iniziarono a circolare tra gli studiosi.

È solo in questi ultimi anni – grazie al crescere della sensibilità per i nuovi problemi ecologici, sociali, esistenziali, interculturali, interreligiosi ed etici – che il processo di revisione e innovazione dei paradigmi è diventato di dominio pubblico, ricevendo un nuovo e forte impulso che travalica l’ambito strettamente scientifico ed interessa settori sempre più vasti della società civile, fino a confluire nel grande e profondo processo di mutamento culturale che caratterizza ormai da alcuni decenni l’intera civiltà occidentale.

Come si è detto nell’introduzione, i principali limiti del paradigma scientifico dominante possono sostanzialmente riassumersi in due aspetti: meccanicismo e riduzionismo; il fatto è che non si tratta di aspetti periferici, ma del nucleo stesso di tale paradigma, dei due concetti attorno ai quali è nata e si è sviluppata la scienza moderna occidentale. Per comprendere meglio tali limiti – che un tempo furono pregi - è quindi necessario, seppur per sommi capi, considerare in quale contesto storico e su quali basi concettuali è nata la scienza moderna: una scienza essenzialmente empirica che ebbe il grande merito di mettere in discussione la visione superstiziosa e teologica del mondo che aveva predominato per tutto il medioevo e che tendeva ad imporre le proprie "verità" in modo dogmatico e fideistico, senza nessuna possibilità di verificarle o controbatterle.

Fu con i ben noti studi astronomici di Copernico, Keplero e poi Galileo, che tale visione entrò in crisi e si crearono i presupposti per una nuova concezione di scienza, più matura e realistica, in cui non più la superstizione o il dogma ma l’osservazione, la sperimentazione, la verificabilità divennero i nuovi punti di riferimento.

Galileo non contribuì solo alla crisi del precedente paradigma, ma gettò le basi per il nuovo, combinando sperimentazione empirica e descrizione matematica dei fenomeni, sì da poter giungere alla formulazione di "leggi naturali" di tipo quantitativo, assai diverse da quelle qualitative (metafisiche) e teologiche sino ad allora in auge.

Per rendere possibile la descrizione matematica della natura, Galileo postulò che ci si dovesse limitare allo studio delle proprietà essenziali dei corpi materiali, quelle che potevano essere misurate e quantificate (…) Altre proprietà (…) erano semplicemente proiezioni mentali soggettive che dovevano essere escluse dal campo della scienza. La strategia di Galileo di dirigere l’attenzione dello scienziato sulle proprietà quantificabili della materia ha avuto un grande successo nell’intera scienza moderna ma ha richiesto anche un pesante tributo (come vedremo più oltre). (Capra F., 1984: 48-49 – tra par. ns.)

I principi empirici e quantitativi applicati da Galileo si svilupparono poi in un metodo compiuto e rigoroso grazie al contributo di due grandi suoi contemporanei: Francesco Bacone e Cartesio. Bacone ebbe il merito di esplicitare le due fasi costitutive del metodo, tuttora applicate: quella induttiva (formulazione dell’ipotesi) e quella empirica (verifica sperimentale o osservativa dell’ipotesi e sua ripetibilità). Cartesio rese possibile la descrizione quantitativa dei moti dei corpi mediante un sistema, da lui inventato, di assi ortogonali (poi chiamati in suo onore "assi cartesiani") e formalizzò quindi la pietra angolare della scienza moderna: il metodo analitico (su cui ritorneremo più estesamente al cap. III par. 2.3).

Descartes riteneva che si potessero ridurre tutti i fenomeni fisici a rapporti matematici esatti, tanto che ebbe a dire: "tutta la mia fisica non è altro che geometria". Il suo metodo analitico consiste infatti nello scomporre fenomeni, oggetti, pensieri e problemi in parti e aspetti, e poi nel disporre questi frammenti in un appropriato ordine logico. Sotto questo profilo egli appare il più meritevole del titolo di "padre del riduzionismo".

Nel conflitto tra il nascente paradigma empirico-quantitativo e la visione teologica del mondo, Cartesio – di stretta osservanza cattolica, educato dai gesuiti – non si sentiva certo a suo agio, tant’è – si dice – che quando venne a sapere della imminente condanna di Galileo ad opera della chiesa cattolica ritirò dalle stampe la sua opera più ambiziosa, Il mondo (poi pubblicata postuma ma solo in alcune parti). Fu forse anche per questo che ebbe l’idea di esplicitare e rimarcare la distinzione, già presente in forma implicita nel lavoro di Galileo, tra res cogitans (la dimensione spirituale, metafisica) e res extensa (la dimensione materiale). Questa distinzione – anche in virtù del modo elegante e diplomatico con cui Descartes la argomentò – venne a costituire una delle basi su cui si addivenne ad una sorta di accordo o compromesso tacito tra la chiesa (cattolica ma anche, per certi versi, protestante) e la nascente comunità scientifica, che portò di fatto ad una "spartizione" dei campi: alla religione rimaneva la totale competenza sul campo spirituale (Res Cogitans), mentre alla scienza veniva concesso lo studio di tutto ciò che è materiale (Res Extensa). Grazie anche a questa dicotomia la scienza potette gradualmente affrancarsi dalle pastoie e dai veti della religione ma vi fu un prezzo assai pesante da pagare, come sottolineano lo psichiatra R. D. Laing e il medico olistico Nitamo Montecucco.

"Se ne vanno la vista, il suono, il sapore, il tatto e l’odore, e assieme ad essi se ne sono andati da allora l’estetica e la sensibilità etica, i valori, la qualità, la forma; tutti i sentimenti, i motivi, le intenzioni, l’anima, la coscienza, lo spirito. L’esperienza (soggettiva) in quanto tale è espulsa dall’ambito del discorso scientifico" (R. D. Laing in un colloquio riportato in Capra F., 1984: 48-49)

Nella scienza nascente nulla viene concesso alla sensibilità, all'amore per la vita, al rispetto per l'intelligenza e la coscienza degli animali, della natura e dell'essere umano. L'uomo scienziato divide la materia dalla coscienza: l'unità vivente, senziente e cosciente viene frammentata in corpo e anima perdendo il senso dell'unità e del sacro. (…) La scienza attuale si è assunta il compito di stabilire la Verità delle cose, sostituendosi così alla religione, ma purtroppo è quasi totalmente priva del sostegno dell'estetica, del rispetto per il bene globale, senza consapevolezza ecologica e psicologica, senza sacralità. Ormai scienza e natura sono diventati due termini antagonisti e apparentemente inconciliabili. Noi riteniamo che la scienza attuale è solo il frutto di scienziati che non hanno sufficientemente sviluppato una consapevolezza globale o che hanno inconsciamente accettato il condizionamento della cultura materialista (N. F. Montecucco, 2000).

Abbiamo appena visto come la scienza nascente sia partita con una decisa impostazione materialistica; ripercorreremo adesso il passo successivo, e cioè come questo materialismo abbia assunto i contorni del meccanicismo, cioè la tendenza a concettualizzare e rappresentare la realtà come un congegno meccanico a orologeria (piuttosto che, ad esempio, come un organismo vivente) ad assumere la meccanica, i suoi concetti e le sue leggi quale modello descrittivo ed esplicativo della realtà.

Già dal rinascimento la tecnologia dei congegni meccanici a molla si era assai sviluppata, estendendosi poi, dal campo dell'orologeria in cui era nata, alla costruzione di "giocattoli" animati e perfino di veri e propri automi, che creavano meraviglia e divertimento nelle corti più "a la page". Il fascino di tali congegni dovette influenzare anche Cartesio, dato che considerava gli animali alla stregua di automi; furono tuttavia alcuni suoi "successori" che estesero il modello meccanico anche all'uomo. Una macchina, in effetti, si adatta molto bene al metodo analitico cartesiano: la sua struttura può essere compresa smontandola e cercando il collegamento meccanico tra le diverse parti e possiamo anche fare il percorso inverso, ad es. prendendo un certo insieme di pezzi da un "cimitero" di automobili e montandoli assieme appropriatamente fino ad ottenere un veicolo funzionante che merita il nome di "automobile" a pieno titolo. Anche nel funzionamento la macchina corrisponde bene al modello analitico: se ha dei problemi è nelle parti componenti che si va a ricercare la soluzione: pulito, riparato o sostituito il pezzo guasto, la macchina è a posto. Ben diverso è però il discorso se ci riferiamo al funzionamento di sistemi complessi quali gli organismi viventi, il cui funzionamento non si riduce alla somma delle parti, tant’è che non è possibile ridare loro la vita a partire da singoli pezzi.

Il "meccanicismo" giustifica e legittima il "riduzionismo", cioè un metodo di indagine secondo il quale "spiegare scientificamente" significa scoprire gli elementi semplici e le regole semplici di ogni oggetto o fenomeno a partire dalle quali si effettuano le varie combinazioni e le costruzioni complesse. Se si accetta, come di fatto è avvenuto, che ogni oggetto o fenomeno sia paragonabile ad un congegno meccanico, il cui comportamento possa essere ricondotto (o ridotto) all’azione, più o meno fortuita, di unità elementari, appare perfettamente coerente adottare un metodo di indagine di tipo riduzionistico, come quello approntato da Cartesio e tuttora seguito in tutti i campi della ricerca scientifica. Tale metodo di indagine si propone di spiegare un determinato effetto esaminando uno per volta, separatamente e in condizioni controllate e fisse, il ruolo di ciascun possibile fattore causale, tra i vari ipotizzabili, rilevando e misurando quindi il tipo e la quantità degli effetti derivanti dalla variazione di ciascun singolo fattore causale considerato.

Poiché però, nella realtà, i fattori agiscono simultaneamente e collettivamente — vale a dire in modo complesso — il metodo necessita di accorgimenti che consentano di separare e isolare i probabili fattori causali, al fine di potere artificialmente creare una situazione in cui vi sia ragionevole certezza che il verificarsi di un certo effetto dipenda proprio da quel fattore singolarmente variato e non dall’azione di altri, non previsti. La convinzione che si potessero quantificare separatamente le singole influenze divenne ben presto talmente radicata che Laplace non ebbe alcuno scrupolo ad affermare che, se avesse potuto conoscere lo stato dell'universo in un certo momento e se avesse potuto disporre di un elenco delle leggi causali, avrebbe potuto predire e "retrodire" ogni altro momento della storia del mondo (cfr. Hanson N. R., 1978). In effetti, grazie a questo metodo di riduzione della complessità, la scienza chimico-fisica conseguì fin dal XIX secolo risultati senza dubbio importantissimi quali l’equazione di stato dei gas, la tavola periodica degli elementi e via dicendo - risultati che in seguito indussero anche le altre scienze — quelle biologiche, umane e sociali — ad adottare tale metodo. Tuttavia, se è vero che questa separazione arbitraria dell'intero in parti ha comportato e comporta innegabili vantaggi, è altrettanto vero che diventa un ostacolo formidabile se dimentichiamo — e abbiamo purtroppo dimenticato — che le parti appartengono ad una stessa, unica totalità, e sono strettamente e biunivocamente collegate tra di loro e con tutto ciò che costituisce il sistema globale. I fenomeni fisici studiati da Galileo, Newton e altri scienziati del passato si svolgevano all’interno di sistemi relativamente semplici (la caduta di una pietra; la traiettoria di una palla di cannone; il moto dei pianeti attorno al Sole) e pur essendo soggetti anch’essi ad una moltitudine di influenze, gran parte di esse erano minime (ad esempio la attrazione gravitazionale di altre stelle) e quindi potevano tranquillamente essere trascurate. Quando però la scienza ha cominciato ad occuparsi di sistemi complessi sono emersi i primi inconvenienti: 

Agli inizi del (XX) secolo, con gli esperimenti di Ronald Fischer sui suoli coltivati, si è visto chiaramente che esistono sistemi complessi che non permettono in alcun modo di variare un fattore alla volta, perché sono così ricchi di interconnessioni dinamiche che la variazione di un singolo fattore provoca la variazione immediata di altri fattori, e probabilmente di molti altri fattori. Fino a qualche tempo fa, la scienza tendeva ad evitare lo studio di tali sistemi, concentrando l’attenzione sui sistemi semplici e specialmente sui sistemi riducibili (Ashby W. R., 1971: 5 – tra par. ns.).

La metafora meccanicista e il correlato metodo riduzionista basato sulla frammentazione in parti può avere una certa validità finché si tratta di oggetti inanimati come quelli studiati dalla fisica classica, ma è assolutamente improduttiva, ed anzi fuorviante se applicata allo studio degli organismi viventi, degli stati interiori e dei comportamenti esteriori degli esseri umani, o delle dinamiche dei sistemi socioculturali. I limiti del riduzionismo appaiono particolarmente evidenti quando tentiamo di applicarlo allo studio degli organismi viventi, le cui proprietà essenziali sono a tutti gli effetti proprietà dell’intero organismo, che nessuna delle singole parti possiede. Tali proprietà vengono distrutte quando l’organismo viene sezionato, materialmente o teoricamente, in elementi isolati e anche se possiamo distinguere in esso parti singole, queste non sono in realtà isolate, ma anzi formano una complessa rete di interconnessioni. Un uomo è un uomo solo ed esclusivamente in quanto totalità: due gambe più due braccia più un tronco più una testa non fanno un uomo ma solo un cumolo di carne e ossa. E’ l’osservatore che traccia immaginarie linee di demarcazione assegnando poi dei nomi a quello che si trova al di qua o al di là di una certa linea. In altri termini, ogni organismo vivente esiste solo ed esclusivamente come totalità, e ciò che noi chiamiamo "parti", "aspetti", "livelli" di esso sono solo proiezioni dell’attività analitica della mente osservante, costruzioni mentali insomma (come meglio vedremo al capitolo III).

La grande sorpresa della scienza del ventesimo secolo consiste nel fatto che non è possibile comprendere i sistemi per mezzo dell’analisi. La proprietà delle parti non sono proprietà intrinseche, ma possono essere comprese solo nel contesto dell’insieme più ampio. In questo modo il rapporto fra le parti e il tutto è stato rovesciato. Nell'approccio sistemico, le proprietà delle parti possono essere comprese solo studiando l’organizzazione del tutto. Di conseguenza, il pensiero sistemico non si concentra sui mattoni elementari, ma piuttosto sui principi di organizzazione fondamentali. Il pensiero sistemico è ‘contestuale’, cioè l’opposto del pensiero analitico. Analisi significa smontare qualcosa per comprenderlo; pensiero sistemico significa porlo nel contesto di un insieme più ampio." (Capra F., 1997: 39-41).

Anche se le prime critiche all’impostazione meccanicista della scienza sono giunte da studiosi di scienze biologiche e poi anche di scienze socio-psico-antropologiche, sono stati alcuni progressi della fisica del XX secolo ad assestare i colpi più incisivi. Ci riferiamo in primo luogo alla teoria della relatività di Einstein, che ha mostrato chiaramente il ruolo compartecipante dell'osservatore, mettendo in crisi il principio di oggettività, e in secondo luogo agli studi sull'infinitamente piccolo, che hanno rivelato un comportamento della materia inanimata assolutamente incompatibile con le teorie meccaniciste, sgretolando le certezze della fisica classica e facendo emergere impianti concettuali tutt'altro che lineari quali la meccanica quantistica e varie altre teorie nel campo della microfisica.

Vuoi per i suoi limiti nell’affrontare lo studio dei sistemi complessi - viventi, mentali e sociali - vuoi per il vacillare di alcuni presupposti nel campo della fisica (proprio quello in cui si era originato), vuoi infine per le gravi conseguenze etiche ed ecologiche che comporta, il paradigma meccanicista-riduzionista è entrato irrimediabilmente in crisi. Se in passato esso ha avuto una sua indubbia capacità esplicativa, oggi non risulta più adeguato alle esigenze conoscitive e di intervento che caratterizzano alcuni ambiti strategici: dalla produzione di energia atomica agli sviluppi dell'elettronica, dall'astronautica all'ecologia, dalla crescente esigenza di salute e benessere globale (psico-fisico, sociale ed esistenziale) ai mutamenti socioculturali legati alla comunicazione e alla globalizzazione (cfr. Capra F., 1982; 1997; Cheli E., 2001b; Laszlo E., 1995; 1996; 2002).

In base al principio della continua evoluzione (che la scienza moderna aveva fatto proprio ai suoi esordi ma che poi, per convenienza o paura dell’ignoto, ha finito per dimenticare) si rende dunque necessario un ampliamento degli orizzonti, che consenta l'emergere di un nuovo, più ampio paradigma capace di produrre non solo immagini settoriali e frammentarie ma anche una visione d'assieme di ogni realtà studiata; una visione che superi i compartimenti stagni del riduzionismo e consideri gli oggetti e i processi nella loro interezza — insomma una visione olistica della realtà. Non si può più a lungo ignorare che ciò che è stato analizzato, scomposto, ridotto appunto, debba prima o poi essere ricomposto e che fino a quando la scienza non riesce a completare il processo conoscitivo — a tornare all’intero, alla globalità da cui è partita — non può dirsi realmente soddisfacente.

Tuttavia, il problema è perfino più generale, e investe dimensioni che non riguardano solo il metodo scientifico, ma mette in discussione l’intero "processo della conoscenza". Anche l’epistemologia deve ampliare i propri orizzonti e assumere una prospettiva che consideri nelle loro interrelazioni:

Nei capitoli II e III affronteremo appunto, nell’ordine, le due questioni sopra sollevate. Ma prima daremo alcuni cenni sul nascente paradigma olistico, su cui torneremo poi al cap. IV.

 

3. L'emergere di una visione olistica della realtà

Come si è visto nell’introduzione, la crescente consapevolezza dei limiti epistemologici, pratici ed etici del meccanicismo riduzionismo ha preparato la strada ad una possibile "rivoluzione di paradigma", nell'accezione di T. Kuhn (1978); una rivoluzione che non riguarda solo l’ambito strettamente scientifico ma si estende a quello culturale più generale, anche perché la scienza non è più ritenuta super partes, come la voleva il mito positivista, e i suoi riflessi sulla società e sul pianeta sono troppo importanti e gravi per lasciarne la discussione ai soli scienziati. In ogni parte del globo sono emersi movimenti, gruppi, filosofie che rifiutano l'imperante "logica della frammentazione" e tendono ad una visione unitaria del mondo e dell’essere umano, nelle nuove medicine alternative come nell’ecologia, nelle nuove forme di spiritualità come nella nuova intercultura planetaria, nei diritti umani come nell’economia etica e nel commercio equo e solidale.

Allo sviluppo di una coscienza e di una visione olistica ha contribuito molto anche la traduzione e pubblicazione in occidente dei principali testi antichi e moderni sulle filosofie e sui metodi scientifici sviluppatisi in passato in altre tradizioni culturali (cinese, indiana, tibetana, giapponese etc.); testi ricchi di molteplici e stimolanti concetti olistici. Altrettanto proficua è stata la diffusione delle medicine e dei metodi pratici di crescita psicologica e spirituale provenienti da tali culture – dall’ayurveda allo Yoga, dalla medicina tibetana al T'ai Ci, dall’agopuntura alle molte altre tecniche energetiche. Questo processo di ibridazione ha contribuito a fertilizzare la nostra cultura medico-scientifica essenzialmente materialista, stimolando un numero sempre maggiore di operatori della salute – dai medici agli psicologi, dagli erboristi ai fisioterapisti – ad ampliare il loro bagaglio professionale con concetti e strumenti non ortodossi e spiccatamente sistemici. Infine la visione olistica ha acquistato maturità e complessità grazie ai contributi di vari studiosi e scienziati e grazie anche ad una serie di scoperte scientifiche e di teorie che non solo confermano molti presupposti filosofici olistici del passato, dando loro dignità scientifica, ma ne espandono ancor più le possibilità e le applicazioni (cfr. N. Montecucco, 2000).

Come vedremo al capitolo IV, la Teoria generale dei sistemi (Bertalannfy L. Von, 1956) e la cibernetica (Wiener N.1966; Ashby W.R. 1956; Neumann J. von, 1966) sono state le avanguardie di questa rivoluzione di paradigma che ha poi trovato nell'ologramma un ulteriore stimolante modello esplicativo, che brevemente accenneremo. Un ologramma è una foto tridimensionale realizzata con raggi laser che, al contrario di una normale fotografia — in cui ogni punto contiene una relativa parte dell'immagine — contiene l'intera immagine in ogni suo punto: se spezziamo una lastra olografica, ogni pezzo, anche il più piccolo, conterrà l'intera immagine. Si perderanno alcuni particolari e dettagli ma l'oggetto apparirà nella sua unità. Ogni "pezzo" dell'ologramma contiene quindi tutte le informazioni dell'oggetto. Analogamente, una cellula di un organismo vivente contiene nel DNA l'intera informazione-coscienza relativa al sistema di cui è parte.

Il mondo pieno, sostanziale, della scienza oggettiva e positiva si trasforma, alla luce dei nuovi contributi, in una sottile e immateriale rete di relazioni, in cui lo scambio di informazione — e non più l'interazione meccanica tra corpi — assume rilevanza centrale, come meglio vedremo nel terzo capitolo. Il paradigma olistico-sistemico quindi è essenzialmente un modello di relazione e di informazione globale, che consente di rappresentare validamente il gioco delle interrelazioni tra le parti e il tutto. Dato che la parola "sistema" deriva dal greco syn histanai, che significa "porre insieme" possiamo asserire, con F. Capra (1997: 38) che "capire le cose in maniera sistemica significa letteralmente porle in contesto, stabilire la natura delle loro relazioni."

Il modello olografico ben si collega con i metodi e i modelli delle vecchie e nuove discipline ad impostazione olistica che stanno emergendo o riemergendo in questi ultimi decenni ed è facilmente applicabile entro certi limiti che poi vedremo anche alle discipline scientifiche "ufficiali", dalla fisica all'informatica, dalla biologia alle teorie mediche, sociali e psichiche, fino alla cosmologia. Questa grande versatilità dipende dal ruolo che il modello attribuisce al principio di "isomorfismo": un principio che ricerca ed evidenzia somiglianze e analogie tra microcosmo e macrocosmo e che era già noto ad alcune filosofie della antichità, come rivela l'espressione ermetica "Ciò che è in alto, è come ciò che sta in basso".

L'isomorfismo di cui abbiamo parlato è conseguenza del fatto che sussistono certi aspetti per cui è possibile applicare a fenomeni diversi gli stessi modelli concettuali e le astrazioni corrispondenti. (...) Questo non vuol dire che i sistemi fisici, gli organismi e le società si assomiglino. In teoria, la situazione è la stessa di quando si applica la legge di gravitazione alla mela di Newton, al sistema planetario e al fenomeno delle maree. Ciò vuol dire che per quanto riguarda alcuni aspetti (che sono poi piuttosto limitati) un certo sistema teorico — cioè quello della meccanica — è valido; ma questo non vuol dire che ci sia una somiglianza particolare tra le mele, i pianeti e gli oceani sotto un gran numero di altri aspetti (Bertalannfy L. Von, 1971, 75).

Per quanto il dibattito in corso coinvolga la scienza in tutte le sue branche, il centro d'interesse del paradigma olistico emergente è focalizzato soprattutto sui sistemi viventi e in particolare sull'essere umano, considerato come una unità inscindibile, un "tutto" costituito da molteplici dimensioni tra loro interdipendenti, che per semplicità vengono spesso sintetizzate nelle seguenti quattro categorie: corpo, emozioni, mente e spiritualità. Ogni dimensione va considerata ugualmente importante e solo da un armonico sviluppo di tutte può derivare una migliore qualità della vita e una evoluzione positiva degli individui e delle società. Il malessere, la malattia, la sofferenza fisica, psicologica o sociale viene a configurarsi, in questa prospettiva, come sintomo di disarmonie e squilibri nelle relazioni tra le varie dimensioni del "sistema uomo", ad esempio il privilegiare troppo la sfera mentale a scapito di quella corporea ed emozionale, o anche, di disarmonie nelle relazioni tra l'individuo e i sistemi ambientali e socioculturali in cui è inserito, come nel caso di patologie collettive dovute a fattori che esulano la sfera del singolo: dall'inquinamento ai fattori di stress, dai tabù sociali alle strutture gerarchiche rigide (cfr. Fromm E., 1976; Lowen A. 1980; Maslow A., 1971).

Sulla base di tale modello l’essere umano può essere visto come un'unità olografica che contiene in sé la matrice dell'informazione totale del sistema in cui è incluso (l'ambiente fisico circostante, il contesto socioculturale, il pianeta Terra nel suo insieme, e così via), e con il quale c'è un continuo scambio di informazioni e di energie; la stessa continua relazione, simultaneamente, esiste anche con le "sfere" più piccole di cui è composto: gli organi, le cellule, gli atomi e le particelle subatomiche.

Analogamente all'essere umano, anche il pianeta Terra può essere visto come un macro-sistema costituito da una serie di componenti e livelli interdipendenti. J. Lovelock (1981), che ha dato a questo assunto il nome di "Ipotesi GAIA", sostiene ad esempio che l’intero pianeta sarebbe una sorta di gigantesco organismo vivente, intelligente e autoequilibrante, una grande coscienza: Gaia appunto o Gea, dea della Terra, un sistema globale costituito da tutti gli organismi viventi del pianeta, capace di equilibrio, creatività e bellezza, un sistema in cui ogni elemento, dai microbi alle piante, dagli animali all'uomo, svolge un suo ruolo preciso e necessario; il genere umano rappresenterebbe il sistema nervoso di questo grande sistema cosmico chiamato Gaia e il singolo essere umano è visto come una sorta di neurone di questa mente planetaria.

 

4. Le riserve della comunità scientifica nei confronti del paradigma olistico

Per affrontare correttamente questo delicato e fondamentale punto occorre fare una precisazione preliminare, e cioè che il "paradigma olistico emergente " non va confuso – come alcuni denigratori troppo frettolosamente hanno fatto – con quelle visioni unitarie e indifferenziate che ritroviamo nel pensiero "magico" di certe popolazioni primitive, nella visione del mondo dei bambini, nell'unità col tutto di cui parlano certi mistici, nella visione medioevale del cosmo e in altre manifestazioni di quella che potremmo chiamare un olismo di impronta pre-razionale e pre-moderna. Al contrario, il "paradigma olistico emergente" va considerato a tutti gli effetti un prodotto post-razionale e post-moderno, che non prescinde dai preziosissimi contributi della scienza riduzionista, ma ne rappresenta piuttosto una evoluzione che, mediante il concetto di interdipendenza tende a ricomporre quell'intero dalla cui scomposizione è nata la scienza moderna e da cui la scienza post-moderna deve necessariamente affrancarsi, se vuole ulteriormente evolvere.

Ciò premesso, vediamo quali sono le principali riserve che rallentano l’affermarsi del paradigma olistico, nonostante che negli ultimi due decenni abbia riscosso un crescente credito in svariati ambiti professionali e si stia diffondendo anche sul piano culturale più generale.

Come ha ben evidenziato T. Kuhn (1978) ogni proposta innovativa incontra sempre delle resistenze e – anche ammesso che sia davvero valida – deve attraversare vari stadi prima di poter assurgere a nuovo paradigma: anche la scienza moderna dovette penare non poco ai suoi albori per essere accettata. Non deve quindi sorprendere che la comunità scientifica ufficiale si mostri restia ad accogliere le rivoluzionarie tesi olistiche; semmai è opportuno comprenderne bene le motivazioni, poiché se è indubbio che alcune dipendono da miopia e da rigidità, e altre ancora sono ovviamente pretestuose, motivate dalla difesa di posizioni di potere e di interesse economico, ve ne sono anche di legittime, che meritano di essere attentamente considerate.

Gli studiosi consapevoli dei limiti del metodo riduzionista sono in effetti molti, ma la maggior parte di loro non se la sente ancora di avventurarsi sul terreno nuovo e incerto dell'olismo; essi concordano sul fatto che vi sia una fitta trama di interconnessioni tra livelli, processi, oggetti, ma pongono la rilevante obbiezione che l'olismo dispone per ora solo di metodi qualitativi mentre manca di metodi e strumenti quantitativi che permettano di affrontare la complessità con lo stesso grado di precisione e replicabilità di quelli riduzionisti.

D'altra parte, controbattono gli studiosi più orientati olisticamente, se si continua a focalizzarsi su un solo livello o dimensione per volta, come è avvenuto finora, si finisce inevitabilmente per avere solo visioni incomplete e statiche dei fenomeni studiati, il che, in uno scenario fluido e veloce come quello attuale, significa lasciarsi sfuggire proprio gli aspetti più significativi.

Si tratta davvero di un serio dilemma:

a) tenere conto qualitativamente della complessità senza però riuscire a fornirne misurazioni quantitative certe e replicabili, oppure

b) continuare ad utilizzare modelli e strumenti quantitativi che però, nel ridurre drasticamente la complessità della realtà, ne danno una visione frammentaria e statica.

Finora la situazione si è mantenuta in uno stato di impasse a causa di tale dilemma, e come avviene in casi del genere, dubbio per dubbio la maggioranza degli studiosi ha preferito mantenersi fedele al vecchio modello riduzionista, già collaudato e accreditato, piuttosto che avventurarsi nel nuovo. Tuttavia, sarà inevitabile prima o poi fare i conti con i limiti dell’approccio riduzionista, e la risposta non andrà ricercata a mio avviso in un passaggio drastico dal riduzionismo al versante opposto dell'olismo ma dovremo semmai ricercare una terza via che non veda i due approcci come antagonisti ed autoescludentisi, ma come metodi complementari, punti di vista con pari dignità che possono collaborare per fornire una visione più soddisfacente della realtà.

 

5. Verso un metamodello olistico-riduzionistico

Come ha evidenziato la fisica quantistica (principio di complementarità di Bohr) a seconda del modo in cui si osserva, un evento sub-atomico può apparire in modi diversi; ad esempio la luce può essere vista ora come flusso di particelle (fotoni), ora come onde elettromagnetiche. La visione corpuscolare porta a individuare oggetti distinti, mentre la visione ondulatoria rileva processi dinamici, pertanto la prima porta ad una visione oggettuale e materiale del mondo (quella tipica del paradigma meccanicista dominante), la seconda a una visione processuale e informazionale (quella del paradigma olistico emergente). Tuttavia, nessuno dei due punti di vista è in assoluto migliore dell'altro, e ciascuno presenta sia vantaggi che svantaggi. Uno dei limiti della visione corpuscolare-oggettuale è di considerare ogni oggetto come realtà in sé, perdendo di vista il collegamento con gli altri oggetti e con il contesto, collegamento che è invece in primo piano nella visione processuale, dal momento che ogni processo è dato da una interazione tra poli opposti/complementari entro un dato campo o contesto. D'altra parte, vi sono limiti e rischi anche nella visione processuale, ad esempio l'indifferenziazione e la negazione dell'individualità.

La prima lezione che possiamo trarre dalla meccanica quantistica è che entrambe le visioni sono legittime, ma la loro validità è relativa, nel senso a seconda delle situazioni e finalità può essere più idonea l’una o l’altra (ad esempio, in un mondo semplice e lento, la visione corpuscolare-analitica può essere più agevole e comoda, mentre in una realtà complessa e dinamica è la visione processuale a risultare spesso più adatta). La risposta insomma non va ricercata in un passaggio drastico dal riduzionismo dominante ad un predominio dell’olismo: ciò infatti non farebbe che invertire, senza risolverlo, i termini del problema. Si rende semmai necessario un paradigma in grado di comprendere e conciliare entrambe gli approcci – un approccio al contempo settoriale e globale, specialistico e generalistico, riduzionistico e olistico – che si focalizzi sui ponti di collegamento tra i due approcci, e predisponga le vie attraverso le quali sia possibile tradurre dall'uno all'altro e quindi pervenire ad un modello integrato di livello superiore — il metaparadigma cui si è accennato in precedenza.

Se ammettiamo la possibilità che possano coesistere modelli diversi della realtà senza che le loro differenze portino necessariamente ad antagonismo possiamo anche immaginare senza troppe difficoltà un paradigma olistico-riduzionistico, definizione che in un passato anche recente sarebbe sembrata del tutto assurda, una vera e propria eresia ma che oggi, in un mondo sempre più globalizzato, multiculturale, multireligioso, suscita forse meno perplessità.

Albert Einstein non volle mai rassegnarsi ad accettare l'ineludibile ambivalenza della fisica quantistica e la sua impostazione probabilistica: "Dio non gioca a dadi", ebbe a dire una volta, e fino alla fine della sua vita si impegnò a cercare un modello teorico in grado di unificare dati apparentemente inconciliabili. Tuttavia, l'idea di modello teorico unificato che aveva Einstein era ancora una idea calata nella "vecchia" cultura, una idea che vedeva come antagoniste e in competizione le diverse visioni del mondo e ne ricercava una che fosse migliore delle altre, e che quindi prevalesse sulle altre (un po' come, nella storia degli ultimi 3/4 millenni, l'uomo ha prevalso sulla donna o una fazione o una nazione sull’altra). Nella nuova concezione che qui si sostiene, la ricerca di un modello unificante deve avvenire nel pieno rispetto delle due (o più) diverse visioni del mondo, poiché entrambe sono legittime, e nessuna è in assoluto migliore dell’altra. Il punto è: "unificare senza prevaricare" giungere ad una unione che non deve comportare l'annullamento delle rispettive differenze e individualità ma instaurare una relazione creativa di complementarità, interscambio, collaborazione, sintesi (cfr. Cheli E., 2001b).

Questa supposta pariteticità e complementarità trae origine da una ipotesi, che ho esposto in un altro mio saggio (link), secondo la quale il riduzionismo e l'olismo potrebbero essere rispettivamente riconducibili a quelle che sono le due modalità conoscitive di base del sistema neuro-percettivo umano e che qui chiamerò: modalità conoscitiva per separazione e modalità conoscitiva per unione. Dalla prima sarebbero derivati il pensiero logico-analitico, la sfera della razionalità e in ultima istanza il paradigma meccanicistico-riduzionista, mentre la seconda modalità (quella per unione, meno nota e più screditata) darebbe luogo al pensiero analogico-sintetico, alla sfera del cosiddetto "irrazionale" e in ultima istanza alla visione olistica. L'integrazione delle due modalità potrebbe inoltre fare emergere una terza via conoscitiva che comprenda e al contempo trascenda le due vie di base.

 

 


 

LE COLONNE DELLA PARADOSSALE FISICA MODERNA

 

Il Grande Koan del Big Bang: il mito scientifico della creazione

 

All'inizio c'era il vuoto... un nulla in cui non esisteva spazio, né tempo, né materia, né luce, né suono. C'erano però le leggi di natura, e questo curioso vuoto era colmo di potenzialità... non ci sono dati sull'Inizio. Nessuno, zero... Come un gigantesco macigno in bilico sul ciglio di una torreggiante scogliera. L'equilibrio del vuoto era così perfetto che bastava un soffio a produrre un cambiamento che creasse l'universo. E il cambiamento avvenne. Il nulla esplose. In questa incandescenza iniziale furono creati spazio e tempo. Leon Lederman.

Anche nella scienza l'inizio dell'esistenza è un fenomeno paradossale: il Tutto è nato dal Nulla, gli infiniti universi sono nati dal vuoto. Nelle parole di Lederman, premio Nobel per la fisica, ritroviamo la stessa profondità e visione presente negli antichi miti cosmologici della creazione: scienza e spiritualità convergono sul Vuoto e sull'Unità originaria che precedette la creazione. Anche nella concezione scientifica sono presenti le tre matrici.

C'è l'Infinito, vuoto e misterioso, la Matrice Zero originaria del Tutto da cui nacque la Singolarity, il punto ancora senza spazio e tempo che, secondo la scienza attuale, precedette il Big Bang. Come nel concetto di Matrice Uno, la Singolarity implica il concetto di unità, di Oneness, di condizione potenziale creativa, in cui tutto è ancora indiviso, in cui non si è ancora prodotta la rottura della simmetria perfetta dello stato originario. Nel concetto unitario scientifico di Singolarity manca il concetto di coscienza che, tuttavia, noi consideriamo come necessariamente "implicato".

E poi la Matrice Creativa. L'universo è ancora senza dimensioni, concettualmente vuoto e infinito, e il primo fotone, dallo zero iniziale, segna la prima direzione cartesiana... in un istante infinite particelle si creano da un'antica matrice potenziale e si lanciano in infinite direzioni spazio-temporali. E' evidente l'analogia tra l'archetipo della spirale e il movimento spiraliforme delle particelle elementari, del fotone, così come di tutto ciò che si muove nell'universo, dalle galassie al DNA.

E’ il Grande Bang. In poche frazioni infinitesimali di tempo si viene a creare un'immensa quantità di energia-materia allo stato libero, dotata di enorme calore e tendenza all’espansione. E’ il periodo inflazionario, l’universo si gonfia e si espande alla velocità della luce, perdendo via via temperatura e organizzandosi. Si crea un "orizzonte degli eventi". Dallo stato ancora indistinto e caotico di plasma emergono le prime particelle, le prime unità di energia informata, si creano i primi atomi: idrogeno, elio, deuterio; e la corsa continua fino alla condensazione di infiniti numeri di atomi che formano le nubi cosmiche e poi, i Soli e le Nove, al cui interno la materia atomica si evolve in complessità...

La visione scientifica riassume, in linguaggio matematico, la realtà della creazione dal punto di vista materiale. Dopo 15 miliardi di anni, su questo pianeta abbiamo vita e coscienza: ma da dove è originata? Dov’era questa coscienza e questa vita all’origine? C’è chi pensa sia stata creata da un Dio, chi ritiene che sia espressione casuale e secondaria della complessità dell'evoluzione biologica. Negli ultimi decenni, in diversi ricercatori, tra cui il consistente gruppo di fisici della Maharishi International University, si è osservata la tendenza a far coincidere il concetto di coscienza con il concetto di vuoto, che ripropone in chiave di fisica quantistica l'associazione già avanzata da millenni in numerose culture spirituali. Il "vecchio" concetto antropomorfico e, quindi, scomodo e improponibile di "Dio Creatore" lascia spazio ad una dinamica visione che concepisce il vuoto originario, e ancora immanente, come un’infinita coscienza intelligente, implicata in ogni singolo atomo dell’esistenza, un principio creativo che continua, da dentro ogni cosa, a far ruotare i mondi e le galassie, a far battere ogni cuore e a spingere ogni essere vivente verso una maggiore coscienza e comprensione. Ma analizziamo più da vicino le affascinanti logiche del vuoto e le sue moderne interpretazioni.

 

La materia è vuota: il primo Koan del vuoto quantistico

Il Tao è un vuoto che l'azione non può colmare, è di profondità abissale, è l'origine di tutte le cose. Lao Tzu

La fisica quantistica è un insieme delle più paradossali scoperte sull’intima natura della realtà. Le sue conclusioni, come un Koan Zen, sono un ostacolo per la mente razionale e aprono le porte ad altre dimensioni di conoscenza.

Il primo di questi Koan è relativo al Vuoto. Viviamo in una realtà materiale, ossia fatta di materia solida, liquida o gassosa. Possiamo percepire la durezza di un corpo quando lo urtiamo, ma la fisica ci dice, paradossalmente, che questa realtà è di fatto composta di vuoto e onde di energia. Gli atomi che compongono l’intero universo sono formati da un nucleo centrale costituito da protoni e neutroni e da una nube esterna di elettroni vorticanti. Gli atomi sono in grandissima parte costituiti da vuoto. Per meglio comprendere questa affermazione immaginiamo di ingrandire un singolo atomo: se il nucleo fosse largo come un'arancia, la nube di elettroni che lo circonda sarebbe distante un chilometro.

Il vuoto quantistico non è più ritenuto uno spazio nullo ma è considerato uno stato di pieno potenziale, come se nel vuoto esistesse tutta l'energia allo stato latente, non manifesta. Il concetto scientifico di vuoto richiama il Grande Vuoto da cui tutto emerge delle antiche cosmogonie, la Matrice Zero della coscienza collettiva, che ancora opera su ogni cosa dalla sua dimensione "implicata" e costituisce l'essenza stessa del modello Cyber.

Una delle ipotesi di maggiore interesse sul vuoto è stata proposta da Ervin Laszlo, con il concetto di Vuoto Sub-Quantistico. Secondo Laszlo il vuoto sarebbe una vera e propria dimensione, una matrice che sottostà ai quanti, dalla quale emergono e ritornano i quanti, ossia le particelle elementari; un vuoto dalle incredibili potenzialità e densità, e che potrebbe spiegare una serie di fenomeni inspiegabili come la non-località, la telepatia, la coscienza collettiva.

 

Siamo pieni di vuoto

La scienza al suo nascere si configura come via di conoscenza razionale, analitica e sperimentale, basata sulla legge di causa-effetto; al suo interno non vi è mai stato molto spazio per la componente analogica della mente, di importanza essenziale per la comprensione di una vasta classe di fenomeni. Da questa impostazione deriva il fatto che la scienza pone l’accento sulle parti in cui un fenomeno può essere diviso, non sulla sua visione d’insieme. Ad esempio, pensiamo all’atomo: è stato identificato con gli elementi attivi, lo Yang, ossia elettroni, protoni, ecc., mentre la massima parte dello spazio atomico è costituita dal vuoto, lo Yin, ritenuto secondario e senza proprietà essenziali. In maniera analoga la cellula viene descritta per i suoi costituenti attivi (nucleo, mitocondri, molecole ecc.) mentre l’acqua, il più essenziale e femminile degli elementi, l’85% della cellula stessa, senza cui non vi sarebbe vita, viene considerata una sorta di riempitivo di importanza trascurabile. La stessa psicologia occidentale continua a considerare solo gli oggetti mentali come pensieri e idee, studiando come si formano, si conservano e si associano, e non considera mai il campo della coscienza, il vuoto cosciente in cui i pensieri esistono e si articolano. Se pensiamo ad una mela, essa diventa presente dentro di noi come immagine colorata o come concetto astratto: ma cos’è questo "dentro"? Abbiamo mai fatto caso allo spazio vuoto interiore che, in maniera scontata, chiamiamo mente? Per questo è necessario un modello scientifico come Cyber, la cui matrice originaria sia proprio il vuoto: per ricordarci che ogni unità dell'esistenza è una sorta di "campo di vuoto" dotato di coscienza, in costante legame con il Vuoto Cosciente da cui è nato tutto e che ancora tutto pervade, incontaminato, come lo sfondo della creazione, come il "Contenitore del Tutto".

 

L’Uno è Infinito: il secondo Koan quantistico - Oneness e coerenza elettrodinamica quantistica

L'intero universo... deve essere compreso come una singola totalità indivisa. David Bohm

Il secondo paradosso della fisica quantistica dice che il numero elevatissimo (infinito) di campi-particelle sono una Unità. L’identità dell’"uno" e del "molteplice". I concetti quantistici di vuoto e di campo, di cui parleremo nei prossimi capitoletti, implicano il concetto di "Oneness", di Unità. Invitiamo per approfondire questo fondamentale tema della fisica quantistica che presenta una concezioni profondamente olistica dell’esistenza a leggere il Capitolo - Dossier: Oneness e Coerenza Elettrodinamica Quantistica, dove citiamo alcuni passi del fisico Giuliano Preparata e di Emilio del Giudice su questo argomento e sulla coerenza come diretta concretizzazione della oneness sul piano fisico.

"La teoria della coerenza elettrodinamica quantistica – dice Giuliano Preparata - ha a che fare con l’interazione fra campi di materia e campi elettromagnetici all’unisono, su certe frequenze portanti particolari, con certe relazioni di fase. La teoria della coerenza elettrodinamica quantistica é una particolare realizzazione dell’aspetto coerente della teoria quantistica dei campi a cui inizialmente avevamo dato il nome di "superradianza", termine coniato da Robert H. Dicke, fisico di Princeton che fu il primo a concepire questo comportamento coerente, di oscillazioni in fase, fra sistemi atomici e campi elettromagnetici, che poi ha portato al laser e ad altre scoperte. Per cui il campo elettromagnetico coerente e interiorizzato é il collante dei sistemi, degli individui atomici fra loro. La vita é quindi un delicato equilibrio tra coerenza e non coerenza."

 

Coerenza elettrodinamica e "campo informatico": come principi fisici della co-evoluzione
di Emilio del Giudice

"Gli stati fisici più vicini all’esistenza della Oneness sono gli stati coerenti in cui un insieme indefinito di "particelle" è descritto da una fase ben definita nello spazio e nel tempo, che assicura un comportamento correlato e cooperativo (di qui il nome coerenza) di tutti i componenti che, nel processo, perdono la loro natura di individui separati. La coerenza è perciò quella realizzazione della teoria quantistica dei campi che privilegia gli aspetti unitari, è una materializzazione della Oneness.

 

Il campo informatico del potenziale vettore

"Il campo elettromagnetico intrappolato ha con sé un compagno inseparabile, il "potenziale vettore", quantità totalmente non misurabile nell’ambito della fisica classica, ma che, nella teoria quantistica dei campi, influenza la fase di un sistema coerente. Il potenziale vettore, a differenza del campo, non è intrappolato, esso si estende ad una ampia regione circostante, senza trasportare energia ma solo informazioni, ma esercitando una sua "influenza sottile", potremmo dire informatica, modificando la fase dei sistemi coerenti presenti.

Tra i vari sistemi coerenti si apre perciò la possibilità di un "dialogo sottile", una comunicazione senza scambio di energia…

L’"influenza sottile" del potenziale vettore si incarica poi di correlare tra loro tutte queste strutture coerenti nell’unità del vivente… quando abbiamo a che fare con più sistemi, ognuno con la sua frequenza… cominciamo ad avere un insieme di "note" … accordi, voci, messaggi. Sembra l'archetipo della vita: da un insieme slegato di oggetti individuali, a un oggetto che è un "tutto". Questa può essere una delle strade per capire l’emergere della coscienza dalla materia."

Le caratteristiche dell'unità Cyber corrispondono a quelle di un campo fisico complesso i cui elementi sono caratterizzati da elevata coerenza interna e sistemica, e che è circondato da un "campo informatico", non propriamente energetico, che permette la comunicazione e l'eventuale connessione sinergica con altre unità.

  

Unità e rottura della simmetria: le quattro forze della fisica e il campo unificato

Con il Big Bang l'unità iniziale del Tutto si frammenta, la "rottura della simmetria" iniziale genera quattro grandi forze. Le quattro forze sono tutto ciò di cui i fisici hanno bisogno per spiegare il funzionamento dell’intera realtà, dai suoi aspetti più quotidiani, alla fisica subatomica fino all’intero universo. La forza di gravità è stata la prima ad essere scoperta e studiata nelle sue leggi da Galileo e da Newton, che pubblicò i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica nel 1687. Nucleo ed elettroni sono tenuti insieme dalla forza elettromagnetica, che ha una storia più complessa, essendo la sintesi di separate scoperte sull’elettricità, sul magnetismo e sull’ottica, attuata dal fisico scozzese James Clerk Maxwell nel 1856.

Le ultime due forze, l'interazione nucleare debole e la nucleare forte, sono state introdotte molto più tardi, per spiegare il funzionamento delle particelle all’interno del nucleo atomico. Queste forze agiscono a distanze molto ridotte, dell’ordine di 10 elevato alla -4 cm (decimillesimo di centimetro). Einstein e molti altri fisici hanno sempre ritenuto che queste quattro forze o campi fossero in origine un'unica forza: questa convinzione porta alla Teoria del Campo Unificato.

 

Sia onda che particella: il terzo Koan quantistico

Il fenomeno dei quanti è la cosa più strana di questo strano mondo. John Weeler

L'intera esistenza fisica è costituita da "quanti", unità discrete di energia. La fisica quantistica ha fatto una paradossale scoperta: i quanti, come l’elettrone o il fotone, hanno una duplice natura, possono essere considerati sia come particelle che come onde. In modo più complesso queste unità elementari della fisica vengono definite come pacchetti d’onda, ossia onde dotate di un loro movimento rotante che si possono manifestare anche come se avessero un loro "corpo". Nella figura ** vediamo un tipico "pacchetto d’onda", deliberatamente raffigurato in verticale; notate la potente analogia con l’energia serpentina che nelle tradizioni orientali rappresenta il cuore della materia, il motore di ogni movimento e forma, l'asse centrale del modello Cyber7. Entrambi sono ritenute energie primarie, luminose, spiraliformi e generatrici delle forme materiali. Gli elettroni, con il loro moto spiraleggiante e vorticoso, creano intorno al nucleo una sorta di guscio, una barriera impenetrabile che dall’esterno appare come solida, sferica e stabile.

Da questa duplice paradossale natura delle particelle subatomiche si generano le energie elettromagnetiche e l’intera realtà fisica.

 

L'elettromagnetismo: la luce vibrante dell'esistenza

La forza elettromagnetica è la più evidente, conosciuta e studiata delle quattro forze ed è anche la più intensa e attiva. Questa grande forza si esprime in termini di quanti, di cariche, di campi e di onde. L’elettromagnetismo è essenzialmente dovuto all’attività degli elettroni, particelle dotate di carica elettrica negativa, che hanno uno spin, ossia ruotano sul loro stesso asse in senso orario o antiorario, e possiedono una specifica massa. Il movimento degli elettroni crea tutti i processi elettromagnetici, da cui derivano l’elettricità e l’elettronica.

La radiazione elettromagnetica, di cui la luce visibile costituisce una piccola parte, è formata da unità minime, i fotoni o quanti di luce, che si muovono alla velocità di circa 300.000 Km. al secondo e possiedono una doppia paradossale natura: si manifestano sia come particelle, sia come onde. Ogni fotone possiede una quantità di energia che dipende proporzionalmente dalla sua frequenza di oscillazione. Benché sia un quanto di energia elettromagnetica, il fotone è neutro, ossia non ha carica elettrica, e possiede una massa a riposo nulla. La sua "vita" è infinita.

La radiazione elettromagnetica può avere uno spettro di emissione molto ampio: dalle più basse alle più alte frequenze. Tra questi due estremi si trova una banda particolare, chiamata "finestra ottica", che corrisponde alla frequenza elettromagnetica della luce visibile, suddivisa in un'ottava di sottofrequenze armoniche: i colori dello spettro. La legge di Kirchhoff asserisce che un corpo può assorbire solo le radiazioni che è capace di emettere e questo ci ricorda molto le leggi psicologiche umane per cui una persona percepisce del mondo ciò che già conosce o è in grado di comprendere, ma anche le leggi del karma orientale in cui le azioni che riceviamo sono solo il risultato di ciò che siamo capaci di dare all'esistenza.

 

Il campo elettromagnetico

Il concetto di campo elettromagnetico costituisce il maggior successo dell’uomo nella scienza. Albert Einstein

Il concetto di campo, in fisica, venne inizialmente proposto da Isaac Newton, che ipotizzò l'esistenza di un campo gravitazionale intorno ad ogni oggetto; nel diciannovesimo secolo il concetto di campo fu sviluppato dal fisico scozzese James Clerk Maxwell nella sua teoria elettromagnetica. Il campo è una regione di spazio che manifesta una forza gravitazionale, magnetica o elettrostatica; essa teoricamente si estende all'infinito, perdendo intensità con il quadrato della distanza. Si assume che questo campo sia composto da fitte linee di forza che circondano il centro e si dilatano verso l'esterno, l'immagine è quella del sasso buttato nel lago e delle onde che si allargano in tutte le direzioni, o di un suono emesso nel silenzio che si espande sfericamente. In teoria l'onda si propaga all'infinito, ma, nella realtà, per via dell'interferenza con infinite altre onde, essa perde potenza e si uniforma al rumore di fondo, restando comunque parte del campo universale; non è possibile tuttavia delimitare con precisione il limite di un'emissione di onde o il confine tra punto di emissione e infinito. Il punto e l'infinita esistenza sono sempre profondamente uniti. Il concetto di campo è analogo al concetto di Cyber, ogni unità di coscienza che si manifesta ricevendo informazioni e trasmettendole all'interno di un'infinita esistenza. Il Cyber come "campo" è parte di un'indivisibile Unità, un infinito oceano di relazioni energetiche e informatiche.

Ogni particella carica in movimento - come l’elettrone - produce intorno a sé un campo elettromagnetico costituito da fotoni virtuali. Ogni atomo, essendo formato da una nube di elettroni in movimento, possiede una precisa carica elettrica positiva o negativa che si espande come onda di radiazione elettromagnetica in ogni direzione e si manifesta come un campo elettromagnetico di forma sferica-ovoidale, che potenzialmente si estende all’infinito e viene rappresentato con linee di forza, ossia con piani sferici in cui si trova la stessa intensità di carica elettrica. Ogni fenomeno elettromagnetico, essendo composto di fotoni, è di fatto un fenomeno luminoso anche se invisibile al nostro occhio, che non è in grado di percepire quella particolare frequenza. Essendo composto da unità in movimento roteante, il campo elettromagnetico è anch’esso roteante. I campi elettromagnetici circondano e caratterizzano ogni unità vivente, dagli atomi, alle cellule, agli esseri umani, ai pianeti, alle galassie e quindi rappresentano un perfetto modello scientifico per dare corpo energetico al modello Cyber. La struttura del campo elettromagnetico è la base del Cyber7 (ovvero la rappresentazione energetica.esplicata del modello Cyber), con la differenza che le linee di forza sono codificate come flussi di informazione autoreferenti ossia circolanti intorno al loro centro.

 

Gamme d'onda

L’intera esistenza è formata quindi da un incredibile intreccio di onde elettromagnetiche emesse dagli infiniti campi elettromagnetici che circondano i Cyber; questi flussi vibranti di fotoni, queste onde di luce visibile e invisibile pulsano su uno spettro di frequenze incredibilmente vasto. Ogni Cyber, tramite il suo campo energetico Cyber7, emette la sua caratteristica banda di emissione, che ne rappresenta l'impronta "digitale" elettromagnetica.

Ogni onda viene definita da una certa ampiezza e frequenza. La lunghezza corrisponde alla distanza nello spazio tra due picchi, la frequenza al tempo in cui avviene un ciclo tra due picchi. La radiazione cosmica è caratterizzata da una lunghezza d’onda cortissima di 0,00001 Angstrom (Angstrom = decimiliardesimo di millimetro) e da una frequenza altissima di 3 per10 alla 23 Hertz (1 Hertz = un ciclo per secondo); all’opposto di questo ci sono onde a bassissima frequenza, pochi Hertz, ma dalla lunghezza superiore ai 10.000 chilometri!

Intorno a voi, nell’aria che vi circonda, in ogni istante, passano continuamente migliaia di frequenze elettromagnetiche emesse dalle innumerevoli stazioni radio, televisive, militari e civili.

Queste onde, che potete selezionare con il sintonizzatore della televisione o della radio quando cercate di captare un certo canale o un programma, sono solo una piccolissima parte delle infinite frequenze elettromagnetiche, create dalla Terra e dai corpi celesti, che in ogni momento ci attraversano.

 

Onde e complessità evolutiva

Ogni unità atomica produce onde elettromagnetiche. Quando miliardi di atomi si uniscono a formare una cellula, l’emissione elettromagnetica emessa da ogni singolo atomo o molecola (gruppo di atomi) si espande e si sintonizza su una banda assai più ampia e complessa. Così, quando miliardi di cellule si uniscono a formare un organismo multicellulare come una pianta o un essere umano, il loro campo elettromagnetico si unisce a formare un campo estremamente più vasto e complesso. La complessità della radiazione elettromagnetica e la sua "densità informatica" è proporzionale al livello evolutivo dell'unità (Cyber) che la emette.

Quando rileviamo l’onda elettromagnetica del cervello umano sappiamo che è un'onda di enorme densità, prodotta della sincronizzazione di miliardi di piccole onde elettromagnetiche prodotte dai singoli neuroni cerebrali, a loro volta prodotte dagli atomi di cui sono composti.

I fotoni della radiazione elettromagnetica sono, quindi, i piccoli Mercurio della fisica moderna, poiché permettono la comunicazione e l'interconnessione dell'intero universo.

Viviamo immersi in campi e radiazioni elettromagnetiche deboli come quelli dei nostri cervelli, più vasti come quello del pianeta Terra che ci ingloba, o estremamente più vasti, come quelli del nostro sistema solare (luna, pianeti e sole) e della Via Lattea. Ricordare questa incredibile rete di relazioni ci permette di avere una visione globale e di comprendere come eventi cosmici o planetari possano influenzarci così profondamente. Potrete approfondire questo concetto di interrelazione e densità di informazioni nel capitolo sull’evoluzione dei Cyber.

 

Vedere l'invisibile

Noi vediamo solo la piccola banda di onde elettromagnetiche comprese nella finestra ottica, sopra e sotto la quale esistono infinite frequenze di fotoni che non vediamo. Se potessimo osservare il mondo con occhi quantistici resteremmo sbalorditi dalla sua bellezza e intelligenza, perché lo vedremmo popolato da fotoni luminosi e iridescenti: fili di luce di tutti i colori che si intrecciano, si attorcigliano, si allungano a velocità vertiginosa verso l’esterno, verso l’infinito in tutte le direzioni.

Nella storia dell’evoluzione culturale sappiamo che la nostra capacità di percepire i colori (ossia le bande elettromagnetiche della luce) si è acuita ed estesa (nelle lingue primitive spesso il colore verde e blu hanno lo stesso nome), alcuni animali, invece, sono in grado di percepire gamme d’onda che noi non vediamo. Una delle caratteristiche preminenti del processo di evoluzione interiore spesso coincide con un subitaneo aumento delle percezioni visive. Ogni tradizione spirituale abbonda di casi di visione sottile in cui illuminati, meditatori e sensitivi dichiarano di vedere il corpo energetico, aloni e colori - le famose aure - intorno e dentro gli oggetti e le persone. Numerosi esperimenti, condotti in Giappone da Motoyana e Osaka, negli USA, nell’ex URSS, in Germania e Inghilterra, testimoniano che queste percezioni non sono un effetto allucinatorio o parafisico, ma si tratta dell'inconsueta facoltà di vedere i campi elettromagnetici di bande vicine a quelle visibili. Questo aumento di sensibilità potrebbe portare ad una nuova visione del mondo, se venisse compreso adeguatamente in termini scientifici e psicofisici.

La visione olistica della realtà tende a non separare il mondo fisico da quello spirituale, ma a considerare l’esistenza composta di piani compenetrati di energie più o meno sottili e evolute. L’evidenza che le nostre attività psichiche influenzano profondamente il nostro campo elettromagnetico è un fatto da tempo ipotizzato e di recente accertato anche a livello scientifico. Chi potesse vedere a colori i campi elettromagnetici attorno ad una persona, disporrebbe di uno strumento a dir poco stupefacente di comprensione, di cura e di evoluzione, poiché ogni emozione negativa o positiva, ogni malattia organica o blocco psicosomatico si riflette sull’aura o campo elettromagnetico e lo modifica. Comprendere le leggi di base delle onde elettromagnetiche significa capire uno dei meccanismi di base dell’intera esistenza.

 

Coerenza e ologramma

La fisica ci dice che quando due onde simili sono "in fase", ossia quando i loro picchi sono sincronici, formano come risultato un’unica onda di ampiezza doppia e di quadrupla energia. Al contrario, quando i loro picchi d’onda risultano opposti, le due onde si "abbattono" annullando ogni onda. Un emettitore di onde elettromagnetiche, come una lampadina, irradia fotoni con fasi d’onda non coerenti. Ogni fotone, quindi, ha una sua propria fase, differente da quella degli altri fotoni, e questo produce una luce non coerente. Nel laser, invece, i fotoni sono tutti coerenti tra loro e ciò aumenta incredibilmente la loro potenza.

Nel laser classico, un intenso fascio di fotoni viene emesso da una lampada a spirale verso un cilindro di rubino ai cui estremi si trovano due specchi di cui uno meno denso. I fotoni con onde non coerenti, intrappolati nel reticolo cristallino del rubino e riflessi dai due specchi, sono costretti a regolarizzare e uniformare le loro onde che, così, diventano ad altissima coerenza, acquistano un'energia estremamente più alta e superano la barriera del specchio, come Alice nel Paese delle Meraviglie. Così viene prodotto un fascio laser, un flusso di fotoni caratterizzati da un’unica onda coerente, una luce che possiede delle caratteristiche uniche, messe in evidenza dalla tecnica di fotografia olografica.

La coerenza è un fenomeno fondamentale per comprendere le logiche della comunicazione e dell'unità all'interno dei Cyber e tra di essi, e in particolare per comprendere l'unità e l'evoluzione delle funzioni neurofisiologiche del cervello umano quando entra in stato di unità di coscienza e quando si sincronizza con altri cervelli per formare una coscienza collettiva.

 

Il salto quantico, il quarto Koan

Il salto quantico è un altro Koan della nuova scienza: è stato preso come simbolo di ogni salto di coscienza o salto di comprensione, ed è alla base del modello Cyber. Gli elettroni girano intorno al nucleo con orbite sferiche concentriche e precise. Ogni volta che un elettrone aumenta la propria energia ricevendo un fotone di luce (o perde energia emettendo un fotone), esso "salta" da un’orbita più vicina al nucleo ad una più lontana (o viceversa), come vediamo nello schema della fig.*. Il salto quantico è paradossale perché avviene come se l'elettrone scomparisse da un orbitale per ricomparire in un altro, senza tuttavia essere transitato nello spazio tra i due orbitali. Questo fenomeno è stato associato, per analogia, ad una trasformazione immediata della coscienza che di colpo si risveglia, come in un Satori, o cade improvvisamente addormentata; esso rappresenta una caratteristica di base di tutta la materia, e ci ricorda la composizione a gradini o a livelli dell’esistenza tipica dei miti della montagna, della struttura degli ziggurat, dei mandala e del modello Cyber7. Analogamente alla materia atomica, di cui siamo composti, anche la coscienza, quindi, viene attivata attraverso dei salti quantici, come sarà esposto nel capitolo sull'evoluzione.

 

Quinto Koan: il principio d' indeterminazione di Heisenberg
L'immateriale coscienza dell'osservatore influenza l'energia della materia osservata

Il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce che non possiamo conoscere perfettamente o il momento o lo stato (quantità di moto) di un’onda-particella come l’elettrone, in quanto l'atto dell'osservare crea un'interazione con l'oggetto osservato e lo modifica. Da questo principio derivano due profonde considerazioni. La prima è che essendo la nostra osservazione della realtà limitata e incompleta nelle sue radici, l’intera struttura della conoscenza scientifica risulta probabilistica e non deterministica. Questo principio ha portato ad una rivoluzione nell’approccio strettamente razionale e rigidamente deterministico della scienza più ortodossa. Se alla base stessa della materia non può essere trovata una completa quantificazione, se le stesse strutture di base sono così evanescenti alla nostra logica analitica da apparire sia come particelle che come onde, la prerogativa della scienza di essere esatta e precisa si allenta. L’edificio della fisica, la più dura tra le scienze, si trova di nuovo ad avere le fondamenta sul vuoto.

La seconda considerazione è che ogni cosa, anche la coscienza dell'osservatore, è profondamente connessa con ogni altra parte del Tutto. Questo principio è considerato l'elemento chiave che ha introdotto il concetto di coscienza nella fisica quantistica. Per il metodo scientifico ortodosso, l’osservatore era come un agente astratto e teoricamente estraneo ad ogni osservazione sperimentale: da questo punto in poi la relazione continua e reale tra osservatore e osservato diviene evidente. L’osservatore, ossia la coscienza stessa dello scienziato, modifica l’esperimento con il semplice atto dell'osservare. Da questo principio nasce, per contro, la consapevolezza che la coscienza si manifesta interagendo con l'energia della dimensione fisica, proprio come se esistesse un'unica energia intelligente o coscienza vivente che si manifesta in infiniti aspetti e processi.

 

Sesto Koan: il principio di esclusione di Pauli: la sincronicità

Il fisico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945, evidenziò il principio di esclusione, che prese poi il suo nome, secondo cui due elettroni con lo stesso spin (direzione di rotazione) non possono stare sullo stesso orbitale intorno al nucleo dell’atomo.

Questo principio evidenzia, innanzitutto, che esiste una reale comunicazione nell'atomo come totalità, come se gli elettroni fossero costantemente a conoscenza, ossia fossero "informati" della posizione dell’altro elettrone o della situazione globale ed evitassero questa situazione. Tuttavia, è stato rimarcato che non potrebbe esistere un siffatto sistema di comunicazione all'interno dell’atomo, in quanto la velocità di "informazione" tra elettroni sarebbe maggiore di quella della luce, che è la più alta velocità esistente... non esiste quindi spiegazione fisica di questo fatto. Da questo principio nasce e si sviluppa il concetto di sincronicità, in collaborazione con lo psicologo C. G. Jung, e di "non località", due espressioni di un'unica legge profonda che lega e connette ogni aspetto dell'esistenza.

 

Settimo Koan: oltre Einstein, il paradosso della non località

Le anomalie con cui i "quanti" si manifestano sono innumerevoli. Dagli esperimenti della doppia fenditura, agli esperimenti di Ahronov e Bohm e di Weeler, la logica dei quanti sembra infrangere il nostro abito mentale di considerarli degli "oggetti" nello spazio e nel tempo. I "quanti", che formano tutto ciò che esiste materialmente, mostrano una natura molto più complessa in cui la relazione tra loro e con il campo universale è sempre presente.

Il paradosso della non località è sicuramente uno tra i più rivoluzionari fenomeni della fisica quantistica. Esso dimostra l’esistenza di una dimensione oltre il nostro concetto di spazio e tempo, che connette gli oggetti informandoli ad una velocità superiore a quella della luce e che quindi rappresenta un ponte tra materia e coscienza. Vediamone insieme la storia.

 Albert Einstein, insieme ai fisici Boris Podolski e Nathan Rosen, nel 1935 sostenne, con un immaginario esperimento chiamato appunto EPR (Einstein-Podolsky-Rosen), che le speculazioni di Heisenberg e Pauli fossero errate, in quanto in realtà non poteva esistere nessuna trasmissione di informazioni ad una velocità superiore a quella della luce. La realtà sperimentale, tuttavia, dopo quasi cinquant’anni ha contraddetto Einstein.

 

Non località: la telepatia atomica è più veloce della luce

"La telepatia atomica è più veloce della luce" è il titolo di un articolo apparso su "New Scientist", una delle più importanti riviste scientifiche del mondo, che esponeva i dati degli esperimenti condotti dal fisico Gerhard Hergerfeldt nel 1993 presso l’Università di Gottingen, in Germania, confermando gli esperimenti del fisico Alan Aspect all’Università di Parigi nel 1980.

Se già il principio di indeterminazione aveva evidenziato come il soggetto e l’oggetto sperimentale erano inequivocabilmente legati, l’esperimento del fisico quantistico Aspect e dei suoi colleghi sconvolge ancora più in profondità la logica deterministica della scienza attuale basata sulla diretta causalità. Aspect contraddice le ipotesi di Einstein e conferma la validità del teorema della diseguaglianza di Bell, che in breve si può esporre come segue: due sistemi quantistici che abbiano interagito almeno una volta, non possono più essere considerati separati. Una sottile legge di natura li connette anche se essi vengono allontanati tra loro fino agli estremi dell’universo.

Nell’esperimento di Aspect, due elettroni accoppiati con spin (rotazione) opposta venivano separati a grande distanza. Si è osservato che quando un polarizzatore (osservatore) misura uno spin in una certa direzione, automaticamente e simultaneamente lo spin dell’altra particella si orienta in direzione opposta. Questo avveniva in modo istantaneo, senza possibilità di una connessione di causa-effetto. La relazione di coppia non si cancella nel tempo, rimane una comunicazione oltre il tempo.spazio che conosciamo. Questi esperimenti provano l'esistenza di una interrelazione tra due particelle ad una velocità superiore a quella della luce, che li informa del loro stato reciproco, come se essi potessero conoscere ciò che accade al loro gemello in un qualsiasi altro punto dell'universo. L’accadere simultaneo dei due eventi relativi alla coppia di particelle separate sconvolge in modo drammatico l’attitudine analitica e riduzionista della mente occidentale. Le implicazioni di questo fenomeno possono essere enormi, se si tiene presente che all’inizio della creazione tutta la materia di cui è composto l’universo era unita in una singolarity.

 

Considerazioni riassuntive

La fisica quantistica, addentrandosi nel cuore profondo della materia, scopre che essa è energia, vuoto, onda vibrante in veloce movimento e mutamento; scopre il paradosso esistenziale della duplice, "impossibile" natura di onda e di particella dei fotoni e gli elettroni, le unità prime dell’intera esistenza. Scopre, anche, che ogni quanto di onda-particella è interconnesso con l'intero sistema, ossia ogni frammento è intimamente legato all'intera esistenza come Oneness, e quindi che tutte le parti dell'universo sono connesse tra loro dai campi elettromagnetici, come se fossero legate da un'unica energia intelligente che si manifesta in differenti forze e processi di creazione, conservazione e distruzione. Le leggi fisiche governano il Tutto come il Dharma, la legge dell'esistenza.

 


 

LE NUOVE FRONTIERE DELLA SCIENZA OLISTICA

 

Le radici della scienza olistica

Dopo aver preso atto di quanto spazio ci sia, all'interno della scienza ufficiale, per giustificare o spiegare una visione unitaria e non divisa dell'esistenza, prendiamo in considerazione le ipotesi e i modelli che costituiscono le colonne portanti della nuova scienza e della concezione olistica; e gli scienziati che hanno aperto nuovi orizzonti alla propria mente e a quella della nostra generazione.

La visione olistica rappresenta la base comune di tutto il nuovo pensiero scientifico. Consigliamo la lettura del campo centrale sul PARADIGMA OLISTICO e del dossier OLISMO in questo stesso campo.

Pitagora, uno dei padri della cultura scientifica occidentale, scopritore del teorema che porta il suo nome, dei numeri irrazionali ma anche dei suoni elementari e delle armoniche, è un esempio ante litteram del nuovo corso scientifico e rappresenta un perfetto esempio di ricercatore olistico, essendo al tempo stesso scienziato, artista e mistico. Pitagora, cinquecento anni prima della nascita di Cristo (e quindi nello stesso periodo del Buddha), aveva fondato l’intera mole delle sue ricerche sull’intuizione che l’intero universo non fosse un Caos di eventi meccanici casuali, ma un Cosmo, un’organica unità che si esprime attraverso leggi armoniche, regolari, universali, intelligenti. Il termine greco Kosmòs sottintende l'azione dell'ordinare; i numeri, la matematica e la geometria diventano, quindi, per Pitagora il codice tramite il quale l’essere umano è in grado di intuire, penetrare e comprendere il Logos, la logica della mente di Dio.

Pitagora, grazie alle esperienze illuminanti di trasformazione spirituale apprese in Egitto e in Oriente, divenne capace di percepire l’esistenza come un tutt'Uno, un Olos, un Cosmo che si evolve dal Caos, in cui materia e coscienza sono intimamente unite.

La scienza moderna ha scoperto gran parte delle leggi dell’universo, da quelle microcosmiche a quelle macrocosmiche ma, attualmente, tende ad interpretarle in modo riduttivo e materialista. Questo è lo schema epistemologico della scienza, dal suo nascere fino ad oggi, ma anche in questo campo sono in atto dei radicali cambiamenti.

 

La fusione delle culture

Nel presente momento storico di incontro e fusione delle culture del pianeta, la scienza e la cultura razionale occidentale entrano in contatto con culture primitive: queste culture antiche, spesso mistiche, sostengono un modello spirituale più intuitivo e legato all'esperienza, in cui Dio viene sperimentato come Natura, come lo stesso Universo in continuo divenire.

E' rilevante notare che la nuova scienza si sta creando proprio grazie a un gruppo di scienziati, fisici quantistici in primo piano, ma anche biologi, chimici, neurofisiologi, etologi e medici che hanno avuto esperienze interiori di trasformazione attraverso lo yoga o la meditazione, grazie all’incontro con uomini e donne di grande evoluzione spirituale o per proprie esperienze transpersonali. Tale esperienza interiore ha fatto loro intuire, comprendere e riformulare le conoscenze e le teorie della scienza materialista in termini più complessi, iniziando un processo di riconciliazione tra le dimensioni della coscienza e dell’intelligenza con la dimensione dell'energia e della materia. Queste loro intuizioni hanno portato a nuove ipotesi, nuove scoperte e nuove teorie che costituiscono un primo essenziale passo verso la trasformazione della scienza meccanicista in una scienza olistica.

Possiamo quindi assumere che il profondo rinnovamento, che da alcuni decenni è in atto all'interno della scienza, si allarga alla velocità con cui la popolazione diventa consapevole del proprio essere, delle limitazioni attualmente imposte alla conoscenza, e si rende conto della necessità di una nuova visione che consenta di non incorrere nei danni che il materialismo scientifico ha incoscientemente provocato all'essere umano e alla natura.

  


 

IL PARADIGMA OLISTICO 

Elenchiamo alcune tra le scoperte, paradigmi e ipotesi che negli ultimi trent'anni si sono imposte all'attenzione internazionale la cui conoscenza viene ritenuta indispensabile per avere una nuova visione scientifica dell'esistenza, in cui materia e coscienza non siano più necessariamente separate ma, anzi, ritrovino una loro logica di coesistenza.

  

Olismo. L'ordine implicato e l'ordine esplicato di David Bohm

L'ordine implicato e l'ordine esplicato proposti dal fisico David Bohm, sono un elemento essenziale per una comprensione olistica delle differenti dimensioni dell’esistenza, per riunire la materia alla coscienza. Bohm - collega di Einstein, stimato ricercatore e scopritore di alcuni interessanti fenomeni in fisica quantistica - sostiene che la realtà della coscienza è "implicata", ossia "ripiegata all’interno", rispetto alla realtà materiale che lui chiama "esplicata", ossia "dispiegata all’esterno". Nel suo libro "Wholeness and the implicate order" e nel più recente "Science, order and creativity" scritto insieme al fisico David Peat, Bohm espone in modo particolarmente interessante le logiche fisiche e psichiche dell'ordine "implicato" ed "esplicato", ovvero l'evoluzione e l'involuzione della nostra dimensione materiale o realtà "esplicata" (ossia svolta, spiegata) a partire dalla dimensione potenziale della coscienza o realtà "implicata" (ossia non espressa, ripiegata su se stessa). Secondo Bohm il "senso" (meaning) di un'informazione rappresenta una delle porte per la comprensione della realtà "implicata". La teoria di Bohm è sicuramente la più ampia e scientifica serie di considerazioni olistiche per spiegare l'esistenza della coscienza e la sua continua relazione con la materia fisica. Bohm è stato un vero scienziato olistico, dotato di grande sensibilità spirituale e amore per la natura, sempre alla ricerca di relazioni umane che nascessero dal cuore, un fantastico precursore dei tempi e del modello Cyber: Ha proposto concetti avanzatissimi come il campo olistico che circonda gli elettroni e ogni altra unità fisica, descrivendolo come un campo di informazione attiva dotato di una rudimentale qualità mentale. Bohm era convinto che lo sviluppo della coscienza individuale verso una più vasta e illuminata coscienza collettiva, che lui paragonava ad una sorta di superconduttività sociale ad alta energia e a bassa "temperatura", fosse un punto fondamentale per lo sviluppo della nuova cultura scientifica e planetaria. Bohm introduce anche il concetto di "significato" come elemento chiave per la comprensione del processo evolutivo, in quanto dal senso possiamo risalire alla coscienza implicata che percepisce il significato o senso delle informazioni.

 

La teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffi

La teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffi, biologo ed epistemologo austriaco è una delle colonne più importanti per una visione globale dell’esistenza. Bertalanffi rimproverò alla scienza meccanicista, ed in particolare alla biologia, di essere eccessivamente "analitico-sommatoria" ossia di scomporre e analizzare i fenomeni dividendoli in costituenti primari. La sua proposta era di considerare gli organismi viventi come "sistemi" complessi dotati di caratteristiche specifiche non deducibili dalla semplice somma delle parti costituenti. Bertalanffi, intorno agli anni Cinquanta, propose una "teoria generale dei sistemi" che riuscisse a riunire le proprietà generali e complesse di tutti i sistemi in base alla quale riunificare tutte le scienze. La teoria generale dei sistemi è alla base delle teorie dell'autopoiesi di Maturana e Varela, della teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, e in particolare della teoria sistemica generale dell’evoluzione, delle teorie della complessità e della teoria dei cyber.

 

La teoria sistemica generale dell'evoluzione, il vuoto sub-quantistico e il campo psi di Ervin Laszlo

La teoria sistemica generale dell'evoluzione, il vuoto sub-quantistico e il campo psi sono tre fondamentali ipotesi – proposte dall’epistemologo e filosofo della scienza Ervin Laszlo - che in pochi anni sono diventati dei veri nuovi paradigmi di lettura per una scienza olistica e sistemica internazionale. Laszlo, nei libri Evoluzione e Alle radici dell'universo, propone una coerente visione evolutiva formulando una Grande Teoria Sistemica capace di abbracciare l'intero processo di evoluzione dal Big Bang ai sistemi sociali. La base teorica proposta da Laszlo sarà esposta più estesamente nel capitolo sull'evoluzione e, su di essa sarà basata tutta l'intera teoria cibernetica dell'evoluzione della coscienza. Una grande rilevanza assume anche il concetto di Campo Psi che considera il Vuoto o meglio il vuoto sub-quantistico, come il Quinto Campo, la dimensione originaria da cui sono emerse e si sono differenziate le quattro grandi forze della fisica. Il Vuoto come Campo Psi, o "campo di punto zero" (zero point field), è la dimensione della coscienza da cui appunto originano e alla quale sono comunque sempre legati tutti i fenomeni dell'esistenza fisica, biologica e umana.

 

La scienza della complessità

La scienza della complessità è stata recentemente sviluppata dall'Istituto di Santa Fe. Morris Mitchell Waldrop, collaboratore dell'Istituto e autore del libro Complexity definisce la teoria della complessità come il "Grande Olismo Unificato". Iniziata nei primi decenni del secolo da Von Bertalanffi, Woodger, Needham e Haldane, la scienza della complessità si sviluppò come paradigma in opposizione sia al vitalismo che al meccanicismo, affermando il principio olistico secondo cui l'unità di un organismo non è riducibile alla somma delle sue parti, cercando un linguaggio capace di descrivere la globalità delle sue funzioni e attività. Fu alla base della teoria generale dei sistemi, successivamente venne applicata alla cibernetica, e più recentemente alle teorie del caos, configurandosi, comunque, in modo autonomo come "scienza della complessità". La teoria è basata sul principio di autorganizzazione spontanea e adattativa dei sistemi complessi, ad essa si rifanno numerose discipline e linee di ricerca come l'ecologia della mente di Gregory Bateson, l'epistemologia genetica e il cognitivismo di Jean Piaget, l'olismo epistemologico di Edgar Morin, la termodinamica dei processi irreversibili di Ilya Prigogine, le ricerche embriologiche di Waddington, l'etologia di Konrad Lorenz e la teoria matematica della morfogenesi di Renè Thom.

 

Il paradigma olografico

Il paradigma olografico – base scientifica dell’olismo - è uno dei paradigmi emergenti più importanti della nuova scienza in quanto ripropone in termini attuali, basati sulla coerenza, l'antico concetto di relazione micro-macrocosmica tra l'Uno e il Tutto, che venne espresso negli aforismi "come in alto così in basso" o "il tutto nel tutto".

 

La coerenza elettrodinamica quantistica di Giuliano Preparata ed Emilio del Giudice

La coerenza elettrodinamica quantistica sviluppata dai fisici Giuliano Preparata ed Emilio del Giudice sulla base delle teorie della superradianza di Robert H. Dicke, fisico di Princeton. La coerenza rappresenta uno dei punti di maggior interesse nella nuova scienza in quanto esprime la logica unitaria delle interazioni complesse tra particelle elementari attraverso la creazione di campi elettromagnetici di complessità crescente. Il campo collettivo, creato dall'insieme dei singoli campi delle particelle elementari, esprime un concetto dinamico sovra-individuale che anticipa, anche se per ora solo a livello di fisica quantistica, le varie teorie olistiche in cui l'intero è più della somma delle parti. Attraverso il concetto e l'applicazione della coerenza si possono comprendere le complesse logiche evolutive che dal mondo atomico portano al vivente.

 

Il dualismo interazionista di John Eccles

Il dualismo interazionista di Sir John Eccles, Nobel per la neurofisiologia, e la teoria dei tre mondi elaborata insieme al filosofo della scienza Carl Popper, sostiene che la dimensione della coscienza e della materia-energia sono in costante interrelazione. Nel suo ultimo e, forse, miglior libro, Come l'io controlla il suo cervello, Eccles si propone di sfidare e negare il materialismo e di restituire all'Io spirituale il controllo del cervello. La sua tesi, molto documentata, offre un quadro in cui la dimensione della coscienza è di estrema importanza e non è in alcun modo dipendente dalla dimensione materiale. La sua analisi entra in profondità nei meccanismi cerebrali offrendo risposte su come la neurostruttura cerebrale interagisce con la coscienza individuale. La concezione di Eccles, come quella di Bohm, benché non sovrapponibili, risultano di fatto simili nel riconoscimento della realtà della coscienza e della sua costante interdipendenza con questa vita.

 

Le strutture dissipative di Ilya Prigogine

 

Le strutture dissipative e le nuove formulazioni dei principi di termodinamica lontano dall'equilibrio di Ilya Prigogine, Nobel per la chimica, che nel libro La nuova alleanza presenta una rivoluzionaria interpretazione del principio di entropia, ribalta la vecchia visione meccanicista che la considerava una legge orientata necessariamente alla disgregazione e al caos, e mostra invece come nei sistemi lontani dall'equilibrio, chiamati strutture dissipative (come i sistemi viventi e la Terra), la stessa legge porta ordine e unità.

 

L’ipotesi gaia di James Lovelock

L’ipotesi Gaia di James Lovelock, di cui parleremo estesamente nel prossimo paragrafo(link), considera l'intero pianeta come un unico organismo vivente e autocosciente, ossia considera la Terra come un Cyber, un'unità vivente e cosciente.

 

La co-evoluzione di Eric Jantsch

La coevoluzione di Eric Jantsch si basa sulle teorie di Prigogine, e porta ad una nuova interpretazione dell'intero processo di evoluzione, visto non più come sistema casuale di crescita ma come sistema intelligente e ordinato di individui che crescono grazie alla auto-trascendenza, intesa come capacità di trasformare se stessi oltre i propri limiti attuali, e alla coevoluzione. La Coevoluzione si pone in modo polare rispetto al concetto di competizione individuale evolutiva, come lotta per la sopravvivenza di ogni singolo essere contro tutto e tutti.

Nella coevoluzione si pone in risalto l’elevatissima coerenza e cooperazione che si instaura tra individui della stessa specie e anche di specie diverse come logica di migliore evoluzione collettiva.

 

La sincronicità di Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung

La sincronicità, di cui parleremo estesamente nel rispettivo paragrafo (link.), è un elemento essenziale nella comprensione dei processi simultanei sia psichici (telepatia) che fisici (non località). Venne proposta dal Nobel della fisica Wolfgang Pauli e dallo psicologo Carl Gustav Jung. Questa legge fondamentale, che considera l'esistenza come un Tutto interconnesso e legato dal "senso", rappresenta l'altra polarità rispetto a quella di causa-effetto, per cui ogni evento è in qualche modo connesso dal significato a tutto il resto dell'esistenza.

 

La struttura che connette di Gregory Bateson

La struttura che connette di Gregory Bateson è un concetto cibernetico di unità ed interazione tra le varie realtà oggettive dell'esistenza che, pur apparendo separate e indipendenti, rivelano una profonda interrelazione informatica, una sorta di rete mentale della natura nella sua globalità vivente.

 

Il campo morfogenetico di Rupert Sheldrake

Il campo morfogenetico del biologo Rupert Sheldrake, sostiene un principio di conservazione dell'informazione legata alla forma della materia chimica come degli esseri viventi o delle idee; questa forma, o campo morfico, può essere trasmessa e ricevuta da altri campi (esseri viventi) simili. La sua affascinante teoria presuppone una dimensione in cui l'informazione legata ad una specifica forma esiste anche quando il corpo fisico scompare, ad esempio una rosa che viene bruciata mantiene il suo campo morfico in una dimensione parallela dove può influenzare nuovamente la nostra realtà fisica. Questa teoria è stata provata con una serie di esperimenti in diverse parti del mondo.

 

Il Tao della fisica di Fritjof Capra

Il Tao della fisica di Fritjof Capra, per la prima volta espone una visione unitaria tra materia e coscienza, mette il grande pubblico in contatto con i nuovi paradigmi unitari della scienza e del misticismo; Capra ha continuato in questa opera di grande divulgazione con una serie di ipotesi e di sintesi tra pensiero scientifico e spirituale nei libri: Il punto di svolta, L'universo come dimora e Verso una nuova saggezza.

 

L’autopoiesi di Humberto Maturana e Francisco Varela

L'autopoiesi e i sistemi auto-organizzanti di Humberto Maturana e Francisco Varela, ossia la capacità degli esseri viventi di autorigenerarsi globalmente e le teorie sistemiche applicate agli esseri viventi ed al loro processo di evoluzione, sono stati espressi nei libri Autopoiesi e cognizione e L'albero della conoscenza.

 

La memoria dell’acqua di Jacques Bienveniste

La memoria dell'acqua di Jacques Bienveniste, testimonia in modo inconfutabile una trasmissione dell'informazione biologica (stimolo alla degranulazione di linfociti del sangue) attraverso l'acqua e i campi elettromagnetici ed offre un fondamentale punto di spiegazione scientifica dell'omeopatia e delle medicine biocibernetiche.

 

La neuropsicoendocrinoimmunologia

Le endorfine e i neurotrasmettitori scoperti da Candace Pert cancellano la vecchia divisione mente-corpo per un nuovo modello psicosomatico globale. Da queste scoperte nasce la neuropsicoendocrinoimmunologia. La Pert parla di avanzati modelli olistici, di "unità psicosomatica", di "reti di informazioni", di corpo intelligente e di sopravvivenza della coscienza secondo la legge di conservazione dell'energia.

 

I frattali di Benoit Mandelbrot

E' merito di Mandelbrot l'averci rivelato l'esistenza di una geometria frattale insita nella natura e nella matematica. Il frattale è una figura complessa di grande bellezza estetica generata dai computer grafici attraverso lo svolgimento di un'equazione matematica "iterativa", ossia che ritorna su se stessa, includendo il risultato ottenuto nella successiva equazione. I frattali evidenziano come all'interno del modello stesso si manifestino, su scala progressivamente più piccola o più vasta, una serie di modelli simili al modello di base in modi sempre differenti ma analoghi. La logica frattale, quindi, sostiene in chiave matematica il pensiero olistico micro-macrocosmico del generarsi e del ripetersi delle medesime strutture (pattern) in insiemi infinitamente più vasti o piccoli.

 

L’olone di Arthur Koestler

L'olone di Arthur Koestler è il primo modello olistico moderno e precursore del modello Cyber. Secondo Koestler ogni unità è un olone, un sistema globale, che, come Giano Bifronte, è in costante relazione con gli insiemi-oloni più vasti di cui è intrinseca parte e, dall'altra, con gli insiemi-oloni più piccoli che lo costituiscono. Nel concetto di olone tuttavia non è espressamente contemplata alcuna definizione di coscienza e di centro di coscienza.

 

Il modello olistico "Cyber" di Nitamo Montecucco

Il modello Cyber - proposto da Nitamo Montecucco - rappresenta il primo modello di coscienza scientifico che utilizza un linguaggio e una logica cibernetica - informatica per comprendere e spiegare come la coscienza e l’energia fisica interagiscono tra loro creando il mondo. Il modello Cyber permette di spiegare l’evoluzione della coscienza dalla fisica, alla biologia alla condizione umana in modo coerente con la Teoria Sistemica Generale dell'Evoluzione, offrendo nuove prospettive per la comprensione psicosomatica del cervello e della coscienza. Il modello Cyber permette di riassumere in un linguaggio moderno sia gli antichi modelli di anima, che i dati di neuropsicologia per creare una visione e un modello olistico di essere umano.

 

Concludiamo questo capitolo sulle colonne della nuova scienza approfondendo sei di esse: l'ipotesi Gaia, il paradigma olografico, la sincronicità, la teoria generale dei sistemi, il vuoto sub-quantistico e il modello cyber. Queste colonne sostengono la necessità di includere e considerare la coscienza come parte essenziale della ricerca e della scienza stessa, conducendo un'affascinante opera di riconciliazione tra scienza, natura e spiritualità.


 

CONOSCENZA E REALTA'

di Enrico Cheli

Gran parte della riflessione epistemologica contemporanea e degli studi empirici sui processi cognitivi evidenziano che ciò che percepiamo di ogni realtà, fenomeno, processo non è mai del tutto "oggettivo", intrinseco alla realtà osservata, ma dipende anche dalle nostre preesistenti credenze a riguardo, dalle mappe/schemi cognitivi di cui disponiamo e più in generale dalla nostra "immagine del mondo". Pertanto, la realtà che consideriamo esterna e, quindi, indipendente da noi (oggettiva, appunto), è invece, sempre e comunque, una rappresentazione/costruzione mentale e quindi in certa misura soggettiva e interiore.

Sia nel campo della fisica che in quello delle scienze socioantropologiche il novecento potrebbe essere ricordato come il secolo del relativismo: ciò che è osservato non può prescindere dalle caratteristiche, dalla posizione, dal punto di vista di colui che osserva.

Questo principio è valido tanto nella vita quotidiana quanto nell’indagine scientifica, pertanto sia nelle scienze fisiche e naturali che a maggior ragione in quelle umane e sociali l'osservatore, il ricercatore, va considerato parte integrante della realtà che osserva, e non più una entità super-partes come la immaginava il mito positivista: "Ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine" (W. Heisenberg, citato da Capra F., 1982: 160).

Ciò implica alcune importanti conseguenze, tra cui: 

Dal modello teorico adottato dipendono la nitidezza e la veridicità dell'osservazione, ma anche i limiti: infatti, è inevitabile perdere tutto ciò che va oltre le previsioni della teoria, che sta fuori dal "fascio di luce" che essa proietta. Ogni teoria insomma prende in considerazione solo alcuni aspetti e/o dimensioni della realtà, evidenziandole come figure di primo piano, mentre ne tralascia inevitabilmente altri, che si perdono nello sfondo. Pertanto, di una stessa realtà sono possibili molteplici visioni, a seconda della teoria e dei relativi criteri osservativi adottati. Detti criteri sono un aspetto tutt’altro che secondario nel processo di conoscenza e rappresentano anzi il nocciolo pulsante, la sorgente di luce che dà senso a quanto osservato; nel campo della scienza essi dipendono da vere e proprie teorie esplicite e sono in genere precisi e formalizzati, mentre nell'ambito della vita quotidiana essi sono più vaghi e spesso inconsci, poiché derivano da sistemi di credenze e assunti di senso comune che rappresentano una sorta di teorie implicite, più sfumate e meno coerenti di quelle cosiddette scientifiche, ma non troppo diverse da esse. Entrambi i tipi di teorie hanno infatti in comune alcuni importanti aspetti di fondo: a) ogni teoria è un tentativo di spiegazione della realtà, non la realtà, pertanto: b) ogni teoria è una ipotesi che dovrebbe essere comprovata dai fatti (dove "comprovata" rinvia alla verifica sperimentale o sul campo, per la scienza, e alla esperienza personale propria e altrui per la vita quotidiana). Inoltre, i due tipi di teorie si influenzano a vicenda: le principali teorie scientifiche (attraverso la scuola, la divulgazione, i media) entrano a far parte del bagaglio culturale di un popolo e ne modificano, se pur lentamente, le credenze e il modo di pensare; tuttavia è anche vero il contrario, e cioè che ogni scienziato, in quanto persona, risente dei sistemi di credenze e degli assunti di senso comune dell’ambiente socioculturale in cui è stato inculturato/socializzato. L’approccio scientifico può ridurre in parte tale influenza ma non la può eliminare del tutto, specie se — come spesso accade — tali credenze e assunti sono del tutto inconsapevoli.

Come vedremo ancor più approfonditamente nel corso di questo capitolo, la realtà — o meglio la realtà come ci appare — non è qualcosa di oggettivo bensì il prodotto della interazione tra ciò che osserviamo e il modo in cui lo osserviamo. Detto in altri termini, la realtà che consideriamo esterna e, quindi, indipendente da noi (oggettiva, appunto), è invece, sempre e comunque, una rappresentazione/costruzione mentale e quindi in certa misura soggettiva e interiore.

Se accettiamo questa tesi (e ormai sono davvero pochi quelli che la rifiutano) dobbiamo trarne una ovvia ma non banale conseguenza, e cioè che cambiando schemi — mutando paradigma — possiamo cambiare in certa misura la realtà.

 

1. La mappa non è il territorio

Una degli assunti più importanti della moderna scienza cognitiva è che, per quanto i nostri sensi possano darci l'impressione di poter prendere contatto diretto con la realtà e interagire con essa, quello che ci appare come realtà non è la realtà, così come una mappa non è il territorio che rappresenta (Cfr. Korzybski A., 1948). Ciò che è accessibile alla nostra consapevolezza e con cui ci rapportiamo è piuttosto una sorta di mappa intrapsichica della realtà, "costruita" dalla nostra mente sulla base di una gamma di dati rilevati dai sensi (gamma assai ristretta rispetto alla complessità effettiva del campo) e di una serie di principi organizzativi/elaborativi che strutturano e danno senso a tali dati; principi che, come vedremo, hanno una validità tutt'altro che assoluta. Una mappa mentale è insomma una entità diversa dallo stato di cose che rappresenta: essa è costituita infatti non dalle cose stesse, che si trovano, per così dire, all'esterno della nostra mente, ma piuttosto da simboli delle cose: immagini, parole, sensazioni. Non sussiste quindi una corrispondenza diretta, fisica, tra un oggetto o fenomeno e la sua percezione/rappresentazione, ma semmai un nesso simbolico o una analogia strutturale.

Il rapporto tra "rappresentazione mentale" e "realtà" o "processo" rappresentati (un oggetto, un evento, una persona etc.) è in un certo senso paragonabile a quello esistente tra una carta geografica e il territorio che raffigura: la prima non ha col secondo niente a che fare, materialmente parlando, né come dimensioni o composizione chimico/fisica, né come proprietà cromatiche o presenza di oggetti etc., ma si limita a illustrarne la "struttura spaziale", le relazioni esistenti tra alcune delle cose che lo compongono (monti, fiumi, strade, città etc.) convenzionalmente rappresentate da "contrassegni" di vario tipo (diverse densità di colore, linee azzurre o rosse, gruppetti di piccoli rettangoli o cerchietti etc.).

 

 figura 1 - Esempio di mappa topografica

Per dirla con Hans Vahihinger (1967: 89) "L'intero mondo delle rappresentazioni, nella sua totalità, non è affatto destinato ad essere un'immagine (fotografica ed esatta) della realtà — scopo che gli sarebbe impossibile adempiere — ma è piuttosto uno strumento per meglio orientarsi nella realtà stessa".

La capacità di rappresentazione della realtà non è, in senso generale, tipicamente umana, in quanto riscontrabile anche in altre specie animali evolute. La specie umana però, a differenza di tutte le altre specie, ha la capacità non solo di formare modelli percettivi del mondo fisico (cioè basati su informazioni raccolte direttamente dagli apparati sensoriali), ma anche modelli concettuali, che rappresentano cioè, a diversi livelli, entità astratte di vario tipo (e possono, tra l'altro, influenzare i primi). Inoltre l'uomo può costruire modelli con varie finalità, rappresentando non solo stati di cose reali nel qui-ed-ora, ma anche quelli possibili in futuro o solo immaginari: l'essenza primaria dei modelli mentali consiste infatti nella loro utilità sul piano adattivo ed è evidente l'importanza di poter rappresentare eventi futuri in modo svincolato dalle contingenze percettive del momento. Come sostiene Johnson Laird (cit., 38): 

"Se l'organismo porta nella testa 'un modello in scala ridotta' della realtà esterna e delle proprie possibili azioni, ciò vuol dire che esso è in grado di sperimentare varie alternative, di decidere quale di esse è la migliore, di reagire a situazioni future prima che si presentino, di utilizzare la conoscenza degli eventi passati nel trattare quelli presenti e futuri, e in generale di reagire in modo molto più completo, più sicuro e più adeguato alle circostanze che si presentano".

 

2. Le teorie degli schemi cognitivi

 Fin dai primi decenni del XX secolo alcuni psicologi avevano ipotizzato che — contrariamente a quanto sostenuto dalla teoria associazionista — percezione e memoria non fossero meri processi riproduttivi della realtà, ma piuttosto attività costruttive guidate da "una organizzazione attiva delle reazioni passate o delle esperienze passate" (Bartlett, 1932, 21) . Tuttavia i tempi non erano ancora maturi, e la teoria degli schemi cognitivi iniziò a trovare credito presso il mondo scientifico solo alcuni decenni dopo. Attualmente la maggior parte degli studiosi è d'accordo sull'assunto che l'uomo non costruisce le proprie rappresentazioni mentali ogni volta ex novo, basandosi sui soli dati percettivi, ma si serve anche di schemi pre-strutturati che possono derivare sia da personali, precedenti esperienze, sia, in misura perfino maggiore, da apprendimenti di carattere socioculturale. Pertanto l’attività conoscitiva non va vista come una funzione passiva di mera ricezione dei dati sensoriali, ma come un processo costruttivo che ricerca in modo finalizzato i dati e li organizza in modo attivo.

L'esame attivo dell'ambiente e la sua rapida interpretazione mediante schemi rispondono ad una esigenza di orientamento presente in ogni forma vivente e particolarmente sviluppata nell'essere umano. Grazie all'utilizzazione di "configurazioni preesistenti" (definite dai vari autori: schemi, modelli, prototipi etc.) l'essere umano può semplificare la complessità delle nuove situazioni che si trova ad affrontare, assimilandole a situazioni simili già note. Gli schemi operano in primo luogo selezionando a priori, tra le innumerevoli informazioni disponibili, quelle che riguardano aspetti ritenuti essenziali in rapporto agli obiettivi, consapevoli o inconsapevoli, del percettore; quindi elaborandole sulla base di procedure gia collaudate, in virtù della somiglianza, presunta o reale, tra la nuova situazione e situazioni analoghe affrontate in passato ed infine interpretandole in riferimento a preesistenti nozioni, credenze, valori, norme. Pertanto, quando la percezione di un oggetto, persona, fenomeno interagisce con uno schema, i dati vengono ad essere ordinati in una maniera che riflette non solo le caratteristiche di tale oggetto ma anche la struttura dello schema. In altri termini, la nostra immagine della realtà non dipende solo dalle caratteristiche intrinseche della realtà ma anche (talvolta soprattutto) dagli "occhiali" (schemi) attraverso cui la percepiamo.

Cercherò di chiarire meglio questo importante punto proponendo al lettore un simpatico gioco di abilità: si tratta di riuscire a toccare tutti e nove i punti della figura 1 con una linea spezzata costituita da massimo quattro segmenti senza mai staccare la matita dal foglio.

 

Figura 2 - Rompicapo del "quadrato"

 

Per la gran parte delle persone che per la prima volta vi si cimentano, il gioco non è affatto semplice e invito il lettore a tentare almeno per qualche minuto di risolverlo da solo prima di procedere nella lettura.

La difficoltà principale (si veda la soluzione riportata in fondo al capitolo) dipende dal voler rimanere (o meglio, dal credere di dover rimanere) all'interno del quadrato che i punti sembrano delineare: ma tale obbligo non è assolutamente contenuto nelle istruzioni ed inoltre la figura non è affatto un quadrato, che per definizione è costituito da quattro segmenti uniti ortogonalmente tra loro, ma semplicemente somiglia a un quadrato. Tale somiglianza fa però scattare un forte e abitudinario schema percettivo (quello del quadrato appunto) che condiziona in negativo la ricerca della soluzione. Basterebbe uscire dai vincoli posti da tale schema di riferimento per cogliere immediatamente la soluzione, ma uscire dalle abitudini non è cosa facile. Per farlo è necessario prendere consapevolezza che di abitudine — e non di realtà — si tratta, e che ciò che si vede è quello che i nostri occhiali ci permettono di vedere. Questo rompicapo ci insegna che molto più spesso di quanto si pensi, non è la realtà a dover essere cambiata, ma gli occhiali che indossiamo!

Approfondiamo adesso il concetto di schema, che, come si è detto, non contiene informazioni specifiche su casi particolari, ma rappresenta piuttosto la struttura di classi di casi: esso è quindi considerabile uno stereotipo, o meglio, un prototipo di una certa classe di oggetti, situazioni, fenomeni (cfr. Rosch E., 1976). Da un altro punto di vista gli schemi sono anche definibili come insiemi gerarchicamente interrelati di aspettative e ipotesi ciascuna delle quali può collegare o un oggetto ai suoi presunti attributi, o una specifica azione alle sue conseguenze previste; essi pertanto funzionano come regole di possibilità che guidano l'attività interpretativa dell'uomo e ne prestrutturano l'agire. Nel primo caso parleremo di schemi interpretativi mentre nel secondo avremo degli schemi comportamentali.

Va però precisato che gli schemi costituiscono non tanto delle organizzazioni cognitive stabili e rigidamente definite, quanto invece — per dirla con Piaget — il frutto di un continuo processo di accomodamento/assimilazione tra l'individuo e l'ambiente. Si tratta, insomma, di strutture che possono essere modificate o create ex novo in funzione sia delle caratteristiche della realtà sia degli scopi del percipiente. La relazione tra conoscenze e schemi ha dunque un andamento biunivoco, nel senso che, se molte volte sono gli schemi che "plasmano" la realtà, vi sono anche casi in cui in funzione di nuovi dati si devono modificare gli schemi o crearne di nuovi.

Naturalmente, i due casi suddetti sono casi limite, e non è detto che l'attività si svolga sempre su uno dei due estremi. Può anzi avvenire che schemi e dati si influenzino vicendevolmente, in misura diversa in rapporto alla situazione e alla flessibilità/rigidità dell'individuo.

Una questione assai importante, su cui torneremo al capitolo III, è quella riguardante la natura, innata o acquisita, delle strutture cognitive. Se per alcuni studiosi essa va considerata essenzialmente innata (vedi il caso delle strutture profonde di Chomsky) per altri appare più credibile la tesi "ambientalista" (neoempirista), che li vede come prodotti dell’apprendimento e quindi acquisiti, pur se in una forma elastica, che prevede che almeno alcuni schemi molto generali siano innati; altrimenti non si spiegherebbe come possa il bambino attivare il flusso informativo che lo porterà poi a costruire schemi sempre più complessi e specifici. "Quello che i bambini sanno — sostiene U. Neisser (1976: 87) — è come esplorare il loro ambiente e come organizzare le informazioni che ne ottengono così che queste possano contribuire ad ottenerne altre. Essi non sanno molto bene come farlo, ma abbastanza bene per cominciare".

Se si accetta la seconda tesi, si apre una seconda questione aperta che riguarda il come gli schemi vengano acquisiti: mentre molti studiosi, specie tra gli psicologi, individuano come fonti primarie la percezione e l'esperienza, altri autori, specie nell'ambito delle discipline socioantropologiche, sottolineano che gran parte degli schemi vengono acquisiti in forma preconfezionata nel corso del processo di inculturazione/socializzazione.

 

3. La programmazione socioculturale della mente

Il punto di vista socioantropologico più diffuso riguardo alla questione della conoscenza e degli schemi può essere così sintetizzato: le strutture cognitive, nella maggior parte dei casi, non traggono origine dai processi elaborativo-creativi attuati dall'individuo in base alle proprie esperienze, percezioni sensoriali, bisogni, motivazioni etc. ma provengono — più o meno direttamente e in forma già compiuta — dall’ambiente socioculturale di appartenenza. La realtà, così come noi la vediamo, è quindi mediata da una serie di schemi che, fin dall'infanzia, la società (attraverso i più diversi agenti socializzanti, dalla famiglia alla scuola, dalle chiese ai mass media) ci propone/impone bell'e pronti. Il processo tramite il quale ripetute esperienze si cristallizzano (Stark W., 1958), dando luogo a credenze, atteggiamenti, modelli di comportamento etc., è di natura essenzialmente sociale e va quindi rapportato alla cultura ed al sistema sociale di appartenenza dell'individuo piuttosto che alle sue diverse esperienze soggettive. Ciò che conta di queste ultime non è tanto l'aspetto sensoriale ma quello interpretativo: il significato cioè che ad esse viene attribuito dall'individuo: orbene, tale significato è nella maggior parte dei casi già culturalmente definito prima ancora che il singolo venga al mondo, e gli diviene disponibile, esplicitamente o implicitamente, consapevolmente o meno, mediante l’acquisizione delle credenze e dei valori attuata nel corso del processo di inculturazione/socializzazione. Le strutture cognitive vanno quindi considerate un prodotto (e un riflesso) della società e la loro genesi e riproduzione si attua mediante processi interazionali e simbolici collettivi che travalicano l'apporto elaborativo e creativo del singolo, che può, al più, all'interno dei limiti normativi e valoriali consentiti dalla sua comunità, adattare in chiave personale gli schemi socialmente appresi alle proprie esperienze personali, ma non certo crearli ex novo a partire (solo) da esse. Questo punto è chiaramente (e anche un po' drasticamente) espresso da Karl Mannheim (1929; trad. it.: 4-5):

A rigore, non è corretto dire che il singolo individuo pensa. E' molto più esatto affermare che egli contribuisce a portare avanti il pensiero dei suoi predecessori. Egli si trova ad ereditare una situazione in cui sono presenti modelli di pensiero a essa appropriati e cerca di elaborarli ulteriormente, o di sostituirli con altri, per rispondere, nel modo più conveniente, alle nuove esigenze, nate dai mutamenti e dalle trasformazioni occorse nella realtà. Ogni individuo è quindi predestinato in un duplice senso dal fatto di crescere in una società: da un lato egli trova una situazione ormai costituita e, dall'altro, egli ha a che fare con modelli già formati di pensiero e di comportamento.

Gran parte delle teorie psicologiche tendono a considerare la conoscenza come un qualcosa di a-storico, creato ex novo da ogni generazione umana, i cui membri sono visti come instancabili ed efficienti "esploratori e teorizzatori", con un approccio conoscitivo al mondo simile, per coerenza e razionalità, a quello degli scienziati. La sociologia e l'antropologia culturale, d'altro canto, insistono sulla tesi del primato della società sull'individuo, considerando — nelle posizioni più estreme — la conoscenza come qualcosa di ben poco soggettivo e alquanto statico, che si accresce sommativamente e viene tramandato in modo più o meno acritico ad individui passivi. La percezione/rappresentazione della realtà, pur essendo un processo che ha luogo a livello mentale, nell'individuo, dipenderebbe quindi prevalentemente da quelle categorie socialmente condivise da lui interiorizzate.

Come si evince da queste, pur brevi, considerazioni, le differenze tra psicologia e sociologia circa la questione della percezione/rappresentazione della realtà appaiono al momento difficilmente superabili, anche solo in una pura logica di compromesso. Tuttavia una sintesi tra le due posizioni rappresenta un passaggio obbligato se si vuole pervenire ad una valida concezione della conoscenza umana. E' pertanto nostra intenzione procedere in questa direzione, prendendo avvio da un breve riepilogo delle tappe salienti dello studio in chiave socioculturale della suddetta questione.

All'interno della suddivisione dei campi di studio fino ad oggi più o meno tacitamente accettata da entrambe le discipline, la psicologia si è interessata della connessione tra percezione/rappresentazione di una data realtà e apprendimenti individuali precedenti in vario modo ad essa specificamente attinenti; a tal fine si è avvalsa di concetti quali: credenza, atteggiamento, pregiudizio, schema, che si suppongono eminentemente soggettivi, dipendenti dalle esperienze peculiari di ciascun individuo e quindi diversi da persona a persona (pur con certe regolarità tipologiche).

La sociologia e l'antropologia, d'altro canto, non si sono soffermate sulle peculiarità individuali ma sulle omogeneità intraculturali e sulle differenze interculturali; sull'individuazione cioè di quegli aspetti sociali che più influenzano le rappresentazioni collettive e sulle dinamiche socio-interazionali inerenti la loro propagazione, legittimazione, rielaborazione, modificazione.

Già negli scritti di August Comte, padre "ufficiale" della sociologia, si trovano riferimenti espliciti alla funzione distorcente esercitata sul pensiero umano da determinate categorie di origine sociale: infatti, nella sua teoria sulla evoluzione della società in tre stadi successivi (religioso, metafisico e positivo) egli individuava i primi due stadi come caratterizzati da una forte influenza di categorie predeterminate (di argomento, appunto, religioso o metafisico). Solo con l'avvento del terzo stadio, quello positivo, l'umanità poteva liberarsi dal pregiudizio e dal dogmatismo ed affrontare la realtà in modo scientifico empiricamente verificabile. E' comunque a Karl Marx e alla dottrina dell'ideologia che vengono comunemente fatte risalire i fondamenti della sociologia della conoscenza. "Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza" (Marx K., trad. it. 1957: 11). Per Marx l'intera sovrastruttura (le idee, il diritto, le esperienze soggettive, religiose, estetiche, morali etc.) è un riflesso della struttura socioeconomica. Nella produzione e nel mantenimento della sovrastruttura non tutte le classi sociali hanno la stessa parte ed è soprattutto la classe dominante a svolgere un ruolo attivo, producendo e/o difendendo quelle idee e categorie più conformi ai suoi interessi materiali e ai suoi rapporti sociali, "quindi queste idee e categorie sono tanto poco eterne quanto le relazioni che esse esprimono. Sono prodotti storici e transitori" (Marx K., trad. it. 1969: 89).

Per quanto originale e penetrante, la concezione dell'ideologia di Marx è riduttiva, particolare come dice Mannheim (op. cit.) nel senso che attribuisce natura distorta (ideologica, appunto) solo alle categorie e alle idee di origine aristocratico-borghese, ritenendo possibile, per la classe proletaria — una volta liberatasi dal dominio delle suddette classi — il pervenire ad un pensiero obbiettivo che si affranchi da tendenze faziose e dall'uso dell'ideologia come strumento di dominio. Come però ha successivamente dimostrato Mannheim (ibi), la distorsione ideologica non può essere imputata ad una sola parte della società, né tantomeno può essere considerata derivante da una attività manipolativa sempre intenzionale e coordinata di particolari gruppi o classi sociali. Tale fenomeno va visto piuttosto come una costante inevitabile dell'attività cognitiva umana, propria tanto alle classi dominanti quanto a quelle dominate, e alla quale non si sottrae nemmeno lo studioso imparziale.

La sociologia del sapere è strettamente congiunta, anche se sempre più se ne distingue, alla teoria dell'ideologia (...) Lo studio delle ideologie ha fatto il suo compito di smascherare gli inganni e le mistificazioni, più o meno consapevoli, che sono presenti negli interessi dei gruppi, in particolare dei partiti politici. La sociologia del sapere non si occupa delle menzogne che nascono da un deliberato sforzo di ingannare, quanto ai differenti modi in cui la realtà si rivela al soggetto in conseguenza della sua diversa posizione sociale. Infatti, le strutture mentali sono inevitabilmente conformate in maniera differente, a seconda dei vari stati sociali e storici.

D'accordo con tale distinzione noi lasceremo alla teoria dell'ideologia solo le prime forme in cui si presenta il pensiero "scorretto" e falso, mentre la parzialità della conoscenza, in quanto non dipenda più da una consapevole intenzione, verrà a costituire l'oggetto specifico della sociologia della conoscenza (Mannheim, op. cit. pp. 268-9).

E' su questa concezione totale dell'ideologia che si fonda l'attuale sociologia della conoscenza, facendo proprio un relativismo cognitivo che anche in altri ambiti disciplinari (principalmente l'antropologia culturale e sociale) andava affiorando attorno agli anni '30, pur incontrando all'inizio, come del resto in sociologia, notevoli resistenze e vere e proprie opposizioni. Ciò anche a causa del fatto che, accettando tale concezione, si deve accettare come conseguenza che anche il pensiero scientifico sia suscettibile di distorsione — cioè "ideologizzato" — idea questa che si scontrava frontalmente con il mito positivista della obbiettività scientifica, all'epoca in piena auge e che ancora oggi trova non pochi sostenitori.

 

4. Linguaggio e realtà: l'ipotesi Sapir-Whorf

Così come la sociologia della conoscenza tende a vedere la rappresentazione della realtà come funzione della struttura sociale e della posizione in essa rivestita dall'individuo, l'antropologia culturale ha messo in luce come su tale rappresentazione influiscano anche fattori che non hanno un immediato e diretto nesso con la struttura sociale, e che inoltre operano trasversalmente ad essa, agiscono cioè, entro certi limiti, sia sulle classi dominate che su quelle dominanti: esempio emblematico in tal senso è quello del linguaggio, come adesso vedremo. Numerosi studi antropologici hanno rivelato fin dagli inizi del XX secolo che i modi in cui le persone percepiscono ed organizzano la realtà si differenziano notevolmente da un popolo all'altro, da una etnia all'altra e, per certi aspetti, anche tra una (comunità) tribù e l'altra. Come già aveva intuito Montesquieu oltre due secoli fa, (cfr. Lo spirito delle leggi, trad. it. UTET, 1952) aspetti della realtà che hanno valore per certi gruppi umani possono non averlo per altri e gli eventi possono assumere significato ed importanza diversi a seconda delle convenzioni sociali e culturali sulla cui base vengono considerati. Ciò è attribuibile non solo e non tanto a diverse caratteristiche dell'habitat (condizioni climatiche, geografiche, quantità e qualità delle risorse etc.) quanto piuttosto a fattori culturali distintivi dei vari gruppi, fattori che possono anche essersi originati in relazione all'habitat ma che possono nascere e/o operare anche a prescindere da esso, permanendo attivi anche una volta che siano mutate le condizioni "oggettive" che ne hanno favorito la comparsa.

Il linguaggio — in quanto "espressione" delle peculiarità sociali e culturali del gruppo in cui si è formato — può essere considerato il "filtro" percettivo/interpretativo forse più rilevante sul piano culturale. Secondo E. Sapir (1929), che per primo formulò questa tesi, l'uomo orienta il processo di costruzione della realtà in modi diversi a seconda del linguaggio che adotta e della cultura cui appartiene:

E' un'illusione credere che ci si possa adattare alla realtà senza l'ausilio della lingua, e che questa sia solo un mezzo incidentale per risolvere problemi specifici di espressione e riflessione. La verità è che il "mondo reale" è, in gran parte, costituito inconsciamente sulla base delle abitudini linguistiche di un gruppo... L'uomo vede, ascolta, ed ha altre esperienze, nella larga misura in cui le ha, proprio perché le abitudini linguistiche della sua comunità lo predispongono a certe scelte interpretative.

Benjamin Lee Whorf riprese e sviluppò in seguito questa ipotesi, portando anche numerose testimonianze a favore di essa. Il brano che segue testimonia assai chiaramente il pensiero di Whorf.

La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma fa parte di una grammatica particolare e differisce, in misura maggiore o minore, in differenti grammatiche. Analizziamo la natura secondo linee tracciate dalla nostra lingua. La categoria e i tipi che isoliamo dal mondo dei fenomeni non vengono scoperti perchè colpiscono ogni osservatore; ma, al contrario, il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato in larga misura dal sistema linguistico delle nostre menti. Sezioniamo la natura, la organizziamo in concetti e le diamo determinati significati, in larga misura perchè siamo partecipi di un accordo per organizzarla in questo modo, un accordo che vige in tutta la nostra comunità linguistica ed è codificato nelle configurazioni della nostra lingua.

L'accordo è naturalmente implicito e non formulato, ma i suoi termini sono assolutamente tassativi; non possiamo parlare affatto se non accettiamo l'organizzazione e la classificazione dei dati che questo accordo stipula (...) (Whorf B. L., 1940: 169).

Anche se l'estremismo (evidente nel brano citato) con cui Whorf sosteneva la propria ipotesi, l'ha fatta oggetto, all'inizio, di non poche contestazioni, i risultati sperimentali gli hanno poi reso spesso giustizia. Le direzioni in cui si sono mosse le numerose ricerche empiriche volte a verificare tale ipotesi sono due: quella degli studi intralinguistici — svolti all'interno di comunità monolinguistiche — e quella degli studi interlinguistici, tesi a confrontare soggetti che parlano lingue diverse ed a correlare le eventuali differenze percettivo/comportamentali riscontrate in tali soggetti, con le differenze tra i vocabolari e le regole grammaticali delle rispettive lingue.

Tra gli studi del primo tipo ricordiamo quelli di Brown R. W. e Lenneberg E. H. (1954), relativi alla capacità di discriminare e riconoscere i colori. Partendo da un assortimento di 24 campioni di colori diversi, gli autori rilevarono che i soggetti sperimentali denominavano verbalmente meglio e più rapidamente alcuni colori che non altri; 4 di questi colori (due di più facile denotazione, due più incerti) furono poi mostrati ad un secondo gruppo e quindi, dopo averli mischiati ad un assortimento di altri colori, fu chiesto loro di riconoscerli. I risultati indicarono che i colori più agevolmente individuati erano quelli meglio classificabili linguisticamente.

In una ulteriore analoga ricerca, condotta sugli indiani Zuni, gli autori constatarono un fatto ancor più interessante: gli Zuni — nella cui lingua i colori giallo ed arancio hanno lo stesso nome — confondevano spesso, nel test di riconoscimento, i due colori, errore questo che non si era mai verificato nella precedente ricerca con soggetti di lingua inglese, la quale prevede per i due colori nomi distinti.

Relativamente agli studi interlinguistici appare interessante, tra gli altri, il lavoro di Carrol J. B. e Casagrande J. B. (1958) volto a verificare le differenze tra i bambini parlanti lingua navajo e quelli di lingua inglese riguardo alla capacità di determinare le caratteristiche di forma degli oggetti. Partendo dalla constatazione che la lingua navajo prevede, per l'azione di maneggiare oggetti, una varietà di verbi diversi a seconda della forma dell'oggetto e di altre sue qualità (vedi l'esempio fatto in precedenza circa gli oggetti che cadono), i ricercatori ipotizzavano una maggiore capacità di distinzione della forma da parte dei bambini navajo. Il procedimento adottato consisteva nella presentazione, a ciascuno dei bambini dei 3 gruppi sperimentali (uno navajo di lingua navajo; uno navajo di lingua inglese e uno bianco di lingua inglese), di dieci coppie di oggetti (uno per volta) cui seguiva un terzo oggetto che aveva una similitudine di colore, forma o grandezza con uno solo dei due oggetti della coppia: il bambino doveva identificare quale. I risultati indicarono differenze altamente significative tra i bambini navajo di madre lingua e quelli di lingua inglese, a conferma dell'ipotesi di Whorf, anche se il 3° gruppo (bianchi) rivelò capacità superiori ad entrambi pur parlando inglese. I ricercatori non considerarono tuttavia invalidante il dato, attribuendolo al fatto che i bambini di tale gruppo appartenevano alla classe media superiore e che pertanto avevano notevole dimestichezza con giochi legati alla forma (i cubi, le costruzioni, etc.) fattore, quello dell'esperienza, senz'altro influente sulla acquisizione della capacità di astrazione da parte dei bambini.

A conclusione di questa, pur breve, panoramica va detto che, nel complesso, l'ipotesi Sapir-Whorf ha riscosso più consensi (e anche verifiche sperimentali) che non smentite e rappresenta certamente uno dei pilastri dell'attuale approccio socioculturale alla conoscenza. Del resto, la storia ci insegna che la cultura di un popolo, il suo pensiero ed il linguaggio si sviluppano insieme, influenzandosi reciprocamente e riflettendo, al contempo, le caratteristiche dell'ambiente in cui il gruppo vive, l'ordine istituzionale che lo caratterizza e le esigenze che la comunità, a vari livelli, presenta. Il linguaggio, quindi, rappresenta un condensato della cultura e della storia di un gruppo etnico, un codice che si è evoluto nel tempo affinando le proprie capacità denotative, acquisendo o perdendo parole, modi di dire, strutture sintattiche in funzione delle diverse esigenze d'uso del gruppo, dei differenti oggetti o situazioni ambientali, sociali, istituzionali da affrontare etc. "Il linguaggio, la parte più importante di ogni cultura, è una chiave di interpretazione dell'intera cultura. Può essere pensato come il pensiero cristallizzato di un popolo" (Krech D. et al. 1970: 359).

Ogni individuo, sin dall'infanzia, vive quindi in un contesto linguistico pre-definito ed impara a comunicare e a ragionare attraverso il linguaggio del gruppo di appartenenza. E' di conseguenza plausibile che, nella sua visione del mondo, tendano ad affermarsi in modo più spiccato quegli oggetti, attributi, stati d'animo, situazioni meglio descrivibili nei termini della lingua che egli parla, mentre gli altri passano in secondo piano, andando cioè a costituire lo sfondo, più o meno indifferenziato, della sua visione del mondo.

Il linguaggio, come l'ordine sociale, è un prodotto dell'uomo, che si evolve e si modifica storicamente, ma è anche l'elemento più pervasivo e, forse, omeostatico, di una cultura; come sostengono Berger P. L. e Berger B. (1969) esso va considerato la prima istituzione di una società. Il linguaggio è il vincolo socioculturale più potente anche perchè è quello meno consapevolmente percepito come tale dalle persone. Nonostante che la sua natura sia chiaramente convenzionale, arbitraria, per la maggior parte delle persone il linguaggio è oggettivamente connesso alla realtà che rappresenta. Ciò dipende in massima parte dal fatto che esso viene appreso assai precocemente: per il bambino il linguaggio appare infatti "come inerente alla natura delle cose, ed egli non può afferrare la nozione della sua convenzionalità. Una cosa é la parola con cui la si definisce, e non potrebbe essere chiamata in alcun altro modo" (Berger P. L. e Luckmann T., 1966: 90).

Riepilogando, ogni essere umano, nel suo percorso di crescita, "eredita" inevitabilmente il linguaggio, le credenze, i valori, le regole e i ruoli tipici del proprio popolo, della propria famiglia e del gruppo sociale di appartenenza; in altri termini, apprende il loro modo di vedere la realtà e di vivere la propria vita. Questo processo di inculturazione e socializzazione è essenziale per rassicurarci, da bambini, e per consentirci di orientarci nel mondo e divenire membri riconosciuti della società, ma c'è anche il rischio che ci abituiamo a vedere la realtà solo ed esclusivamente attraverso certe lenti preconfezionate e a ragionare secondo determinati schemi mentali.

La nostra mente in effetti è per certi versi simile a un computer, programmato in larga misura da altre persone, dai nostri genitori, dalla scuola, dai libri, dai mass media. Certo, vi entra anche un po' della nostra esperienza diretta, ma è poca cosa: non più del 5-10 per cento di ciò che sappiamo e crediamo vero deriva dalla nostra esperienza personale, tutto il resto è qualcosa che abbiamo letto su libri o giornali, che abbiamo visto e udito al cinema o alla televisione, che ci hanno detto i nostri genitori e insegnanti, che abbiamo sentito in giro.

Questo processo di apprendimento "dagli altri" presenta importanti vantaggi, perché ci consente di velocizzare il nostro orientamento nel mondo senza che ogni generazione debba ripartire dall'età della pietra ma possa anzi progredire "ergendosi sulle spalle di coloro che l'hanno preceduta". Tuttavia, quegli stessi schemi che ci aiutano in un primo tempo a comprendere il mondo possono diventare col tempo un ostacolo formidabile alla nostra crescita individuale e collettiva se non si evolvono fluidamente: è quello che è avvenuto alla nostra civiltà, e a ogni altra civiltà. Ogni società, una volta raggiunto un certo grado di organizzazione sociale tende infatti ad irrigidirsi su se stessa, in uno strenuo mantenimento di principi, credenze, valori che un tempo erano nuovi e funzionali ma che poi, non evolvendosi, divengono sempre più anacronistici. Questo fenomeno è spiegabile sociologicamente con la tendenza conservatrice di gruppi e classi dominanti a mantenere il potere e lo status quo, ma è evidente che c'è anche una dimensione individuale da tenere di conto. Certo, una qualche stabilità nella struttura percettiva, un qualche ordine o schema mentale è utile, spesso indispensabile per non perdersi in un mare di input sensoriali. Il problema è che gran parte degli schemi, credenze, valori di una società vengono perpetuati a prescindere dalla loro effettiva validità, talvolta per ignoranza o superstizione, più spesso per semplice abitudine, e altre volte ancora per interesse e potere. Ancora oggi, varcata la soglia del duemila, ci portiamo dentro modi di pensare vecchi di secoli o millenni, con conseguenze tutt'altro che benefiche sia sul piano collettivo che su quello individuale . E soprattutto, ci portiamo dentro l'illusione di fondo che le nostre idee, valori, credenze siano davvero nostre, mentre invece sono in gran parte il frutto dei condizionamenti ricevuti, della inculturazione subita.

La scienza moderna, ai suoi albori, svolse un importantissimo ruolo evolutivo, mettendo in discussione alcuni schemi (dogmi, miti, superstizioni etc.) del tutto infondati e spesso nocivi. In seguito, tuttavia, come si è visto al capitolo precedente, si è posta lei stessa in un ruolo conservatore, creando e difendendo nuovi dogmi e miti.

 

5. Verso un approccio psicosociale

Come risulta evidente anche dai pochi cenni sin qui fatti, vi sono numerosi punti in comune nelle diverse concezioni disciplinari dei processi cognitivi umani; non si può tuttavia ignorare che siamo ancora lontani da una visione unitaria e coerente. Il compito è difficile ma non impossibile, purché però si ammetta senza mezzi termini che non può essere proficuamente risolto all'interno degli angusti (e spesso fin troppo ideologizzati) confini di una singola disciplina, qualunque essa sia. E' piuttosto necessario il concorso di più prospettive, ad iniziare da quelle tra loro più vicine:

Si tratta di rimettere in discussione ogni scienza dell'uomo in quanto cornice di riferimento; la cornice di riferimento della psicologia è lo spirito umano, la cornice di riferimento della sociologia è la società. Lo spirito umano ci rimanda alla società, nella quale è alienato, proiettato in opere e istituzioni. E la società ci rimanda a questo spirito umano. In altri termini, la psicologia diventa sterile se non è sociologia; la sociologia diventa sterile se non è psicologia. Questa esigenza interna di superamento, che rimette in discussione ogni scienza particolare, è appunto (ciò che intendo per) la (nuova) antropologia" (Morin E., 1985: 257-8 - tra par. ns.).

Fino ad oggi lo studio della dimensione socioculturale è stato considerato dagli psicologi un ambito per lo più estraneo ai loro interessi, così come l'analisi della soggettività è stata vista dalla gran parte dei sociologi come un territorio appannaggio di altre discipline; ciò sulla base di una delimitazione del campo esplicitamente argomentata da pochi ma tacitamente accettata dalla maggior parte degli studiosi.

Per quanto attiene allo studio della conoscenza umana, uno dei pochi approcci che avvicinano psicologia e sociologia è quello della teoria delle rappresentazioni sociali di Serge Moscovici (1973; 1989). Una rappresentazione sociale è un sistema cognitivo costituito da valori, nozioni e pratiche, una struttura di implicazioni che connette inestricabilmente la dimensione cognitiva a quella dei valori e delle pratiche. I processi psico-sociali tramite cui si generano le rappresentazioni sociali sono fondamentalmente due: l'ancoraggio e la oggettivazione. Il primo si riferisce alla tendenza a ridurre le idee insolite a categorie e immagini ordinarie, a porle in un contesto familiare, ad integrare l'oggetto della rappresentazione in un quadro cognitivo, valoriale e normativo preesistente. Tale processo presenta una notevole analogia con quanto previsto dalla teoria degli schemi, analogia riconosciuta dallo stesso Moscovici che infatti si richiama esplicitamente al concetto di prototipo di Rorsch (1977) quale modello per l'ancoraggio, anche se va precisato che la teoria degli schemi limita il discorso al piano cognitivo, senza alcun esplicito riferimento a valori e norme sociali.

Il secondo processo consiste nell'oggettivazione delle idee risultanti dall'applicazione del primo, trasformando la loro astrattezza in concretezza, reificando cioè i concetti che le compongono. "Ogni cultura — sostiene Moscovici — ha il suo dispositivo fondamentale per trasformare le sue rappresentazioni in realtà. Talvolta le persone e talvolta gli animali sono serviti a questo scopo. Sin dall'inizio della meccanica, gli oggetti sono succeduti loro e noi siamo ossessionati da un animismo inverso che popola il mondo di macchine anziché di creature viventi. Così potremmo dire che laddove si tratti di complessi, atomi o geni, noi non immaginiamo tanto un oggetto, quanto creiamo una immagine con l'aiuto dell'oggetto in generale, col quale noi li identifichiamo" (Moscovici, 1989: 64).

Riassumendo, il principio a cui entrambi i processi si ispirano è quello, già menzionato, del rendere usuale l'inusuale: il primo svolge il proprio compito inserendo l'idea oggetto della rappresentazione nell'universo simbolico a noi noto; il secondo opera conferendo ad essa, mediante una analogia, una forma tangibile (antropomorfa, animale, meccanica etc.).

Similmente al concetto di schema, anche quello di rappresentazione sociale si richiama all'idea di struttura, ma mentre per il primo si tratta di una struttura di regole logico-razionali, il cui modello è costituito dal modo di osservare e conoscere l'ambiente tipico dello scienziato, per il secondo abbiamo una struttura di implicazioni — potremmo dire regole analogiche — che si richiama al senso comune più che alla conoscenza scientifica. In questo, la teoria di Moscovici appare più vicina alle effettive modalità di costruzione simbolica della realtà operanti nella società. Inoltre, il concetto di rappresentazione sociale è più ampio di quelli finora utilizzati dalla psicologia sociale statunitense — atteggiamento, credenza, schema — e si può dire che in un certo senso li comprende tutti; le rappresentazioni sociali possono infatti considerarsi una sorta di "teorie" su branche specifiche della realtà; certo, teorie non esplicitamente formulate, né verificate scientificamente, ma comunque socialmente accettate. La loro funzione è duplice: in primo luogo, mettere ordine nel caos percettivo e consentire così all'individuo di orientarsi nell'ambiente; quindi, favorire la comunicazione tra i membri di una società, ponendosi quale "codice per denominare e classificare in maniera univocamente condivisa le componenti del loro mondo, della loro storia individuale e collettiva" (ibidem, 11, tra par. ns.).

 

6. Rappresentazioni sociali e schemi cognitivi

Se confrontiamo la teoria di Moscovici con quelle degli schemi cognitivi notiamo molti punti in comune; in effetti gli aspetti su cui esse si differenziano sono quelli inerenti le modalità attraverso cui si vengono a formare le rappresentazioni o schemi. La teoria degli schemi ritiene che si tratti di un lavoro essenzialmente individuale e (almeno inizialmente) induttivo, che prende il via dall'elaborazione intrapsichica del materiale informativo raccolto e ricevuto dall'ambiente, un materiale che può essere, come si è visto, non solo sensoriale, ma anche concettuale, ad esempio testi linguistici, scritti o parlati. Tale concezione si regge, in sintesi, sui seguenti assunti: j) i meccanismi elaborativo/costruttivi (leggi: processi cognitivi) sono peculiari dell'individuo nei contenuti ma universali nei principi strutturali di fondo; jj) le differenze tra le immagini del mondo delle persone vanno attribuite essenzialmente a differenze sia nelle loro motivazioni e personalità sia nel "materiale da costruzione" impiegato (leggi: esperienze sensoriali e concettuali); jjj) Il materiale percettivo sottoposto ad elaborazione ed i processi costruttivi vengono, in questo approccio, considerati ben distinti e possono, e devono, essere studiati separatamente.

La teoria delle rappresentazioni sociali è in netto disaccordo con questo modo di concepire il problema, e in particolare col terzo punto: "come noi pensiamo — dice Moscovici (1989, 92) — non è distinto da ciò che noi pensiamo".

È del tutto logico tener conto del fatto che i processi sociali e pubblici sono stati i primi a verificarsi, e che essi sono stati gradualmente interiorizzati per divenire processi psichici. Così, quando analizziamo i processi psico-sociali scopriamo che essi sono psico-sociali. E' come se la psicologia contenesse la sociologia in forma condensata. E uno dei pressanti compiti della psicologia sociale è quello di scoprire l'una nell'altra, e di comprendere questo processo di condensazione" (op. cit., 90).

La genesi di una rappresentazione si attuerebbe quindi, secondo Moscovici, a livello di interazione sociale, ed è resa possibile dall'esistenza di un universo simbolico consensuale (costituito da un linguaggio, da valori, conoscenze e norme comuni) che ne definisce il significato. Come risulterà chiaro in seguito, la mia personale opinione è che abbiano ragione entrambi, nel senso che alcuni schemi/rappresentazioni sociali si formano grazie all'interazione sociale, altri derivano da processi ed esperienze eminentemente individuali ed altri ancora si sviluppano da un concorso dei due processi insieme.

 

7. Schemi e percezione: un rapporto biunivoco

Se è vero che gli schemi o rappresentazioni sociali danno forma e senso a ciò che l'individuo percepisce, è altrettanto vero che nuove conoscenze ed esperienze possono influenzare gli schemi, cambiandoli, ampliandoli o creandone di nuovi. Tale cambiamento, una volta prodotto, può non rimanere circoscritto alla situazione specifica che l'ha originato, ma riflettersi anche su altre sfere, determinando nuovi modi di percepire e interpretare determinati insiemi di informazioni; si ha, in questo caso, quello che viene in genere definito come un cambiamento della struttura mentale dell'individuo.

In genere, tuttavia, è più facile che vengano adattate le informazioni agli schemi piuttosto che il viceversa, nel senso che l'interpretazione della realtà tende spesso a permanere in linea con la preesistente visione del mondo anche in presenza di evidenti contraddizioni. Gli schemi sono, per loro natura, alquanto stabili: così come lentamente si formano — a seguito di ripetute esperienze, tramite procedimenti di astrazione e generalizzazione, o per via di insegnamenti altrui di sufficiente continuità (socializzazione/inculturazione) — altrettanto lentamente, in genere, si modificano. Pertanto, che la modificazione venga determinata da esperienze personali, oppure da "insegnamenti altrui" (ad esempio tramite letture, studi, corsi), è comunque necessaria una certa ridondanza della stimolazione. I vari studi sull'apprendimento e sulla modificazione degli schemi indicano inoltre che le variabili in gioco non sono solo quelle esterne, le nuove informazioni, ma anche quelle interne: in primo luogo la motivazione ad apprendere e l'interesse per l'argomento; tanto maggiori sono questi ultimi aspetti, tanto più "ricettivo, sensibile" è l'individuo a cogliere la "novità" proveniente dall'esterno. Viceversa, nel caso motivazione e interesse non siano particolarmente elevati, o siano addirittura assenti, le "nuove" informazioni ben difficilmente produrranno cambiamenti nella struttura e nella gerarchia delle conoscenze.

E ancora, un ulteriore fattore da tener presente è che l'individuo è esposto, in genere, a più fonti informative, anche con orientamento divergente verso un determinato tema o oggetto, e ciò tende ad annullare l'effetto di ridondanza. Informazioni "innovatrici", potenzialmente capaci di innescare modificazioni nella struttura cognitiva dell'individuo, vengono spesso affiancate da altrettante informazioni "conservatrici" e confermatrici della validità degli schemi già presenti.

Un ulteriore fattore che può facilitare o inibire il processo di ristrutturazione cognitiva è il grado di flessibilità mentale ed emozionale dell'individuo: si ha flessibilità quando l’individuo è "permeabile", disponibile a modificare i propri schemi qualora le nuove informazioni lo richiedano; si ha rigidità quando gli schemi sono evocati in massima parte dalle abitudini del ricevente e scarsamente influenzabili dalla realtà. Nel primo caso è lo schema che viene adattato alla realtà, mentre nel secondo vi è una "forzatura" della realtà all'interno di uno schema rigidamente prestabilito. Naturalmente, flessibilità e rigidità vanno intesi come estremi di un continuum all'interno del quale si possono riscontrare gradazioni diverse da persona a persona.

Le teorie scientifiche, per quanto più elaborate e controllate, sono assimilabili a schemi o rappresentazioni sociali, e come loro hanno lo scopo di aiutare a incasellare e interpretare dati e informazioni in base a modelli già noti; tuttavia, qualora emergano nuovi dati che non possono essere incasellati nelle teorie preesistenti o che creano contraddizioni con le loro previsioni, sarebbe dovere degli scienziati rivedere le teorie e eventualmente cambiarle, ampliarle, sostituirle.

 

8. La realtà osservata non è mai oggettiva

Come abbiamo visto da varie angolature (psicologiche, sociologiche, antropologiche) la conoscenza umana risulta largamente influenzata dagli schemi e dalle conoscenze preesistenti. E ciò non riguarda solo la conoscenza di senso comune ma anche la conoscenza scientifica: anche lo scienziato vede il mondo attraverso determinate lenti, anche lui percepisce mediante schemi: quelli della propria disciplina (che sono tutt'altro che definitivi e infallibili) e quelli suoi personali (poiché prima di essere scienziato, è anch'egli un uomo sociale, che porta in sé, nel bene e nel male, i frutti del processo di socializzazione/inculturazione e dunque risente dei condizionamenti socioculturali tipici del proprio ambiente culturale e della propria condizione sociale). Come dice Geertz, abitando in edifici quadrati, vivendo in stanze quadrate, sedendo su sedie quadrate non possiamo fare altro che pensare pensieri quadrati.

Ma non è finita: a prescindere dalla preesistenza di schemi, credenze e simili, l'atto stesso di osservare una qualsivoglia realtà introduce in essa dei fattori aggiuntivi e quindi in qualche misura la modifica. Ciò è ben noto agli studiosi di scienze umane e sociali col nome di "effetto sperimentatore" o anche "effetto intervistatore", nel senso che uno sperimentatore o un intervistatore, con il loro comportamento, per quanto controllato sia, tendono ad influenzare le risposte e i comportamenti dei soggetti che si propongono di studiare. Le risposte ad una intervista o ad un questionario non esprimono mai il solo punto di vista dell'intervistato, ma piuttosto rappresentano il prodotto tra esso e il punto di vista di chi pone le domande e anche di chi ha predisposto il questionario. Talvolta questo effetto è trascurabile, seppur sempre presente, talaltra è invece consistente al punto da distorcere completamente la percezione della realtà. Questo per un certo periodo ha posto una grossa ipoteca sulla possibilità delle scienze socio-psico-antropologiche di raggiungere standard di oggettività paragonabili a quelli delle cosiddette scienze esatte (fisica, chimica, biologia etc.) finché non si è cominciato a rendersi conto che neppure quelle scienze erano davvero esatte e oggettive. Anche in fisica o in chimica l'atto di osservare e studiare una certa realtà la altera, ma l'effetto è spesso talmente infinitesimale da essere passato per secoli del tutto inosservato. Solo con gli studi sull'infinitamente piccolo che ci si è resi progressivamente conto di quanto l'osservatore sia parte integrante della percezione e non un soggetto esterno e distaccato come voleva l'ideologia positivista.

I dati emersi dalle ricerche di microfisica e le implicazioni della teoria della relatività, per un verso e della meccanica quantistica per l'altro, non solo tendono a sgretolare il paradigma meccanicista-riduzionista, ma minano alle fondamenta la concezione stessa di "scienza", nel mito a lei più caro: quello dell'oggettività/obiettività: sta cioè inesorabilmente cadendo l'illusione di una scienza del tutto "oggettiva" volta a rappresentare la realtà come pura materia, certa e prevedibile nella immutabilità delle sue leggi fondamentali.

La scienza classica si è fondata sotto il principio dell’oggettività, cioè sotto il segno di un universo costituito da oggetti isolati (in uno spazio neutro), soggetti a leggi oggettivamente universali. In questa visione, l’oggetto esiste in maniera positiva, senza che l’osservatore/concettualizzatore partecipi alla sua costruzione con le strutture del suo intelletto e le categorie della sua cultura. (...) L’oggetto è dunque un’entità chiusa e distinta, che si definisce in isolamento nella sua esistenza, nelle sue caratteristiche e nelle sue proprietà, indipendentemente dal suo ambiente. Si determina la sua realtà "oggettiva" tanto meglio, quanto più lo si isola sperimentalmente. L’oggettività dell’universo degli oggetti si trova così nella loro duplice indipendenza, nei confronti dell’osservatore umano e in quelli dell’ambiente. (E. Morin, 1983: 122-3)

Il fuoco dell'indagine scientifica, dunque, non si incentra più sull'oggetto "assoluto" ma sulle relazioni che esso relativisticamente instaura con gli altri "oggetti", ivi incluso in primissimo luogo il soggetto osservatore.

Una attenta analisi del processo di osservazione in fisica atomica ha mostrato che le particelle subatomiche non hanno significato come entità isolate, ma possono essere comprese soltanto come interconnessioni tra la fase di preparazione di un esperimento e le successive misurazioni. La meccanica quantistica (...) mostra che non possiamo scomporre il mondo in unità minime dotate di esistenza indipendente. Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di nessun "mattone fondamentale" isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto. Queste relazioni includono sempre l'osservatore come elemento essenziale. (...) e le proprietà di qualsiasi oggetto atomico possono essere capite soltanto nei termini dell'interazione dell'oggetto con l'osservatore. (...) Quando ci si occupa della materia a livello atomico, non si può più operare la separazione cartesiana tra l'io e il mondo, tra l'osservatore e l'osservato. Nella fisica atomica, non possiamo mai parlare della natura senza parlare, nello stesso tempo, di noi stessi (F. Capra, 1982: 81-82).

Due delle scoperte forse più rivoluzionarie in proposito sono quelle che poi hanno dato luogo rispettivamente al "principio di indeterminazione" di Heisenberg, e al "principio di complementarità" di Bohr tra loro strettamente collegati.

Il principio di indeterminazione indica che "nel mondo subatomico non possiamo mai conoscere contemporaneamente la posizione esatta e l’esatta quantità di moto di una particella: quanto meglio conosciamo la posizione, tanto più incerta diventa la quantità di moto, e viceversa. Possiamo decidere di effettuare una misura precisa di una delle due quantità, ma allora resteremo completamente all’oscuro dell’altra". (Capra F:, 1982: 182)

Il principio di indeterminazione è importante per il nostro discorso perché esprime l’inadeguatezza dei concetti fisici classici: "Anzitutto, il concetto di una entità fisica distinta quale la particella è una idealizzazione che non ha alcun significato fondamentale. Essa può essere definite solo in rapporto alle sue connessioni con il tutto, e queste connessioni sono di natura statistica: probabilità invece di certezze" (F. Capra:, 1982: 183-4).

Il principio di complementarità (già accennato in precedenza) riguarda il fatto che, a seconda del modo in cui si osserva, una particella sub-atomica può apparire ora come particella, ora come onda, e questa natura ambivalente è particolarmente evidente con la luce, che può assumere sia l'aspetto di un fascio di particelle (i fotoni) sia l'aspetto di un flusso di onde elettromagnetiche. In quanto corpuscolo, una particella appare distinta e separata dalle altre e dal tutto, così come una goccia sembra separata dalle altre gocce e dall'oceano da cui si è staccata; un'onda invece non ha sembianze individuali ma costituisce una increspatura dell'oceano ed è evidente il suo stretto collegamento con esso. La visione corpuscolare porta a individuare oggetti distinti, mentre la visione ondulatoria rileva processi dinamici, pertanto la prima porta ad una visione oggettuale e materiale del mondo, la seconda a una visione processuale e informazionale. Se accettiamo che entrambe le visioni siano legittime, possiamo dire in un certo senso hanno ragione sia i realisti che gli idealisti, nel senso che la multidimensionalità è anche connaturata alla realtà, ma il suo modo di manifestarsi dipende dalla modalità di osservazione.

Dalle diverse considerazioni sin qui svolte, emerge con chiarezza che la realtà, anzi la conoscenza della realtà, non può prescindere dall'osservatore: essa "rimanda non soltanto alla realtà fisica in ciò che ha di irriducibile alla mente umana, ma anche alle strutture di questa mente umana, agli interessi selettivi dell'osservatore/soggetto, e al contesto sociale e culturale della conoscenza scientifica" (Morin, op. cit.: 181).

Ne consegue che si debba in primo luogo ridimensionare il rapporto fino ad oggi intercorso tra scienze fisiche e scienze dell'uomo: se finora le teorie sulla materia e sul suo comportamento (meccanica) hanno fatto da modello di riferimento per le teorie sull'uomo e il suo agire (emblematico, a riguardo, il caso del behaviorismo in psicologia) da oggi in avanti appare sempre più significativo l'apporto che le teorie sulla percezione, sulla coscienza e sulla comunicazione umana possono fornire alla scienza nel suo complesso.

Negli ultimi anni si è assistito ad un rapidissimo incremento di interesse della scienza ufficiale per l’elusivo fenomeno della coscienza. Il premio Nobel Francis Crick, scopritore del DNA e conosciuto internazionalmente per il suo rigore empirico, ha dichiarato che la coscienza è legittimo campo di ricerca scientifica. Il Nobel Edelmann sostiene di aver compreso alcuni dei processi fondamentali del fenomeno consapevolezza in termini neurofisiologici. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i meeting scientifici sul tema della coscienza; il primo grande congresso tenutosi nel 1994 a Tucson, presso l’Health Sciences Center dell’Università dell’Arizona, sul tema "Verso una base scientifica della coscienza" ha visto circa trecento scienziati e studiosi di tutto il mondo confrontarsi con ipotesi e dati, accomunati in gran parte dalla convinzione che presto la scienza saprà comprendere la coscienza e la materia fisica in una visione più globale e unitaria; nello stesso congresso del 1996 si sono radunati più di ottocento scienziati e filosofi. Nel Novembre del 1994 si è tenuto a Miami il primo simposio sulla coscienza organizzato dalla Society for Neurosciences mentre in Inghilterra è uscito il primo numero della rivista scientifica The Journal of Consciousness Studies a cui collaborano fisici, neurofisiologi e filosofi. (N. F. Montecucco, 2000: 114)

 

 9. Conclusioni

La realtà è molto più estesa e multiforme di quanto essa possa apparire a qualunque osservatore, da qualunque punto di vista egli si ponga; il territorio insomma contiene molti, moltissimi più elementi, attributi, relazioni di quanto qualunque mappa sia in grado di rappresentare. Tale limite sembra essere intrinseco all'esistenza materiale e non è superabile, ma certo è migliorabile, forse indefinitamente, pur se in modo asintotico; e ciò vale sia per l'individuo che, in misura più evidente, per la specie, come sembra indicare la storia biologica e culturale del genere umano.

Se non si possono evitare certi limiti conoscitivi, si può e si deve però evitare di confondere la mappa con la realtà, di attribuire a quest'ultima confini, vincoli, contraddizioni che appartengono invece alla prima e che pertanto vanno attribuiti in ultima analisi ai limiti del cartografo. Il punto, come si è visto, non è far coincidere mappa e territorio, percezione e realtà, poiché oggi sappiamo che ciò è impossibile; si tratta piuttosto di far si che la mappa si approssimi sempre più fedelmente al territorio, tramite un ampliamento degli orizzonti e una riduzione delle distorsioni. Ogni progresso conoscitivo amplia l'orizzonte e al contempo corregge la posizione di quanto già rappresentato nella precedente mappa; in altri termini, si ha progresso quando nuovi, inattesi dati inducono a creare nuovi schemi, migliori dei precedenti. La teoria di Einstein costituisce una approssimazione più ampia e corretta alla realtà di quella di Newton, ma nessuna delle due è la verità assoluta, e fra non molto la "relatività" subirà probabilmente la stessa sorte della meccanica classica: non sarà invalidata (come del resto la seconda non è stata invalidata dalla prima) ma verrà relegata a caso particolare, ad approccio applicabile solo in ristretti sistemi di riferimento, con variabili comprese entro certi valori e con esigenze di margini di errore non troppo piccoli.

Il paradigma finora dominante ha fatto della riduzione della complessità (e conseguente frammentazione) il suo principio guida; adesso tuttavia stiamo comprendendo che è necessario dare spazio anche ad una visione di tipo olistico, che tenga conto della globalità dei processi e dell'interdipendenza dei vari elementi in gioco. Allo stesso tempo è sempre più chiaro che il modo in cui la realtà ci appare non dipende solo dalle sue qualità intrinseche, ma è anche il prodotto dell'interazione tra queste e l'osservatore, l'uomo. Quindi non è solo nello studio della realtà tangibile, esteriore, che dobbiamo cercare le risposte, ma anche (forse soprattutto) nella mente umana, nelle sue caratteristiche neurofisiologiche di base (l'hardware) e nella sua programmazione, socialmente e culturalmente influenzata (il software).

 


 

FRAMMENTAZIONE E GLOBALITA' COME PROCESSI COGNITIVI DI BASE 

di Enrico Cheli

 

1. Introduzione

Gran parte della riflessione epistemologica contemporanea e degli studi empirici sui processi cognitivi evidenziano che ciò che percepiamo di ogni realtà, fenomeno, processo non è mai del tutto "oggettivo", intrinseco alla realtà osservata, ma dipende anche dalle nostre preesistenti credenze a riguardo, dalle mappe/schemi cognitivi di cui disponiamo e più in generale dalla nostra "immagine del mondo". Pertanto, la realtà che consideriamo esterna e, quindi, indipendente da noi (oggettiva, appunto), è invece, sempre e comunque, una rappresentazione/costruzione mentale e quindi in certa misura soggettiva e interiore (v. cap. – in questo stesso campo della enciclopedia).

L'osservatore, il ricercatore, è parte integrante della realtà che osserva, e non super-partes come lo immaginava il mito positivista; ciò non implica soltanto che l'interpretazione di quel che egli osserva dipende in larga misura dalle teorie scientifiche o dalle credenze di senso comune su cui, più o meno consapevolmente, egli si basa, ma influenza anche ciò che avviene prima dell'interpretazione, cioè la scelta stessa dell'oggetto/fenomeno da osservare. Insomma, come sosteneva Albert Einstein "E’ la teoria che determina quello che si osserva".

Nell'osservare una qualsiasi realtà fenomenica, fisica o sociale, normalmente selezioniamo alcuni tra i molti aspetti del campo percettivo e li riorganizziamo mentalmente in un quadro più o meno coerente; per far ciò seguiamo dei criteri sia nella selezione che nella riorganizzazione, criteri che possono essere precisi e formalizzati, come avviene nell'indagine scientifica, o più vaghi e spesso inconsci, come accade nella vita quotidiana. In entrambi i casi i criteri seguiti sono tutt’altro che un aspetto secondario nel processo di conoscenza: essi rappresentano anzi il nocciolo pulsante, la sorgente di luce che dà senso a quanto osservato. Nel campo della scienza tali criteri dipendono da vere e proprie teorie esplicite, mentre nell'ambito della vita quotidiana essi derivano da sistemi di credenze e assunti di senso comune che rappresentano una sorta di teorie implicite, più sfumate e meno coerenti di quelle cosiddette scientifiche ma pur sempre teorie.

Dal modello teorico adottato dipendono la nitidezza e la veridicità dell'osservazione, nonché i limiti: infatti, è inevitabile perdere tutto ciò che va oltre le previsioni della teoria, che sta fuori dal fascio di luce che essa proietta. Ogni teoria insomma prende in considerazione solo alcuni aspetti e/o dimensioni della realtà, evidenziandole come figure di primo piano, mentre ne tralascia inevitabilmente altri, che si perdono nello sfondo.

Come si è altrove osservato, la scienza occidentale è improntata sul paradigma meccanicistico-riduzionista, che porta ad una esasperata suddivisione in campi disciplinari e in visioni specialistiche e settoriali che spesso perdono il contatto con la realtà globale. Da alcuni decenni a questa parte sta crescendo il numero di studiosi che manifestano una posizione critica verso tale impostazione, auspicando un ampliamento degli orizzonti della scienza, che consenta di disporre non solo di una miriade di immagini settoriali ma anche di una visione d'assieme di ogni realtà studiata. Questo è, appunto, ciò che si propone il paradigma olistico emergente, che non intende prescindere dai preziosissimi contributi della scienza riduzionista, ma si impegna anzi a collegarli tra loro, evidenziandone l'interdipendenza e ricomponendo così l'intero da cui si era partiti. L'obbiettivo del nuovo paradigma è appunto di accogliere sia la visione razionale-matematica-materialista sia la visione intuitiva-artistica-spirituale, non più viste come antagoniste, ma conciliandole e coordinandole tra loro. Come infatti ha dimostrato la fisica quantistica, è inevitabile che coesistano modelli diversi della realtà — oggettuale e processuale, corpuscolare e ondulatorio, riduzionistico e olistico — e il punto è di dargli pari dignità e impegnarsi a trovare ponti di collegamento tra di essi, così da pervenire ad un modello integrato di livello superiore, insomma ad un metamodello.

 

L'ipotesi che mi propongo di sostenere in questo saggio è che il riduzionismo e l'olismo — la visione frammentaria dei particolari e la visione unitaria — siano rispettivamente riconducibili a quelle che sono le due modalità conoscitive di base del sistema neuro-percettivo umano e che qui chiamerò: modalità conoscitiva per separazione e modalità conoscitiva per unione. Dalla prima sono derivati il pensiero logico-razionale, l'analisi e in ultima istanza il paradigma meccanicistico-riduzionista, mentre la seconda modalità (quella per unione, meno nota e più screditata) da luogo al pensiero analogico, alla sfera del cosiddetto "irrazionale" e in ultima istanza alla visione olistica. L'integrazione delle due modalità potrebbe inoltre fare emergere nell'individuo una terza via conoscitiva che comprenda e al contempo trascenda le due vie di base (da qui il sottotitolo: le tre vie della conoscenza).

Come vedremo, la conoscenza umana non è univoca e non è corretto parlarne al singolare, in quanto esistono più modalità conoscitive, sicuramente due e forse tre. La supposta ed erronea concezione univoca nasce dal fatto che solo una delle tre modalità è stata finora accettata come valida nella cultura occidentale: la conoscenza analitico-razionale, mentre la seconda (la conoscenza che definiremo sintetico-irrazionale) è stata duramente screditata e la terza (che potrebbe originarsi dalla integrazione delle due) risulta addirittura del tutto ignorata dalla filosofia e dalla scienza occidentali (pur essendo invece nota nel misticismo e nelle "psicologie" orientali).

Nel presente saggio capitolo cercheremo di sviluppare questo fondamentale punto, mostrando non solo che esiste più di una via, ciascuna capace di fornire immagini della realtà profondamente diverse, ma anche che tali visioni della realtà non sono necessariamente antagonistiche ma anzi complementari.

 

2- Premessa.

L’ordine e la connessione delle cose, è l’ordine e la connessione delle idee. 

Baruch Spinoza

La caratteristica fondante e al contempo il limite principale del modo fino ad oggi dominante di rapportarsi alla realtà, di interpretarla e viverla, può forse essere riassunto in una sola parola: separazione.

Nella scienza, ciò si è manifestato in vari aspetti, tra loro correlati, quali l'aver ritenuto le parti separate e separabili dal tutto, l'evento isolabile dal contesto, le variabili isolabili e osservabili separatamente l'una dall'altra, l'osservatore (scienziato) separato da- e pertanto ininfluente su- quanto osservato. Tutto ciò, come abbiamo visto in precedenza, ha consentito indubbi progressi ma comporta anche innegabili limiti, riassumibili nei termini: riduzionismo, meccanicismo, oggettivismo, a-relativismo.

Il problema della separazione non riguarda tuttavia solo la scienza, che infatti lo ha ereditato, per così dire, dalla filosofia. E anche coinvolgendo la filosofia siamo ben lungi dal circoscrivere il "problema", che si ritrova infatti perfino nelle religioni, che separano materiale e spirituale, al di qua e al di là, Dio e diavolo e via dicendo. La separazione — il vedere la realtà come frammentata in parti e aspetti tra loro separati o antagonistisembra insomma essere un tratto presente in ogni sfera dell'esperienza e del pensiero umano, dalla politica ai rapporti interpersonali, dall'economia alla cultura.

Questa "onnipresenza" di visioni basate sulla separazione potrebbe farci ragionevolmente supporre che: o essa è intrinseca alla realtà in cui viviamo, oppure il percepire come separata la realtà dipende da caratteristiche innate del nostro sistema percettivo, della nostra mente nel suo complesso. In questo capitolo sosterremo la tesi che siano entrambe vere, nel senso che la separazione è una faccia della realtà e anche un aspetto del nostro sistema neuropercettivo. Sosterremo anche una seconda tesi, e cioè che questo sia solo un lato della medaglia, nel senso che la realtà "oggettiva" ha anche un'altra faccia, quella olistica dell'interdipendenza così come il sistema neuropercettivo non si limita a individuare le differenze ma ha anche la capacità di cogliere le somiglianze.

La capacità di individuare la separazione è uno "strumento" conoscitivo formidabile, la vera base del metodo analitico e della scienza moderna. L'uomo dispone però anche di un'altra modalità conoscitiva, altrettanto potente, basata sulle somiglianze invece che sulle differenze, sull'unione invece della separazione. Si tratta di una modalità meno nota e meno usata nella cultura occidentale, e che tuttavia è indispensabile risvegliare e riabilitare se si vuole davvero pervenire ad una visione più armonica della realtà e ad una scienza che sappia operare con coscienza e sulla coscienza.

In questo saggio prenderemo in esame le due suddette modalità conoscitive di base che chiameremo: modalità conoscitiva per separazione e modalità conoscitiva per unione ipotizzando che dalla prima siano derivati il pensiero logico-razionale, il metodo analitico e in ultima istanza il paradigma meccanicistico-riduzionista, mentre la seconda modalità (quella per unione) da origine all'intuizione, al pensiero analogico, al simbolismo, e porta ad una visione unitaria e globale della realtà.

Pur muovendo da una posizione critica nei confronti della preponderanza assunta, in occidente della prima modalità, ritengo che la risposta non vada ricercata in un passaggio drastico da una modalità all'altra; ciò infatti non farebbe che invertire, senza risolverlo, i termini del problema. Si rende semmai necessario un nuovo paradigma in grado di comprendere e conciliare entrambe gli approcci. Vedremo appunto che oltre alle due modalità conoscitive suddette potrebbe esisterne una terza, latente, che potrebbe nascere dalla integrazione delle due e che potrebbe portare alla nascita di una nuova modalità di pensiero e quindi di una nuova forma di scienza.

La scienza moderna e la connessa tecnologia (basate sulla sola separazione) presentano indubbi meriti, ma anche notevoli limiti; il loro punto apicale è rappresentato dalla padronanza del processo di fissione nucleare — e guarda caso la "fissione" è appunto una separazione, uno "spaccare l'atomo". Tuttavia, l'energia ottenibile con la fissione-separazione è niente rispetto a quella ottenibile attraverso il processo di fusione nucleare, che è invece una energia che scaturisce dall'unione, unione tra due o più nuclei atomici. Non è casuale, a parer mio, che non si sia ancora riusciti a padroneggiare questo secondo processo, privo di quei pericolosi sottoprodotti che caratterizzano invece il primo. Se la fissione rappresenta il massimo che si può ottenere tramite la scienza e la tecnologia della separazione, la fusione è tutt'altra cosa, in un certo senso l'opposto della fissione; pertanto, per padroneggiarla è plausibile che sia necessaria una scienza che riconosca e comprenda anche i processi di unione e questa è appunto la nuova scienza che da più parti si auspica.

Forse merita a questo punto soffermarsi un attimo su un termine che non a caso è stato ed è visto come contrapposto a quello di scienza, e cioè religione, intendendo non una specifica, particolare religione, né la religione come istituzione, bensì il senso di religiosità nella sua dimensione interiore, mistica. Ebbene, nel suo significato etimologico originale, religione deriva da religare: legare, unire, e anche se nelle religioni istituzionalizzate il senso dell'unione è passato in secondo piano, sovrastato dagli aspetti dottrinari, morali e politici, nel loro stadio originario questo aspetto risultava centrale, e lo si vede ad esempio nell'enfasi posta sull'amore e il perdono nell'insegnamento di Gesù, nella compassione del Buddha, nel senso di unione con la natura tipico delle culture tribali e dello sciamanesimo (ma presente anche in molti mistici, cristiani e non, da Hildegard von Bingen a S. Francesco, da Lao T'zu a Mahavira). L'approccio religioso, la visione mistica del mondo, è dunque essenzialmente di tipo globale e ricerca i punti di unione, laddove invece l'approccio scientifico tende ad evidenziare, come abbiamo visto, le differenze.

Nella nuova prospettiva che qui si propone, scienza e religione non vanno più considerati come mondi separati e antagonisti ma come modalità complementari di vedere e vivere la realtà. La scienza, come derivazione e sviluppo pressoché unilaterale delle capacità analitiche, razionali, sensoriali dell'uomo; la religione, come frutto delle capacità sintetiche, intuitive, extrasensoriali. La scienza come studio e padronanza della materia, del mondo esteriore, la religione come esplorazione dell'immateriale, del mondo interiore, insomma di quello che David Bohm (1980) chiama l'ordine implicato. Non solo, ma sarà essenziale considerare i due mondi non come distinti e incomunicanti (secondo la vecchia distinzione tra fisica e metafisica) ma come due facce di una stessa realtà, due facce interdipendenti, seppure non sempre autoevidenti.

Non è un caso che scienza e religione si siano spesso combattute, tentando l'una di sopprimere o di inglobare l'altra, o viceversa, provando, maldestramente, a convertire determinati concetti nel proprio linguaggio, a collocarli nei propri quadri di riferimento, a spiegarli in forza delle proprie convinzioni. Ciò non in uno sforzo sincero di avvicinamento e dialogo volto all'integrazione, ma piuttosto nel tentativo di dimostrare la propria superiorità sull'altro, con motivazioni chiaramente politiche. E a proposito di politica, è interessante osservare come anche in questa sfera dell'esperienza umana sia predominante il principio di separazione, mentre quello di unione è del tutto in ombra. La politica, così come la conosciamo, è in effetti separazione allo stato puro: essa si basa infatti sulla difesa (egoistica) degli interessi di una parte della società in opposizione a quelli delle altre parti, in un gioco a somma zero in cui le ridotte risorse sembrano spesso indurre a seguire il principio: mors tua vita mea. Questo è del tutto evidente se consideriamo le società del passato (ma anche alcune delle attuali), basate su regimi oligarchici, monarchici, dittatoriali, mentre appare meno evidente negli attuali sistemi democratici, dove tuttavia è invero presente: basti considerare che gli attuali sistemi repubblicani si basano, sì, su libere elezioni, il cui esito determina però il predominare di un partito sugli altri. "Partito" significa letteralmente di parte, rappresentante di una parte e in politica una parte della società predomina sull'altra: che si tratti della maggioranza sulla minoranza non cambia poi nella sostanza la natura del fenomeno, che nasce da — e rinforza la — separazione tra classi, gruppi, individui (per una trattazione più approfondita cfr. Cheli, E., 2001 cap. IV) .

Torneremo più oltre su questa contrapposizione; per adesso, osserviamo che il concetto iniziale di separazione ci rinvia ad una problematica ancor più generale: la dualità. E' da quest'ultima che inizieremo il nostro viaggio.

 

3. La dualità e la conoscenza mediante separazione

La dualità è una caratteristica così universale, profonda, radicata dell'esperienza umana che è difficile parlarne senza farsela sfuggire di mano o scivolare nel banale. Tanto più in un'epoca come la nostra, dominata dalla scienza e dal pensiero positivo, che sono riusciti ad eludere — ignorandoli o squalificandoli — molti dei più difficili e imbarazzanti temi che per millenni sono stati al centro del dibattito filosofico, etico, religioso e mistico, quando ancora questi "campi" non erano rigidamente distinti, separati. Solo qualche secolo fa avrei potuto iniziare questo capitolo senza alcuna premessa lessicale e concettuale, ma oggi appare opportuno non trascurare una fascia di lettori sicuramente consistente, per la quale il concetto di dualità ha perso gran parte del proprio potere evocativo e della propria centralità. Eccomi quindi ricorrere ai dizionari della lingua italiana, che non fanno altro che confermare il declassamento subito dal concetto, dedicandogli in genere non più di una riga; Il nuovo Zingarelli, ad esempio, definisce la dualità semplicemente come "relazione che si stabilisce tra due principi antitetici"; davvero un po' poco! Passo allora alla vicina voce dualismo, definita come "una concezione filosofica che, per spiegare l'universo, si appella a due principi opposti e irriducibili". (Il dualismo, sia ben chiaro, è altra cosa dalla dualità: è l'uso ed enfatizzazione della dualità come principio esplicativo per qualcos'altro, che lascia però irrisolta la spiegazione di se stesso, tuttavia questo termine ci può essere d'aiuto per definire meglio i contorni di un concetto che, come si è detto, è alquanto sfuggente).

Proviamo allora a consultare qualche dizionario di filosofia, dove troviamo parziale conferma a questa definizione: dualismo è, sì, una concezione filosofica, ma al plurale, ritrovandosi in molti autori e sistemi di pensiero, attinenti non solo la cosmologia ma anche la metafisica, la religione, la morale. I solerti dizionari non mancano di ricordarci noti esempi di categorie dualistiche quali materia-spirito di Platone e materia-forma di Aristotele; accennano al manicheismo come una delle concezioni più impregnate di dualismo e alla religione zoroastriana come esempio di opposizione dei principi di bene e male e via dicendo. Al di là del maggior approfondimento fornitoci dai dizionari filosofici, sia la prima che la seconda definizione ci comunicano un'impressione della dualità/dualismo come fenomeno circoscritto, locale, e il profano potrebbe inferire che le concezioni filosofiche dualiste siano una minoranza, e ancor più, che la questione decada una volta usciti dall'ambito della filosofia e delle religioni, e che per l'uomo comune il problema della dualità sia del tutto marginale. Ebbene, non è affatto così: possiamo anzi dire che l'uomo comune (e purtroppo anche lo scienziato) è talmente immerso nella dualità da non rendersi conto della sua esistenza e della sua importanza. Nel paragrafo seguente esamineremo alcune interessanti ricerche psicologiche e socioantropologiche che mostrano con chiarezza quanto sopra asserito.

 

3.1 Dualità e percezione

Partiamo dalla psicologia, e in particolare dalle ricerche svolte da Osgood, Suci e Tannenbaum (1957), che mostrano come i giudizi che le persone esprimono riguardo a qualsivoglia oggetto o questione si situino all'interno di dimensioni valutative ben rappresentabili da coppie bipolari di aggettivi del tipo: buono-cattivo, forte-debole, attivo-passivo etc. Tali risultati non sono sufficienti per dire con certezza che la nostra mente funzioni esattamente mediante categorie semantiche bipolari come quelle suddette, ma indicano comunque che le categorie dualistiche rappresentano una buona approssimazione ai processi mentali effettivi. Inoltre, mostrano implicitamente come il linguaggio (ne furono esaminati molti e di diversa provenienza) sia caratterizzato da un campo semantico rappresentabile per coppie di opposti, il che — essendo la lingua il tratto riepilogativo più pregnante di una cultura — ci dice anche che la dualità non è solo un modo di vedere il mondo di alcuni filosofi, ma una concezione che, pur se spesso in forma implicita, è presente in ogni cultura e dunque, in ogni essere umano inculturato. Un punto questo confermato anche dalla antropologia culturale e dalla storia della cultura e delle religioni: analisi comparative svolte su racconti, miti, simboli appartenenti a varie popolazioni e tradizioni del presente o del passato, evidenziano una presenza diffusa di principi e concezioni dualistiche, pur se declinate su piani diversi: cosmologico, etico, gnoseologico (più oltre ci soffermeremo sulla metafora biblica dell'albero della conoscenza e su alcuni altri miti). Anche quelle tradizioni mistiche come il buddismo o il taoismo, che si incentrano sull'Uno, non ignorano affatto la dualità, e pur definendola "maya", "illusione" e stato da trascendere sono concordi nel considerarla un aspetto basilare dell'esperienza umana.

Questa "onnipresenza" di visioni basate sulla dualità potrebbe farci ragionevolmente supporre che la dualità sia intrinseca alla realtà in cui viviamo. In effetti, dai fenomeni cosmici a quelli della vita biologica fino a quelli sub-atomici, si nota la presenza di poli opposti. Può trattarsi di un flusso tra poli con diverso potenziale, come nei fenomeni elettrici, oppure una alternanza tra fasi distinte (notte-giorno, inspirazione-espirazione, contrazione-rilassamento etc.); o ancora una interazione tra forze "opposte" (gravitazione-moto orbitale, repulsione elettromagnetica-attrazione nucleare forte etc.). Perfino la struttura stessa della materia risulta imperniata sul gioco di polarità opposte, come nel rapporto tra protoni e elettroni. La teoria cosmogenesica del "big bang", considera l'universo come un unico sistema che oscilla tra due poli o stati: quello della espansione (determinato da un esplosione primordiale) e quello di contrazione (dovuto all'attrazione gravitazionale) che lo ricompatterà sempre più fino ad un unico, immenso "buco nero", dal quale si innescherà una ulteriore esplosione che darà origine ad un nuovo universo, il tutto con un processo simile a quello che è stato osservato nelle supernovae. Passando dal cosmo agli organismi viventi, il flusso/gioco continuo tra poli opposti si può osservare nell'alternanza tra inspirazione ed espirazione, tra veglia e sonno, tra vita e morte; si pensi come ulteriore esempio al funzionamento dell'apparato muscolare dell'uomo (e a quello di qualunque animale), che, come la ricerca anatomo-fisiologica ha mostrato da tempo, lavora per coppie o gruppi di muscoli tra loro opposti eppure cooperativi, in cui un gruppo funge da agonista e l'altro da antagonista, e viceversa.

E infine, sappiamo che neppure ciò che appare statico si sottrae al principio della dualità: la materia "inerte" è tale solo ai nostri, limitati, sensi, mentre è in uno stato di continua vibrazione a livello molecolare e di incessante moto orbitale a livello atomico (e anche in questo caso troviamo il gioco delle polarità: in particolare quella termica e quella elettromagnetica).

Tuttavia, "polarità opposte" non significa necessariamente "antagoniste", ma semmai complementari: entrambi collaborano pariteticamente a rendere possibile l'esistenza materiale e l'evoluzione: gli elettroni sono necessari non meno dei protoni, così come le donne sono necessarie per la specie umana non meno degli uomini. L'universo, la vita, la materia esistono innegabilmente come flusso dinamico prodotto da opposizioni cooperative tendenti a un equilibrio.

Il concetto di opposti complementari — basilare per una visione processuale/ondulatoria della realtà come quella accennata nei capitoli precedenti — non è però compatibile con il paradigma dominante nella scienza occidentale, che anzi lo vede come un paradosso. Nel prossimo paragrafo torneremo su questo aspetto, ipotizzando che vi sia un nesso tra il vedere gli opposti (solo) come antagonisti e la modalità conoscitiva per separazione.

Se nel pensiero occidentale il concetto di opposti complementari è per lo più ignorato o avversato (eccettuato Eraclito e pochi altri "outsider"), esso è invece ben sviluppato nella cultura orientale, dove si ritrova declinato in vari modelli e metafore, come nel caso della trimurti della religione induista costituita da Bhrama - Vishnu - Shiva (che simboleggiano le tre forze opposte e complementari della creazione, del mantenimento e della trasformazione) o anche nel modello taoista del t'ai chi tu, che rappresenta l'interazione tra i principi opposti e complementari Yin e Yang (principio femminile, passivo, e principio maschile, attivo) ed esprime magistralmente sul piano grafico i concetti di unità, dualità, complementarità ed equilibrio dinamico (cfr. Arnheim R., 1969: 274 e ss.).

 

 

Figura 4 - Il simbolo grafico del  T'ai chi tu

 

Ricapitolando, la realtà oggettiva è, sì, costituita da polarità opposte, ma queste polarità non sono separate, né antagoniste, bensì interdipendenti e complementari. Tuttavia, sia nella filosofia che nella religione e nella scienza occidentali sono state e sono di gran lunga prevalenti le concezioni che vedono la dualità come separazione e antagonismo, piuttosto che come complementarità e interdipendenza.

 

 

3.2 Dalla dualità alla dicotomia: radici socioculturali e fattori neuropsicologici

Fin dal più lontano passato, la dualità è stata vista spesso in chiave negativa, conquistandosi un alone semantico che permane ancora oggi. Tuttavia, se accogliamo le tesi più sopra esposte, che la vedono quale presupposto indispensabile del nostro rapporto con la realtà, appare improponibile mantenere un giudizio negativo a riguardo: come si può essere contro qualcosa senza la quale non potremmo percepire alcunché né addirittura esistere? Eppure, ciò è di fatto avvenuto, e il colmo della assurdità lo si coglie nel considerare che tutti coloro che hanno giudicato negativamente la dualità lo hanno potuto fare grazie alla dualità stessa: dunque, la dualità separa e giudica la realtà fino a giungere a giudicare (e condannare) perfino se stessa!

Ma facciamo un po' di ordine. Utilizzando un espediente tipicamente dualistico faremo una distinzione concettuale tra dualità e dicotomia, dove dualità è prendere coscienza delle differenze, mentre dicotomia è considerarle nettamente separate, tagliate in due appunto (dal greco dicho, in due, e tome, taglio). La prima è considerabile un principio naturale "al di là del bene e del male" mentre la seconda è una interpretazione distorta di tale principio, dovuta, come vedremo, a vari fattori.

Parlare, anche solo per cenni, su quanto sia stata e sia tuttora diffusa e nefasta l'influenza del pensiero dicotomico, richiederebbe ben più dello spazio a nostra disposizione, in quanto comprenderebbe quasi tutta la storia del genere umano: come un virus informatico, la dicotomia è infatti penetrata fin dall’antichità nei più profondi strati della mente umana, individuale e colletiva, non risparmiando alcun settore. Tuttavia, non dire nulla mi parrebbe eccessivo. Lascerò pertanto il difficile compito a Pierre Daco (1982: 154) che ci racconterà una quasi-leggenda, come lui stesso la chiama:

 

All'inizio c'era il numero UNO. Tutto era semplice. L'UNO era l'unità. (...) L'UNO era un blocco verticale, eretto, solitario. Era la sicurezza, poiché era unico. Nessun dubbio ne emanava, nessuna dualità, nessuna opposizione (...).

Un diavolo malizioso volle allora seminare il disordine nello spirito degli uomini. Afferrata un'ascia, tagliò l'UNO in due parti e le pose una accanto all'altra. E gli uomini cominciarono a dubitare. Alcuni si schierarono per uno dei due pezzi, altri per l'altro. Alcuni videro il primo pezzo di colore bianco, l'altro di colore nero. Decretarono che il primo era la verità e l'altro l'errore. Si garantì che il primo pezzo era il contrario del secondo. Era nata la dualità. I due pezzi ebbero un bel protestare, dichiarando che non erano se non due aspetti del medesimo UNO, non ci fu nulla da fare. Gli uomini vennero alle mani. (...) Era nato il numero DUE. La dualità umana si insediava con forza e con rabbia, nascevano le opinioni, cominciava la guerra. Difatti, si prendeva partito! Si passava da una parte all'altra. Si esitava. Nascevano concezioni morali, filosofie, che prendevano in considerazione a volte uno dei due pezzi, a volte l'altro. Nessuno, neanche ora, pensava a riattaccarli per ritrovare l'UNO da cui emanavano.

Come risulta evidente dal brano citato, Daco considera dualità e dicotomia alla stessa stregua, la seconda intrinseca alla prima: "Era nato il numero due. La dualità si insediava con rabbia e con forza, nascevano le opinioni, cominciava la guerra". Da un punto di vista storico-evolutivo potrebbe esserci del vero nell'ipotesi che la dualità si manifesti sin dall'inizio come dicotomia. Tuttavia, ciò lascia aperto un importante interrogativo, e cioè perché la dicotomia sia un attributo specificamente umano, che non interessa gli animali, pur avendo anch'essi una percezione dualistica (nel senso di "percezione delle differenze"); perché, detto in altri termini, si passa, nell'uomo (e non nelle altre forme viventi, che si sappia) dall'idea di dualità a quella di dicotomia, dal processo intrinseco e utile del distinguere le differenze alla cristallizzazione di tale distinzione, che diviene così separazione irreversibile; il tutto, ulteriormente aggravato dal correlato processo valutativo di accettazione di un polo e rifiuto dell'altro

Il fatto che questa "degenerazione" sia un attributo peculiare della specie umana ha spinto vari studiosi ad ipotizzare che ciò abbia in qualche modo a che fare (anche) con la sfera socioculturale. Difatti, esaminando i percorsi storici della filosofia, delle religioni, della morale si possono riscontrare molti casi di singoli individui o istituzioni che hanno contribuito a enfatizzare e irrigidire certe posizioni dicotomiche, come nel caso di quella assai nota tra mente e corpo di cartesiana memoria o di quella platonica tra corpo e anima, per certi versi sua progenitrice, per non parlare poi dell'opposizione tra bene e male o tra Dio e diavolo della tradizione giudaico-cristiana (non a caso il termine "diavolo" deriva dal greco diaballo che significa letteralmente diviso). Per la gran parte delle persone, intellettuali e studiosi compresi, queste dicotomie sono oggigiorno poco più che aneddoti di altre epoche, formulette da manuali di storia della filosofia o delle religioni, etichette di tematiche ed interrogativi ormai desueti, abbandonati dal pensiero contemporaneo, quasi dei reperti archeologici, insomma. Il dibattito filosofico, quello scientifico, quello politico ed etico si soffermano oggi su ben altri temi, ma dobbiamo tener presente che coloro che li animano, per il fatto di essere membri di una certa cultura, devono pur sempre fare i conti, non meno di ogni altro, con un linguaggio, con credenze, valori, leggi, istituzioni, insomma con un sistema socioculturale ancora profondamente imbevuto di dicotomia. Naturalmente, le dicotomie di oggi non si presentano certo nella forma canonica di quelle più sopra ricordate, quanto in forme derivate, forse meno altisonanti ma anche più capillarmente diffuse e temibili, poiché meno facilmente individuabili.

Tornando alla questione iniziale, ai fattori che portano dalla percezione della dualità al pensiero dicotomico, è indubbio che l'approccio socioculturale costituisca una chiave primaria per comprendere tale processo; tuttavia, non si può escludere che — come la dualità — anche la dicotomia sia, se non proprio un tratto costante, per lo meno una tappa evolutiva implicita in qualche modo nella costituzione neurofisiologica e psicologica dell'apparato percettivo umano. Che cioè abbia ragione Daco e la dicotomia sia, nell'uomo, implicita nella dualità.

Assai interessanti, a tal proposito, risultano i contributi della Gestaltpsichologie, che — se letti in una chiave appropriata — evidenziano in effetti la presenza di principi dualistici nei processi percettivo/cognitivi umani anche su piani situabili in certa misura a monte dell'influenza culturale. Questo interessante filone di studi si è, in sintesi, incentrato sul concetto di campo percettivo e sui principi in base ai quali esso si organizza; tra questi, particolare importanza assume, ai nostri fini, quello più generale, basico, denominabile "distinzione tra figura e sfondo": Si è osservato infatti che in ogni atto percettivo, l'essere umano attribuisce a certi elementi del campo il ruolo individuale e (relativamente) autonomo di "oggetti" (figura) e ai rimanenti elementi il ruolo più indifferenziato e collettivo, di "contesto" (sfondo). È grazie a questo principio che, nella figura 5, si vedono in primo piano cinque cerchietti neri (figura) su sfondo bianco.

 

 

Figura 5 - Cinque cerchietti

 

Questo semplice esperimento non esemplifica soltanto l'esistenza di un principio organizzatore figura-sfondo, ma mostra anche il carattere arbitrario, relativo di tale principio, dipendente anche dal percettore e non solo da caratteristiche oggettive presenti in ciò che viene percepito. La figura infatti potrebbe anche rappresentare un cartoncino bianco con cinque forellini che fanno trasparire uno sfondo nero. La relatività dell'organizzazione percettiva risulta ancor più evidente nella figura 6 che può essere vista come un calice bianco su sfondo nero oppure come due profili umani neri su sfondo bianco. Un ulteriore esempio è quello di figura 7, dove al centro appare in primo piano (figura) un triangolo bianco più bianco del bianco della pagina (ma in realtà inesistente) mentre le altre immagini (ben reali e ben marcate) vanno a finire sullo sfondo.

 

Figura 6 - Calice o volti?

 

Figura 7 – Più bianco del bianco

 

Questi esempi illustrano meglio di ogni argomentazione logica la relatività della percezione ed il ruolo organizzativamente attivo svolto dal percettore; egli coglie, è vero, delle relazioni tra i vari aspetti fenomenici della realtà, che sono considerabili in un certo senso "oggettivamente" presenti, ma è innegabile che tra le molteplici relazioni potenzialmente esistenti egli ne nota solo alcune (ad es. le relazioni spaziali piuttosto che quelle cromatiche) attribuendogli inoltre ruoli gerarchici diversi (es. figura piuttosto che sfondo) e soprattutto assegnando loro un significato specifico tra i molti possibili. Tali "scelte" di organizzazione del campo, spesso del tutto inconsce, non sono necessariamente le stesse per tutti, né sono casuali, ma dipendono in certa misura dalle caratteristiche del soggetto percipiente, dai suoi bisogni e aspettative, dalle sue convinzioni (o credenze), dalle abitudini e via dicendo (cfr. Lewin, K., 1935). Caratteristiche in parte comuni all'intera specie umana (i bisogni primari) ma in ben più larga parte peculiari del percipiente, nel suo duplice e interagente ruolo di soggetto individuale e di membro di gruppi sociali dotati di una data cultura.

L'uomo occidentale, nella sua attività conoscitiva — di senso comune ma anche scientifica — si è così intensamente soffermato sul livello denominato "figura" da attribuirgli un'esistenza autonoma, oggettuale, assoluta, senza rendersi conto che la figura è tale (si distingue cioè dal campo percettivo nella sua totalità) solo in virtù di una scelta, conscia o più spesso inconscia, del percipiente. Non si può immaginare alcuna figura senza uno sfondo da cui essa si distingua ed è lo sfondo, il contesto, che ci permette di attribuire un significato alla figura e che determina, a seconda del maggiore o minore "contrasto" con essa, la nitidezza della sua percezione. Una montagna si distingue come tale grazie al contrasto con porzioni più basse del territorio, ad esempio le vallate; se non esistessero queste ultime non vi sarebbe nessuna montagna, così come l'aggettivo "alto" ha senso solo in rapporto a qualcosa di "basso", e viceversa. Il contrasto o opposizione è dunque alla base di ogni processo di individuazione, cioè letteralmente di distinzione di una parte di una totalità come entità (relativamente) autonoma dalle altre parti. Il rapporto tra i due livelli denominati figura e sfondo è quindi indispensabile e perfettamente complementare. E ciò non solo sul piano della percezione di oggetti inanimati o di animali e piante, ma anche, come risulterà più chiaro in seguito, sul piano della percezione di altre persone e perfino di sé stessi.

Un ulteriore contributo a sostegno della nostra ipotesi ci viene fornito dall'antropologo, biologo ed epistemologo Gregory Bateson, che affronta la questione della conoscenza umana su un piano ancora più profondo dei gestaltisti. Prendendo in esame, con una prospettiva sistemico-cibernetica, alcune ricerche sulla percezione di diversa impostazione, egli parte da una considerazione estremamente importante:

Gli organi di senso umani possono ricevere soltanto notizie di differenze, e per essere percettibili le differenze devono essere codificate in eventi temporali. (Bateson G., 1979: 99)

Abbiamo già incontrato più sopra un caso emblematico in cui la dualità risulta dipendere da un principio intrinseco al percettore: la tendenza ad organizzare il campo in figura e sfondo, e si è anche visto come tale distinzione sia assolutamente necessaria alla percezione, e di fatto sempre operante. Come sostiene Bateson, infatti, bisogna tener presente che

per creare una differenza occorrono almeno due cose. Per produrre notizia di una differenza, cioè informazione occorrono due entità (reali o immaginarie) tali che la differenza tra di esse possa essere immanente alla loro relazione reciproca." (ibi, 96, maiusc. ns.)

Tali differenze tra entità esterne — purché rilevabili dai sensi — verrebbero poi tradotte in differenze tra entità simboliche interne all'elaboratore (cioè la nostra mente) ed in questa forma risulterebbero accessibili alla nostra consapevolezza. Ciò che maggiormente conta, in questo modo di concepire la percezione, non sono le entità in sé, ma la loro relazione reciproca..

Il nostro sistema sensoriale — e certo anche quello di tutte le creature (perfino le piante?) e i sistemi mentali che stanno dietro ai sensi (...) — può funzionare solo con eventi che possiamo chiamare cambiamenti.

Ciò che non muta è impercettibile, a meno che non siamo noi a muoverci rispetto ad esso. (Bateson G., 1984: 132)

La realtà, quindi, per essere percepita, deve essere necessariamente costituita da

 "almeno due cose che generano la differenza che diventa informazione ..." mentre ciascuna di esse, da sola "è un inconoscibile, una Ding an sich, il suono dell'applauso di una mano sola." (ibi, 97).

Questa tesi, apparentemente semplice sin quasi ad apparire banale, costituisce a mio avviso uno dei principi più importanti per delineare una nuova epistemologia e, conseguentemente, una nuova scienza (un'importanza che forse stenta a manifestarsi nei pochi cenni sopra riportati ma che si avverte con chiarezza leggendo Bateson per esteso, cosa cui rinvio con piacere il lettore). Si tratta di una tesi che ha così tante e ramificate implicazioni, che neppure lo stesso Bateson sembra averle colte appieno, in quanto investono ogni sfera del conoscere e dell'agire umano (e non solo umano). In riferimento al tema che stiamo affrontando, le considerazioni svolte sembrano fornire un importante e convincente sostegno all'ipotesi che la dualità sia intrinseca ai nostri processi percettivi, anzi di più: che essa ne sia il motore. Ciò risponderebbe in modo nuovo e per molti versi sorprendente a gran parte degli interrogativi che da sempre hanno intrigato filosofi, mistici e scienziati. E inoltre — cosa ancor più importante — contribuirebbe a chiarire una moltitudine di fraintendimenti e distorsioni che la degenerazione della dualità — vale a dire la dicotomia — ha provocato.

Prendiamo ad esempio la bibbia, che fin dalla genesi affronta il tema della dualità, e proviamo a leggerla in una chiave epistemologica e non solo fideistica, depurandola anche delle connotazioni etiche; possiamo allora vedere nella parabola dell'albero della conoscenza e degli effetti del suo frutto su Adamo ed Eva una metafora che esprime un significato analogo a quello espresso da Bateson più sopra: la conoscenza nel mondo materiale implica inevitabilmente la dualità; è tramite la differenza, il contrasto, che la realtà ci diviene accessibile. È un fraintendimento etico, culturale, che ha portato nel tempo a intendere come "peccato originale" — cioè male — quello che da un punto di vista scientifico risulta essere il principio naturale in base al quale ogni forma di vita percepisce la realtà: è solo cogliendo le differenze, la dualità, che riusciamo a conoscere sia il mondo che noi stessi. Insomma, l'enfasi sulla colpa e sui concetti di bene e male potrebbero essere con ogni probabilità aggiunte successive, dovute a ignoranza o a strumentalizzazioni ideologiche del simbolismo originale, che non necessariamente intendeva connotare come negativo l'atto di mangiare il frutto della conoscenza, ma più semplicemente sottolineare i limiti e i rischi che lo svilupparsi di una percezione per differenze inevitabilmente comporta: si può avere colpa per un modo di essere o di agire che è in nostro potere evitare, non per qualcosa che è intrinseco alla nostra natura e al nostro percorso evolutivo.

Proseguendo in questa chiave, il mito della caduta dal paradiso terrestre potrebbe non tanto significare una punizione, ma rappresentare piuttosto — come sostengono anche alcune tradizioni mistico-esoteriche — il passaggio da uno stadio pre-dualistico, in cui l'uomo si sente parte del Tutto, della natura, allo stadio successivo in cui, acquisendo l'autocoscienza (simboleggiata dal mangiare il frutto della conoscenza), viene a dipendere da processi percettivi che — in quanto incentrati sulle differenze — sono naturalmente dualistici; tali processi bipolari inevitabilmente creano i presupposti per un senso di separazione (diavolo - diaballo) ma anche per un senso di individualità e danno il via a quella lunga e sofferta esplorazione del mondo materiale tramite la quale l'uomo conosce sempre più a fondo la realtà e sé stesso (cfr. Grof S., 2000).

Distillando ulteriormente i simboli si può pervenire ad una lettura ancor meno metafisica e più compatibile con le attuali concezioni scientifiche, una lettura che si riferisce al passaggio evolutivo dallo stadio animale a quello umano, da una mente in cui l'equilibrio tra gli opposti è garantito dagli istinti, alla mente umana, in cui l'autocoscienza e il libero arbitrio implicano la possibilità — ma anche la paura — di andare oltre l'istinto, verso l'indeterminato. "L'uomo si è evoluto attraverso le distinzioni. Così facendo — sostiene l'esoterista americana Jane Roberts (1992: 220) — si è staccato intenzionalmente e in modo nuovo (...) dal corpo del suo pianeta. Una parte di lui continuava ad anelare molto naturalmente a quella sapiente inconsapevolezza che aveva dovuto abbandonare e nella quale tutte le cose erano date — e dove non c'era alcun bisogno di giudizi e distinzioni e tutte le responsabilità erano biologicamente preordinate".

Una concezione che il filosofo e sociologo Franco Crespi (1985: 19 — tra par. ns.), pur partendo da tutt'altre premesse, né bibliche né esoteriche, esprime in termini molto simili. "Lungo la scala del mondo animale, dalla zanzara al delfino e allo scimpanzé, possiamo trovare certamente gradi sempre più evoluti di intelligenza, di capacità di memorizzazione e perfino di apprendimento, ma nessuna di queste forme, almeno per quanto finora ne sappiamo, è giunta come nell'uomo al particolare tipo di esperienza che si esprime nella frase: "io so di essere qui". Tale esperienza ha conseguenze decisive su tutto il modo di rapportarsi dell'uomo" (con sé stesso e con l'ambiente, naturale e socioculturale).

La comparsa della coscienza, intesa come consapevolezza di sé, è una caratteristica peculiare della specie umana che non deriva da un semplice aumento quantitativo delle facoltà mentali dei mammiferi, ma rappresenta un punto di frattura, un balzo quantico verso dimensioni del tutto nuove. In questa nuova dimensione l'individuo diviene progressivamente consapevole del processo di distinzione e di contrasto tramite cui la percezione si rende possibile; processo che si svolge anche negli animali ma in modo del tutto inconscio, innescando risposte comportamentali istintualmente preordinate. Per l'uomo, invece, ogni percezione saliente comporta il porsi domande a livello cosciente: come affrontare la notte, il freddo, le belve? Come interpretare il fulmine, la pioggia, la luna? Domande non solo riguardo al rapporto con l'ambiente esterno, ma concernenti anche se stesso il proprio ruolo, la propria identità distinta e separata dal Tutto, le proprie mète, in ultima analisi il senso della propria esistenza (Chi sono io? Da dove provengo? Dove sto andando?).

Ho definito prima la coscienza di sé come quel fenomeno che al regime di immediatezza, ovvero di piena coincidenza dell'individuo con le proprie oggettivazioni — che caratterizza l'animale, sostituisce un regime di riflessività mediata, in cui non si dà più tale coincidenza.

In questo secondo tipo di regime, il rapporto con le oggettivazioni interne ed esterne non avviene più direttamente, nel senso che l'individuo reagisce al suo organismo e a quelli esterni dell'ambiente che lo circonda, in modo automatico ed univoco, bensì indirettamente, nel senso che quegli stessi stimoli vengono elaborati in base alle esperienza precedenti e alla riflessione, così che l'individuo ha quasi sempre la possibilità di decidere, in modo relativamente autonomo e tramite la scelta tra più possibilità, quale risposta dare ad essi. Il mezzo attraverso cui tale elaborazione diventa agibile è il simbolico. (Crespi, F., op. cit.: 26)

Dunque, con l'affacciarsi della coscienza emerge un problema nuovo, sconosciuto nella dimensione animale: quello del senso dell'esistenza e dei dubbi circa la propria consistenza (identità) e il proprio perdurare (morte). L'uomo acquisisce la facoltà di passare dalla realtà pre-determinata e rigida degli istinti ad una nuova dimensione, indeterminata, fluida, creativa. Questa nuova dimensione non può essere però esplorata se non a partire dal determinato, "colonizzata" con gradualità, costruendo ponti e avamposti impiegando i materiali e i principi del noto, del determinato. Ciò che ne deriva, è un rendere determinato, poco per volta, l'indeterminato. L'uomo non può avventurarsi di colpo nell'indeterminato, pena il dissolvimento; ma neppure può rimanere solo nel determinato, pena la stagnazione, la rigidità e dunque l'atrofia e la morte delle sue peculiarità umane. L'esistenza umana è quindi una continua oscillazione tra questi due poli, in cui a momenti sembra prevalere l'uno, a momenti l'altro.

Il futuro è il grande ignoto dell'uomo, l'ambito cui si riferisce ogni speranza e ogni timore. Non solo timori, si è detto, ma anche speranze, e questo ci ricorda l'ambivalenza nei confronti dell'ignoto: l'uomo ne ha paura ma è anche curioso di esplorarlo, di conoscerlo, desideroso di trarne eventuali benefici. Per secoli è prevalsa nella gran parte del genere umano la paura e la rigidità piuttosto che la curiosità e il cambiamento, che sono assurti a valori solo in tempi relativamente recenti: in una visione del mondo in cui il determinato è spesso associato al bene e l'indeterminato al male, solo pochi individui dalla mente particolarmente aperta potevano avere l'idea e il coraggio di saltare l'abisso (e inevitabilmente essi sarebbero stati considerati "devianti" dalla maggioranza e dai rappresentanti del potere, dell'ordine, del determinato).

Il pensiero morale, nato forse come ausilio alla scelta, è poi divenuto — una volta cristallizzato in valori, principi e norme — fattore di rigidità, contribuendo così non solo a perpetuare vecchie dicotomie ma anche a crearne di nuove (in realtà tutte variazioni su un unico tema originale) come nei casi in precedenza menzionati dell'opposizione anima-corpo e mente-corpo. D'altra parte si tratta, ricordiamolo, di un pensiero morale nato come conseguenza della parzialità della nostra visione del mondo, dell'ignoranza dell'armonia nascosta, come conseguenza della sensibilità per le differenze del nostro apparato percettivo combinata con una consapevolezza in fase emergente, e quindi ancora immatura, incompleta. Mentre l'animale è inconsapevole, ma in modo equilibrato, l'uomo è consapevole ma, all'inizio, in modo squilibrato, come si è in precedenza ipotizzato.

Proviamo adesso ad intersecare il concetto di dualità con quello di coscienza, o più precisamente il processo di percezione per differenze col processo di affioramento progressivo della coscienza: non è forse plausibile ipotizzare che, grazie alla coscienza, quelli che per l'animale sono semplicemente i due valori estremi di una scala inconscia di tonalità diverse, divengono per l'uomo la punta emergente e biforcuta di un iceberg?

 

Figura 7 - Iceberg biforcuto

Il resto è ancora inconscio, ma i due estremi, proprio in virtù del massimo contrasto da essi delineato, divengono una realtà consapevole (è ben noto come sia più semplice comprendere le differenze quando sono molto rilevanti — da cui l'uso frequente ed efficace della tecnica dei grandi contrasti nei processi didattici). E poiché la comune, unica provenienza dei due estremi si trova al di sotto delle acque dell'inconscio, essi sono considerati come nettamente separati, e quindi ecco iniziare il ragionamento per dicotomie, che vede i poli opposti come separati e antitetici invece che collegati e complementari.

Come osserva Eraclito,

La gente non capisce

come ciò che è in disaccordo

porti in se armonia.

Esiste armonia nell'attrito

come nel caso dell'archetto e della lira.

E ancora:

 

L'armonia nascosta

è migliore di quella apparente.

L'opposizione porta accordo.

Dalla discordia

nasce l'armonia più bella.

L'antagonismo è dunque il lato in luce della realtà percepita dualisticamente, mentre la cooperazione è quello in ombra, l'armonia nascosta di Eraclito. Tuttavia, l'oscurità non è una caratteristica intrinseca ma dipende piuttosto da una assenza di luce: la cooperazione è in ombra perché non è stata illuminata a sufficienza dalla consapevolezza, come invece si è fatto per l'antagonismo, e ciò è dipeso in gran parte dalle caratteristiche dicotomiche del nostro apparato percettivo. Ciò ha prodotto distorsioni a non finire a livello di interpretazione dei fenomeni, di ricerca e attribuzioni di significato agli stessi: la notte diviene nemica del giorno, sede di presenze ostili che potrebbero mettere in pericolo il sole stesso (vedi ad es. il mito egizio del sole sul carro --) la donna, con la sua maggior solidità e resistenza (anche sessuale) e con la sua capacità di generare la vita è vista dall’uomo come un temibile avversario da soggiogare, e via dicendo.

Ma torniamo adesso all'esempio dell'iceberg. Essendo i due estremi le uniche terre affioranti, l'uomo gli dedica molta attenzione ed incentra su di esse tutte le sue domande. Attraverso questi estremi inizia a conoscere la natura e se stesso, e si accorge che più li oggettiva, separandoli, più essi gli appaiono nitidamente (proprio come quando si agisce sulla manopola del contrasto di un televisore). Nel contempo, specie durante il sonno, continua a mantenere il contatto anche con la parte sommersa dell'iceberg, e di tanto in tanto frammenti di essa affiorano alla coscienza, espressi in un linguaggio simbolico che non sa dialogare col linguaggio razionale e che pertanto viene spesso distorto o ignorato. Poiché l'uomo è solo in parte consapevole del proprio io, tende a interpretare questi affioramenti come non appartenenti a sé ma derivanti da entità divine o demoniache esterne a sé e dotate di una loro propria individualità e oggettività, così come ritiene oggettive e intrinseche alla realtà quelle divisioni in parti e aspetti antagonisti che derivano invece dalla sua ancora limitata capacità di coscienza.

Ciò che si suppone possa essere avvenuto nel corso della filogenesi si riscontra, tra l'altro, seppure in più circoscritte dimensioni, anche sul piano ontogenetico: numerose ricerche hanno infatti evidenziato che le menti più semplici, quali quelle dei bambini al di sotto dei tre – quattro anni, tendono a percepire la realtà in modo globale, cioè scarsamente differenziato; con la crescita aumenta progressivamente la capacità di differenziazione fino a percepire gli estremi delle varie polarità, (ad es. classificando le persone in buoni e cattivi, distinguendo nettamente la ragione dal torto, e via dicendo) ed è solo verso la preadolescenza che si sviluppa la capacità di percepire i punti intermedi tra gli estremi di una polarità, insomma le diverse sfumature di grigio esistenti tra il bianco e il nero.

Più sono sottili le differenze, maggiore è il grado di acutezza sensoriale e di capacità elaborativa necessario per coglierle. Anche tra gli adulti, non tutti percepiscono la realtà con lo stesso grado di definizione e, come mostrano numerose ricerche psico-sociologiche in materia, le persone più scolarizzate rivelano, in media, una capacità di differenziazione più alta (il che mostra, tra l'altro, che l'istruzione scolastica affina prevalentemente la modalità conoscitiva per differenza, il pensiero analitico-razionale). Per contro, adulti appartenenti a popolazioni cosiddette "primitive" mostrano una visione della realtà più simile a quella dei bambini che non a quella degli adulti occidentali, scolarizzati o meno che siano (cfr. Werner, H., 1970) il che rinforza l'ipotesi che, almeno in certa misura, la visione dicotomica sia anche il prodotto della cultura e non solo di caratteristiche neuropercettive innate.

Se passiamo dallo sviluppo ontogenetico dell'individuo all'evoluzione della specie, possiamo considerare l'emergere e lo sviluppo della filosofia e della scienza come sintomi (e al contempo impulsi) verso un affinamento progressivo della capacità di cogliere differenze sempre più sottili, cioè di passare dalle distinzioni grossolane tra bianco e nero, tra bene e male, a percezioni che colgono una gamma sempre maggiore di sfumature. Proviamo, senza nessuna pretesa di esaustività, ad elencare alcune delle principali tappe del processo di sviluppo della conoscenza per differenze:

- l’ emergere dell'autocoscienza;

- l’ attribuzione di identità definite agli oggetti e alle persone come elementi distinti e autonomi dallo sfondo;

- la consapevolezza del bene e del male e il nascere della morale;

- la guerra, come rifiuto del diverso da sé;

- il progressivo emergere dell'identità individuale da quella collettiva tribale o comunitaria (il processo di "individuazione" nel senso di Jung, 1977);

- la politica partitica, cioè di una parte contro l'altra;

- l'affinamento delle capacità di categorizzazione tramite il linguaggio e il nascere della filosofia;

- l'emergere della dicotomia come oggetto di studio e discussione in filosofia;

- la nascita del metodo analitico e il suo affermarsi come cardine della scienza;

- le contraddizioni che tale metodo solleva se applicato a campi limite come la microfisica, i sistemi biologici, i sistemi socioculturali umani, il sistema uomo.

Dato che nell'evoluzione della filosofia e della scienza occidentale un ruolo di primissimo piano è stato svolto dal metodo analitico, ne esamineremo adesso alcuni aspetti e implicazioni che si presentano particolarmente significativi per le nostre finalità.

 

3.3 Il metodo analitico e la riduzione della complessità

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto che, per motivi sia innati sia culturali, in ogni atto percettivo noi tendiamo a compiere, seppure spesso inconsapevolmente, una scomposizione del tutto in parti e aspetti distinti, organizzando il campo in funzione di criteri strutturali gerarchici che danno più pertinenza a certi elementi (figura) che ad altri (sfondo). Abbiamo anche visto che la percezione può "funzionare solo con eventi che possiamo chiamare cambiamenti. Ciò che non muta è impercettibile, a meno che non siamo noi a muoverci rispetto ad esso." (Bateson, 1979: 132). E questo è appunto ciò che facciamo quando vogliamo conoscere una cosa che si presenta come unitaria e stabile: ci spostiamo in più direzioni, sì da osservarla da diversi punti di vista, e diamo ad ogni "foto" scattata un nome convenzionale.

Il metodo analitico — pietra angolare della scienza moderna occidentale — opera in accordo con questo principio: oggetto fisso e osservatore in movimento. Dal punto di vista che qui propongo, tale metodo può essere considerato come la sistematizzazione e l'affinamento, su base razionale e consapevole, del processo naturale e spontaneo del percepire le differenze.

La parola "analisi" deriva dal greco antico analyo, "io sciolgo", e significa oggi "metodo di studio consistente nello scomporre, materialmente o idealmente, un tutto nelle sue componenti per esaminarle una per una traendone le debite conclusioni" (dal dizionario Il nuovo Zingarelli, 11^ed.). Tra i casi di scomposizione materiale ricordiamo l'analisi chimica, l'analisi batteriologica, l'analisi fisica etc.; tra quelli di scomposizione ideale basti pensare all'analisi logica, all'analisi statistica o all'analisi matematica.

E' grazie a procedimenti analitici che si è scomposta la materia inerte "riducendola" agli elementi puri, e questi sono stati ulteriormente frazionati nei loro componenti atomici e sub-atomici; con analogo procedimento si sono dissezionati i corpi degli esseri viventi, identificando caratteri, funzioni e patologie di organi e tessuti, giungendo giù giù fino alla cellula, ai cromosomi, al codice genetico; si è anatomizzata perfino la psiche umana, ipotizzando in essa apparati, processi, immagini, simboli e via dicendo. Nessun "oggetto" di studio si è sottratto alla penetrante indagine analitica, i cui meriti sono fin troppo noti e sotto gli occhi di tutti per meritare un'ulteriore enfatizzazione.

In proposito va evidenziato che Cartesio, grazie al quale il metodo analitico emerse come procedimento scientifico, non fu propriamente un inventore, ma piuttosto un ordinatore: egli infatti rielaborò e sistematizzò un modo di vedere le cose già implicito nel linguaggio e nella cultura a lui precedenti, in particolare la filosofia greca, abbondantemente intrisa di dicotomia, contrasto, antagonismo. Tramite un accurato processo di rielaborazione egli rese esplicito il processo di distinzione e lo fece assurgere a strumento consapevole (seppure non del tutto, come vedremo) di conoscenza.

L'orientamento che da Cartesio in poi venne sempre più ad assumere l'indagine scientifica, contribuì in modo decisivo allo sviluppo della scienza e della tecnologia quali noi le conosciamo, ma determinò come contropartita il cristallizzarsi di una concezione della realtà che la vede come dicotomica in sé.

Come si è visto al capitolo II, ogni metodo permette di approssimarsi alla realtà fornendone una immagine che è il riflesso dell'interazione tra il metodo e la realtà, e non una rappresentazione oggettiva della sola realtà. Ne consegue che un metodo come quello analitico — basato sulla scomposizione dell'oggetto/fenomeno in parti o aspetti distinti, sulla messa a fuoco di alcuni, ritenuti più pertinenti, e sull'eliminazione di quelli "eccedenti" — non può che fornire immagini divise e parziali della realtà. Ciò non significa che il metodo non sia valido, ma più semplicemente che — come tutti i metodi — ha dei vantaggi ma anche dei limiti intrinseci, di cui è essenziale essere consapevoli, onde evitare di credere che sia la realtà ad essere intrinsecamente, oggettivamente divisa, separata, dicotomica. Invece di dire che la realtà è divisa sarebbe più corretto dire che essa appare tale quando viene studiata/osservata applicando il metodo analitico.

Il modo attraverso cui il metodo analitico riesce a "ridurre la complessità" presenta interessanti analogie con i processi neurofisiologici di filtraggio della percezione sensoriale umana: è noto, ad esempio, che solo una ristretta gamma di lunghezze d'onda, dai 380 ai 680 millimicron, è accessibile alla vista umana, così come lo sono, all'udito, solo i suoni compresi tra 16 hertz e 18-20.000 hertz. Tale filtraggio, sostengono alcuni autori, risponderebbe all'esigenza di ridurre a priori la quantità di informazioni recepibili dagli apparati sensoriali, onde non sovraccaricare il sistema nervoso centrale che dovrà poi elaborare tali dati. Il metodo analitico non solo svolge una funzione analoga di riduzione della complessità ma — dato che la selezione è consapevole — permette di decidere intenzionalmente che cosa tenere e cosa mettere da parte (o eliminare).

Qualcosa mi dice che non fu un caso se l'inventore delle coordinate, che sono tra gli strumenti più materialistici e affilati, conferì anche dignità alla superstizione dualistica affermando la separazione tra mente e materia. Le due idee sono legate. E la loro relazione la si coglie con nettezza massima quando il dualismo mente/materia viene visto come uno strumento per eliminare la metà difficile del problema dall'altra metà, più facilmente spiegabile. Una volta separati, i fenomeni mentali poterono essere ignorati. Questa sottrazione, naturalmente, lasciò alla metà che poteva essere studiata un carattere troppo materialistico, mentre l'altra metà divenne del tutto soprannaturale. (Bateson G. e Bateson M. C., 1989: 96).

Pur condividendo il discorso dei Bateson, non sono d'accordo sul tono univocamente critico con cui presentano i fatti suddetti: credo infatti che tutto sommato sia stato inevitabile per la scienza nascente abbandonare (temporaneamente) certe questioni, per le quali probabilmente i tempi non erano ancora maturi e che altrimenti si sarebbero trasformate in vere e proprie paludi, dove avrebbero potuto facilmente essere inghiottite. Il punto da sottolineare criticamente è semmai un altro, e cioè il fatto di non aver compreso che tale divisione e sottrazione era un punto di vista per meglio osservare la realtà, ma non l'unico. Soffermarsi solo sulla visione dualistica che separa la mente dal corpo e ignorare l'altro punto di vista — quello olistico che li vede come un tutto: mentecorpo — ha portato a identificare la visione separata della realtà come la realtà tout court e si è dovuto arrivare ai giorni nostri per iniziare a dissolvere — con molte resistenze — un'illusione durata vari secoli e per molti versi ancora presente.

Nella tesi evolutiva che qui si sostiene, il percepire grandi differenze, grandi contrasti, è stato inizialmente positivo e necessario per lo sviluppo della percezione e della coscienza; invece, il cristallizzarsi solo sui punti estremi delle polarità considerandole tra loro in conflitto è divenuto un vincolo. Ciò che è positivo in una fase iniziale può non essere adeguato nelle fasi successive. Come hanno sostenuto Eraclito, Lao T'su e molti altri filosofi e mistici del passato, tutto è in movimento, in eterno divenire: l'uomo e la realtà che egli osserva come esterna. Nel momento in cui — tramite la scienza, la religione, la filosofia o anche il senso comune — è stato dato un senso a quella realtà, essa non è più la stessa, così come non è più lo stesso l'uomo che l'osserva. Non lo sono perché del tempo è trascorso, ma ancor di più — molto di più — perché quel particolare senso attribuitole la ha modificata, (o meglio, ha cambiato l'uomo nella sua consapevolezza) e da traguardo quindi quel senso dovrebbe divenire nuova partenza. Il problema dunque non sta nei limiti di un metodo piuttosto che un altro, di una o l'altra teoria, ideologia o qualsivoglia "struttura" di pensiero: tutte, nessuna esclusa, hanno limiti intrinseci e inevitabili. Il problema risiede nel volersi illudere di essere giunti ad una risposta definitiva, di credere che quella certa teoria, ideologia, filosofia, religione possano prescindere dal tempo e dall'incessante evoluzione; in questo, l'uomo è come un pittore che si ostina a voler rappresentare con una tela a olio una scena in continuo movimento. Per secoli, la tela era pur sempre meglio di niente, e la velocità del cambiamento non era così elevata. Oggi tale velocità si è vertiginosamente accelerata, e non a caso disponiamo di cineprese e telecamere. Rimane, tuttavia, nell'uomo, una certa riluttanza ad avventurarsi di nuovo nella ricerca di senso, forse anche per un desiderio di capitalizzare quanto conseguito, di riposarsi, di rassicurare il proprio ego circa il proprio controllo della realtà: una realtà (esterna ed interiore) di cui non è facile ammettere l'inafferrabilità, la fluidità, la complessità. Questa tendenza si riscontra anche tra gli uomini di scienza, ed è tra i fattori che rendono rari i veri esploratori e innovatori, mentre la maggior parte degli scienziati si dedica a quella che che T. Kuhn, 1978, definisce la fase normale della scienza, cioè a consolidare e affinare le ipotesi di quei pochi "rivoluzionari" che poi di nuovo le distruggeranno per raggiungerne altre ancora più avanzate. Naturalmente, non c'è niente di male nel dedicarsi ad un tipo di ricerca più "amministrativa", ed anzi essa è indispensabile per far calare nel concreto le intuizioni e le innovazioni dei "rivoluzionari", purché tale fase non prenda il sopravvento, al punto da soffocare l'altra, quella creativa e innovativa (e qui si vedano le analogie con quanto asserito nel cap. IV par. 10).

3.4 Dicotomia e morale

Per quanto si manifestino con più evidenza nella sfera cognitiva, i limiti del pensiero dicotomico coinvolgono anche la sfera valoriale. Come risulta anche da numerose ricerche sui valori e gli atteggiamenti, in ogni dicotomia vi è non solo una scissione cognitiva in due parti, ma anche l'accettazione di una parte e il rifiuto dell'altra. Le motivazioni di questa scissione a livello affettivo vanno a mio avviso ricercate essenzialmente nella paura, intesa sia come paura di situazioni, luoghi, animali o persone rivelatisi in passato effettivamente pericolosi, sia anche — e ancor più in profondità — come paura dell'ignoto (del fluido, dell'ineffabile, del complesso). Anche l'animale è diffidente verso ciò che non conosce, tuttavia l'ignoto ha un'estensione ben maggiore per l'uomo, che, a differenza dell'animale, non vive solo nel qui ed ora, ma è spesso immerso nei pensieri circa il futuro, preoccupato di come prepararlo o prevenirlo, di come attirare eventi propizi ed evitare eventi nefasti, in primis la propria morte. Non solo, ma diversamente dall'animale, l'uomo non ha risposte istintuali preconfezionate per regolarsi di fronte all'ignoto: deve crearle lui stesso, oppure sceglierle all'interno della gamma di risposte preconfezionate che la sua cultura gli mette a disposizione; il tutto, essendo consapevole dei pericoli che potrebbero derivare dalla scelta di una risposta inappropriata. Non a caso, nella gran parte delle culture, specie quelle occidentali, il bene si associa prevalentemente, se non esclusivamente, a concetti di ordine, stabilità e prevedibilità, come risulta evidente dalla centralità delle istituzioni, delle norme morali, delle strutture gerarchiche etc. Per contro, il male è associato al caos, all'instabilità, all'imprevedibilità; è la distruzione, la destrutturazione dell'ordine sociale, morale, culturale, perfino biologico (la morte).

Niente è stato risparmiato dalla tendenza a dicotomizzare e ad accettare come buona una metà della realtà rifiutando l'altra, cattiva: perfino il concetto di divinità prende la forma di un dio diviso: Jahweh e Satana (interessante notare che Satana deriva dall'ebraico satan — nemico, avversario — il che sottolinea ulteriormente il ruolo dell'antagonismo). Il bene e il male — principi valutativi archetipici interni e intrinseci al percettore — vengono così personificati, deificati o demonizzati, proiettandoli all'esterno. Gli animali non hanno un dio trascendente: il loro istinto non lo richiede. Solo con l'affioramento della coscienza questo passo diviene possibile e necessario.

Tornando al mito biblico dell'albero della conoscenza, appare evidente che se accettiamo l'ipotesi che vede l'autocoscienza come il frutto di un processo evolutivo graduale di distinzione, possiamo interpretare tale mito come una metafora che illustra la transizione dallo stadio della tranquilla e immutabile esistenza pre-umana allo stadio di libero arbitrio, cioè della capacità di esplorare l'indeterminato. In tale prospettiva il bene e il male "rappresentavano semplicemente la nascita della scelta, inizialmente mirata alla semplice sopravvivenza, laddove l'istinto precedente aveva sempre provveduto a tutto quanto era necessario" (J. Roberts, cit., 222). La polarità bene-male potrebbe insomma essere inizialmente emersa come ausilio alla scelta, come criterio di riferimento in base al quale regolare le proprie azioni e tenere in certa misura sotto controllo le loro possibili conseguenze.

Purtroppo, in uno stadio evolutivo iniziale, in cui solo i grandi contrasti riescono ad affacciarsi alla consapevolezza, anche i criteri di scelta sono necessariamente grossolani, estremi, separati da una distanza incolmabile. E come tali, purtroppo, si cristallizzano in una opposizione (apparentemente) insuperabile (e qui ci ricolleghiamo alla tendenza a distinguere in modo semplicistico tra buoni e cattivi tipica dei bambini — cfr. par. precedente).

Man mano che le esperienze e i vissuti individuali interagiscono e divengono esperienza e vissuto sociale collettivo, e quindi cultura, si assiste ad un ulteriore passaggio che declina la polarità bene-male in una serie di valori, di regole sociali, di prescrizioni e proibizioni, definendo quello che potremmo definire un sistema valoriale e morale. Nella gran parte delle società del passato, a anche in alcune attuali, la sua provenienza non viene ritenuta umana, non può esserlo, poiché bene e male trascendono tale dimensione e in quanto principi "puri" essi risiedono non nell'umano ma nel divino: essi sono la divinità. Non possono che essere gli dei, o il dio unico, le fonti da cui attingere indicazioni in proposito: e difatti, ecco i miti come insegnamenti morali in forma allegorica (ad es. la genesi) o esplicita (le tavole della legge consegnate da Dio a Mosè) e molti altri esempi potremmo trarre da altre religioni (cfr. Eliade, M., 1990).

 

3.5 La paura del cambiamento e il mito della perfezione

Si è detto che la scienza moderna ha comportato ai suoi inizi anche atti di rivolta verso alcune credenze religiose e metafisiche inaccettabili dalla ragione e/o in contrasto con l'osservazione empirica; si avviò così una rilevante opera di smitizzazione, chiarimento e pulizia che in pochi secoli ha condotto al pensiero contemporaneo. Quel che però è sfuggito a gran parte degli studiosi è il fatto che tale opera di chiarimento e pulizia si è svolta solo in parte, lasciando per lo più intatti alcuni limitanti schemi culturali, sottostanti alle credenze contestate. Fondamenti talmente basilari che sembravano al di sopra di ogni messa in discussione; e parallelamente, talmente radicati nella psicologia individuale e nel sistema socioculturale da risultare per lo più invisibili, in quanto percepiti non come credenze ma come "realtà oggettive".

Crescendo in un terreno solo in parte bonificato, la scienza si è portata dietro ed anzi ha amplificato alcuni limiti, parzialità, e distorsioni epistemologiche di fondo proprie delle culture di appartenenza, principalmente nelle loro radici greco-romane e giudaico-cristiane. Uno di questi fondamenti è appunto la staticità, o immutabilità, vista come caratteristica distintiva della divinità e della natura e pertanto come ideale umano, come valore: una staticità che oggi appare sempre più essere una proiezione dell'uomo, una speranza motivata dalla paura del mutamento, una paura individuale, universale, ma anche sociale, più presente nelle classi agiate (cui la maggior parte dei sacerdoti, filosofi e scienziati appartenevano) che ritenevano (non necessariamente a livello consapevole) di avere più da perdere che da guadagnare da eventuali mutamenti. L'idea di Dio come essere perfetto, compiuto, atemporale esclude a priori qualsiasi possibilità di evoluzione, di mutamento: ciò che è perfetto non può mutare, e questo si collega con l'idea di universo, di Kosmos, contrapposta a quella di khaos, di una concezione dualistica dell'ordine come valore e del disordine come disvalore, che nel pensiero giudaico prende la via dell'etica (religione) mentre in quello greco imbocca quella della filosofia. Le due strade sembrano portare in territori del tutto diversi e distanti, eppure, dietro alle apparenze, si possono intravedere profonde analogie: si pensi alla geometria euclidea, da un lato, e alla legge ebraica, dall'altro, e si consideri come siano entrambi così lineari, ortogonali, a senso unico, così esatte nei loro teoremi, così legate alla validità degli assiomi iniziali, sanciti per autoevidenza o per diretta parola divina e dunque non dubitabili.

Non è possibile mettere in discussione questi sistemi di pensiero dall'interno, poiché lì non hanno punti deboli, almeno finché si seguono le loro regole; il loro tallone d'Achille è nel punto iniziale, vale a dire, negli assiomi su cui tutto il sistema poggia. Sia la geometria euclidea che la legge ebraica possono essere viste come conseguenze di un assioma più generale (e inconscio) riguardante la natura dell'ordine: una concezione dell'ordine che oppone come antagonisti kosmos e khaos, valorizzando il primo e demonizzando il secondo. Ciò si riscontra, sotto spoglie diverse, non solo nella geometria o nell'etica ma anche nella filosofia, nella scienza, nella struttura sociale, nella cultura in generale.

Che cos'è l'idea del caos? Si è dimenticato come fosse un'idea genesica. In essa si vede soltanto distruzione o disorganizzazione. L'idea di caos è invece anzitutto un'idea energetica; essa si accompagna al ribollire, al fiammeggiare, alla turbolenza (...) la cosmogenesi si effettua nel e tramite il caos. (...) I processi di ordine e di organizzazione (...) si sono costituiti nel e tramite il caos (...) Non basta però riconoscere il caos originario. Si deve spezzare una frontiera mentale, epistemica. Siamo pronti ad ammettere effettivamente che l'universo si è formato nel caos, perché con questa affermazione ritroviamo tutti i miti arcaici profondi dell'umanità. (...) Ora bisogna arrendersi all'evidenza che la genesi non è cessata. Siamo sempre nella nube che si dilata. Siamo sempre in un universo in cui si formano galassie e soli. Siamo sempre in un universo che si disintegra e si organizza con il medesimo movimento (...) E' questa presenza permanente del caos che si tratta di far vedere (sottolineando come esso non solo non sia da considerare negativo ma anzi presupposto indispensabile e anzi crogiolo di questo universo che, contrariamente alle paure e alle false convinzioni umane, è in continuo, turbolento divenire - (Morin E., 1983: 73-75, tra parentesi ns.).

E non è solo l'universo fisico ad essere in continuo divenire, ma anche quello psichico e soprattutto quello sociale. Si impone quindi una rivalutazione del concetto di caos, disordine, anche in questi campi, laddove invece prevale ancora una concezione dualistica che individua come auspicabile, positivo, solo l'altro polo: l'ordine, per di più visto come immutabile. Certamente, come traspare anche dalle parole di Morin, la tendenza evolutiva consiste nell'andare dal disordine all'ordine, ma in un rapporto tra i due poli fluido e paritetico: ognuno è non meno necessario dell'altro. Pertanto, ogni ordine è solo transitorio e deve lasciare il campo al disordine ogni volta che si renda necessario un mutamento, un passo evolutivo che porti ad un ordine superiore (come vedremo nel cap. 3 riguardo alle funzioni omeostatica ed evolutiva dei sistemi). Questa complementarità e collaborazione tra kosmos e khaos, tra ordine e disordine viene ignorata e stravolta dal pensiero dicotomico dominante, la cui difesa dell'ordine è in realtà la difesa dell'ordine esistente, dello status quo: gli individui, i gruppi, le società si aggrappano disperatamente al passato, alla forma di organizzazione in cui già si trovano, anche quando quella forma, quello stato di cose non si dimostra più adeguato, più funzionale, più al passo con i tempi e le nuove esigenze. Se ne hanno esempi in politica, in economia, nelle religioni, e perfino nelle relazioni interpersonali: quante coppie continuano per anni a vivere un rapporto sterile e insoddisfacente senza avere il coraggio di metterlo realmente in discussione — mettersi in discussione — o di cessarlo? E quanti i casi di formazioni politiche sclerotizzate senza speranza nelle loro rigide ideologie, nei loro rigidi apparati? La società in cui viviamo, e anche la nostra vita personale di singoli individui, riflette da ogni parte questa condanna culturale del disordine, questa paura dell'ignoto, che per metterci al riparo da pericoli spesso minimi o inesistenti, finisce per creare dissesti reali e assai gravi.

 

Intermezzo

Nel paragrafo che qui si conclude abbiamo preso in esame quella che abbiamo chiamato la "modalità conoscitiva per differenza". Si è visto come essa sia intrinsecamente collegata alla dualità e come dalla dualità si sia passati alla dicotomia, con la conseguente accettazione di alcune polarità (il bene) e il rifiuto di altre (il male). Abbiamo poi affrontato il tema della evoluzione e dell'affinamento della modalità conoscitiva per differenza, fino a giungere al metodo analitico, visto come punto apicale di tale evoluzione, ricco di pregi ma anche di limiti; limiti che non sono più a lungo ignorabili e stanno difatti mettendo in crisi l'intero sistema scientifico. D'altra parte, come ho meglio argomentato in altra sede (cfr. Cheli E., 2001) ogni fase di crescita ed evoluzione è in genere preceduta da una crisi, e così anche quella che sta attraversando il metodo analitico-riduzionista non va vista in chiave negativa, ma anzi come grande opportunità di prendere coscienza dei suoi limiti e così andare oltre. Vorrei però chiarire che i limiti non riguardano tanto il metodo in sé, ma il fatto che esso sia stato ritenuto a lungo l'unico metodo attendibile, basandosi sull'assunto implicito (e indimostrato) ma fortemente radicato nella cultura da tempi ben precedenti la nascita della scienza moderna, che la realtà sia intrinsecamente dicotomica e dunque studiabile e comprensibile solo attraverso un metodo basato sulle differenze. Se ciò fosse vero, se la realtà fosse intrinsecamente dicotomica, non avrebbero senso le critiche che da più parti vengono mosse al meccanicismo-riduzionismo. Tuttavia, abbiamo visto in precedenza come ciò non corrisponda a verità e come anzi la realtà manifesti una profonda interconnessione tra le sue varie componenti, sia cioè anche intrinsecamente olistica. Si presenta a questo punto una apparente contraddizione che porta a chiedersi: ma allora, la realtà è olistica o dualistica? Quale di queste posizioni è corretta?

La tesi che qui si sostiene è che siano corrette entrambe, nel senso che la realtà appare dualistica o olistica a seconda della modalità conoscitiva utilizzata, un po' come la luce che, a seconda di come viene osservata, si manifesta ora come onda ora come particella. Tuttavia, se prese separatamente, tali concezioni della realtà sono entrambe limitate, poiché ciascuna evidenzia solo un lato della medaglia. In termini generali si potrebbe dire che in occidente la modalità analitica ha avuto storicamente maggiore fortuna ed è divenuta la modalità dominante, schiacciando l'altra, mentre in oriente il percorso è stato diverso e ha predominato per molti versi l'approccio olistico. Né l'oriente né l'occidente sono tuttavia esenti da limiti e contraddizioni, segno che né l'una né l'altra prospettiva, da sola, è in grado di rappresentare correttamente la realtà.

Nel paragrafo seguente prenderemo in considerazione la seconda modalità conoscitiva a disposizione dell'essere umano, opposta e complementare a quella per differenza più sopra trattata, e vedremo come la realtà appaia ben diversa se percepita attraverso tale modalità. E tuttavia, tengo a ribadire che nessuna modalità è meglio dell'altra e che solo attraverso una compresenza di entrambe è possibile conseguire un vero salto di qualità nella conoscenza umana.

 

4. La sintesi, ovvero la conoscenza mediante la somiglianza e l'unione

Come abbiamo detto, la separazione non è l'unica via di cui dispongono gli esseri umani per conoscere la realtà: ve n'è un'altra, assai diversa ma non meno valida, basata sull'unione.

La modalità conoscitiva per unione è caratterizzata da processi intuitivo-analogici di pensiero e così come l'emblema della modalità per separazione è l'analisi (che, come si ricorderà, significa "sciogliere", scomporre), la modalità per unione può essere rappresentata per certi aspetti dal concetto di "sintesi", che significa alla lettera "riunire, ricomporre (dal greco antico syn = insieme e tithénai = porre – tra l’altro, la stessa radice della parola "sistema"). Naturalmente, ciascuna delle due modalità conoscitive è più vasta e complessa di quanto i due concetti di analisi e sintesi possano esprimere e se talvolta li tratteremo come sinonimi è solo per esigenze di brevità e immediatezza.

Anche se l'esistenza della modalità conoscitiva per unione è nota da tempo, essa è rimasta assai meno sviluppata e praticata dell'altra, tant'è che esiste un assai sviluppato metodo analitico mentre non c'è nella scienza o nella filosofia occidentali qualcosa di altrettanto affinato, centrale e condiviso che sia definibile "metodo sintetico". Del resto, i filosofi (salvo rare eccezioni, tra cui Hegel) hanno quasi sempre considerato le due modalità come antitetiche, privilegiando quella per separazione e ignorando o squalificando l'altra.

Se l'analisi porta a scindere, separare, spezzettare la realtà osservata in modo sempre più sottile, articolato, fino a giungere ai mitici "indivisibili" (e difatti in greco "atomo" vuole appunto dire indivisibile) la sintesi tende a cogliere possibili collegamenti, somiglianze, analogie e isomorfismi che consentano di (ri)unire ciò che appare diviso, frammentato. La sintesi è quindi complementare all'analisi poiché consente di compiere la seconda metà del percorso conoscitivo, quella che dalla scomposizione porta alla ricomposizione, all'intero da cui si era partiti (approfondiremo più avanti questo punto).

Se accettiamo la tesi che la modalità conoscitiva per differenze si sia manifestata per prima nel processo evolutivo ontogenetico e filogenetico della coscienza umana, possiamo vedere la sintesi come la via attraverso la quale è possibile ricomporre la realtà dopo averla smontata pezzo a pezzo. Smontare è più facile che montare: anche dal punto di vista ontogenetico vediamo che il bambino è capace già in tenera età di rompere e spezzettare gli oggetti per conoscerli ma è necessario l'adulto o un bambino più grande per rimontare ciò che il piccolo ha smontato. Ma la modalità conoscitiva per unione non è solo ri-unione, non si manifesta solo come ricomposizione di quanto scomposto, ma è anche appercezione intuitiva della globalità intrinseca della realtà, dell'interrelazione che collega ogni cosa a ogni altra cosa e al tutto. Questo lato della modalità conoscitiva per unione è è presente in certa misura anche negli animali e nei bambini piccoli, seppure in modo istintivo e pre-conscio, ma è massimamente evidente e consapevole in molti mistici di ogni religione ed anche in alcuni artisti. Vorrei ricordare tra tutti il famoso pittore e poeta inglese William Blake, molte delle cui opere rivelano una chiara consapevolezza circa la globalità della conoscenza e l'esigenza di ricomporre la separazione. Cito qui una sua frase, divenuta negli anni '60 l'emblema di una generazione:

"Se le porte della percezione fossero purificate, la realtà apparirebbe agli uomini quale è: infinita".

E' possibile e stimolante, in proposito, fare un collegamento con la fisica quantistica e il principio di complementarità, secondo il quale una particella può assumere sembianze corpuscolari o ondulatorie a seconda del modo in cui viene osservata. Ebbene, in quanto corpuscolo essa appare distinta e separata dal resto, così come una goccia sembra separata dall'oceano da cui si è staccata; un'onda invece non ha sembianze individuali ma costituisce una increspatura dell'oceano ed è evidente il suo collegamento inscindibile con esso (è singolare che molti mistici orientali, vissuti ben prima del XX secolo e della meccanica quantistica, abbiano espresso la loro visione del mondo servendosi come metafora proprio del rapporto onda-goccia). Dunque, la percezione per separazione produce corpuscoli, individui, insomma oggetti distinti, mentre la percezione per unione rileva increspature, onde, flussi, insomma processi dinamici collegati senza soluzione di continuità — la realtà infinita di Blake.

Per fare un altro esempio ponte tra meccanica quantistica e misticismo possiamo rilevare che gli esseri umani sono percepiti normalmente come individui (corpuscoli) ma i mistici e i veggenti dicono di vederli anche come campi aurici di energia interpenetrati col Campo Globale (onda). La scienza tradizionale respinge a priori tale possibilità, e ciò non deve sorprenderci, poiché essa ha una visione essenzialmente materialistica (corpuscolare) e oggettuale (separata). In una visione processuale invece non ci sarebbe niente di strano, certo non più strano di una serie di "inquietanti" e paradossali fenomeni rilevati durante le ricerche sul mondo sub-atomico (paradossali, s'intende, se interpretati nell'ottica tradizionale). Forse il più inquietante è il fenomeno previsto dal teorema di Bell, derivato dal cosiddetto "paradosso EPR" (Einstein, Podolski, Rosen). Semplificando al massimo, se una particella subatomica si scinde in due particelle, le due metà, per la legge della conservazione dell'energia, avranno sempre spin di verso contrario (lo spin è la rotazione intorno al proprio asse); orbene, anche se le due metà vengono allontanate moltissimo, esse sembrano mantenersi in contatto, al punto che se si varia lo stato di una (ad es. misurandone la posizione) cambia automaticamente e immediatamente lo stato dell'altra. Questo fenomeno, che fino a poco tempo fa era una semplice ipotesi, un paradosso teorico, è stato poi comprovato da vari esperimenti, da quelli pionieristici del fisico Alan Aspect all’Università di Parigi nel 1980 a quelli di Gerhard Hergerfeldt nel 1993 presso l’Università di Gottingen (pubblicati sulla rivista New Scientist), fino a quelli più recenti del 2000, segnalati con grande rilievo perfino dalla stampa non specializzata .

Se già il principio di indeterminazione aveva evidenziato come il soggetto e l’oggetto sperimentale erano inequivocabilmente legati, l’esperimento del fisico quantistico Aspect e dei suoi colleghi sconvolge ancora più in profondità la logica deterministica della scienza attuale basata sulla diretta causalità (...) L’accadere simultaneo dei due eventi relativi alla coppia di particelle separate sconvolge in modo drammatico l’attitudine analitica e riduzionista della mente occidentale (...) Le implicazioni di questo fenomeno possono essere enormi se si tiene presente che all’inizio della creazione tutta la materia di cui è composto l’universo era unita in una singolarity (e quindi, in un certo senso, ogni particella esistente ha interagito almeno un volta con tutte le altre e quindi è collegata al tutto (N. F. Montecucco, 2000: 94-95, tra par. ns).

Dunque, per riassumere, la modalità conoscitiva per unione non è solo ri-unione, sintesi, ma è anche visione globale-processuale "a-priori", che può aver luogo a prescindere da una precedente scomposizione della realtà.

Ai nostri fini tuttavia risulta più importante l'aspetto di sintesi, di ricomposizione, dal momento che la tesi di questo saggio è che sia auspicabile e possibile integrare le due modalità conoscitive di base, e per far ciò non si possono ignorare millenni di separazione e analisi; pertanto, tale integrazione richiede di compiere la seconda metà del percorso conoscitivo, quella che dalla scomposizione porta alla ricomposizione, all'intero da cui si era partiti.

Torniamo quindi alla sintesi, osservando che, per quanto posta in secondo piano, non è del tutto assente nella scienza e nella filosofia occidentale: ad esempio, la ritroviamo, seppur indirettamente, nel ragionamento induttivo, che "consiste nell'inferire da osservazioni ed esperienze particolari i principi generali in esse impliciti" (Il Nuovo Zingarelli, 11^ed.). In altri termini, il ragionamento induttivo si muove alla ricerca di possibili convergenze, somiglianze, nessi tra elementi apparentemente isolati verso un unico principio ordinatore o esplicatore.

 

4.1 Il ruolo della sintesi nel metodo scientifico

Il metodo su cui si basa la scienza moderna è di tipo ipotetico-deduttivo, e si articola in più fasi: in primo luogo lo studioso formula delle ipotesi o postulati, in genere per via induttiva, sulla base di osservazioni e dati già disponibili o appositamente ricavati da una prima esplorazione sommaria; poi, per via deduttiva, individua le eventuali conseguenze che dovrebbero aversi nel caso i postulati fossero veri, e quindi progetta una ricerca che evidenzi la presenza o meno delle conseguenze dedotte. Se la ricerca empirica riscontra la presenza di tali conseguenze, l'ipotesi viene verificata (o, più correttamente, non falsificata) e, dopo un numero adeguato di ripetizioni, per evitare eventuali effetti dovuti al caso, assurge al rango di teoria; altrimenti viene scartata. Ora, la seconda parte del metodo, cioè i passaggi e procedimenti successivi alla formulazione delle ipotesi, è ben nota e accuratamente formalizzata; poco o niente invece è stato fatto per ottimizzare il modo tramite cui si perviene alle ipotesi , talvolta legato a osservazioni e induzioni, talaltra alla inventiva, all'intuito, al "fiuto" dello scienziato. Come osserva anche Bertrand Russel (1967: 714) "Di regola, la costruzione delle ipotesi è la parte più difficile del lavoro scientifico, e anche la parte per cui è indispensabile una grande abilità. Finora non è stato trovato alcun metodo che permetta di formulare delle ipotesi seguendo determinate regole". Ciò non è a mio avviso casuale e il motivo potrebbe essere duplice: da un lato, poco avrebbe da apportare il pensiero analitico-razionale ad un processo che si svolge in gran parte secondo la modalità conoscitiva dell'unione; dall'altro, pur rendendosi conto di non poter fare a meno di tale processo, vi è stata finora nella comunità scientifica come la tendenza a lasciarlo in ombra, e a dargli minore considerazione. Ciò ha prodotto conseguenze tutt'altro che trascurabili: in primo luogo, ha contribuito ad orientare in prevalenza la ricerca su verifiche di corollari e variazioni sul tema piuttosto che sulla formulazione di nuove ipotesi (insomma una ricerca di tipo "amministrativo"); questo ha anche fatto sì che solo una parte assai ristretta di scienziati si sia avventurata nel territorio ignoto delle nuove ipotesi, specie se davvero rivoluzionarie; non solo, ma ha creato una sorta di ritrosia o vera e propria ostilità verso tutte quelle ipotesi innovative che mettevano in discussione gli assiomi di fondo, andando con ciò in aperto conflitto con uno dei principi basilari della scienza sperimentale moderna che sostiene che nessuna ipotesi andrebbe esclusa a priori, cioè prima di averne verificata la correttezza o meno mediante apposite ricerche empiriche. Di fatto, invece, si assiste in molti casi ad una censura preventiva che rifiuta di prendere in considerazione certi tipi di ipotesi (come ad es. quelle inerenti la parapsicologia, le medicine alternative etc.) e così facendo si tradisce lo spirito originario del metodo scientifico.

Lo scienziato, quello con la S maiuscola, non dovrebbe limitarsi a perfezionare le ipotesi altrui o a lavorare su corollari e variazioni sul tema, ma dovrebbe essere disponibile, all'occorrenza, a formulare anche nuove ipotesi, apportando innovazioni e, talvolta, vere e proprie rivoluzioni nella conoscenza scientifica.

Tutte le grandi rivoluzioni del pensiero scientifico dovettero farsi non soltanto contro i dogmi aristotelici, platonici o cristiani, ma anche contro ciò che sembrava ovvio e dettato dal buon senso ... Ogni rivoluzione dovette aprire una breccia nell'edificio consacrato del pensiero concettuale. Keplero distrusse la dottrina 'ovvia' del moto circolare uniforme; Galileo, la nozione — ugualmente dettata dal buon senso — che tutti i corpi in movimento devono avere un 'motore' per tirarli o spingerli. Newton, non senza ripugnanza, dovette contraddire l'esperienza e mostrare che una azione è possibile senza contatto; Rutherford dovette commettere una contraddizione nei termini affermando che l'atomo, il quale in greco significa 'indivisibile', è divisibile. Einstein ha distrutto la nostra convinzione che gli orologi girino alla stessa velocità in qualsiasi punto dell'universo; la fisica quantistica ha fatto evaporare il significato tradizionale di termini come materia, energia, causa, effetto. (Koestler A., 1975: 166).

Per innovare (e rivoluzionare) la conoscenza, non basta utilizzare la parte razionale della mente, ma è necessaria anche e soprattutto quella cosiddetta "irrazionale": ogni nuova ipotesi infatti proviene dall'ignoto (se provenisse dal noto non sarebbe nuova), un ambito da cui la razionalità non è in grado di attingere. Per "captare" una nuova ipotesi è necessario ricorrere a processi mentali che appartengono spesso alla sfera dell'irrazionale, dell'induzione, della analogia. Non si possono percorrere nuove strade con vecchie mappe e in assenza di carte aggiornate bisogna affidarsi all'intuizione, verificando poi la validità di quanto intuito mediante la sperimentazione, non giudicandolo né liquidandolo frettolosamente sulla base delle teorie già note, che non sanno niente di quel nuovo mondo, di quelle nuove dimensioni, e che spesso negano addirittura che possano esistere. In questo avventurarsi nell'ignoto il mistico è talvolta più avanti dello scienziato, come suggerisce il seguente aforisma, attribuito a S. Giovanni della Croce:

Per raggiungere il punto che non conosci

devi prendere la strada che non conosci

 

L'analisi e il pensiero razionale in genere utilizzano come codice primario il linguaggio verbale e come regole quelle della logica, e dunque la loro valenza è strettamente connessa alle potenzialità e ai limiti di questi ultimi, come ha ben evidenziato Bertrand Russel nella "teoria dei tipi logici". Indubbiamente, di tutte le forme di attività mentale, il pensiero verbale è il più articolato, il più complesso, ma anche il più vulnerabile, in quanto, come si è visto nel capitolo I, esso può diventare un velo opacizzante tra il pensatore e la realtà. "Ecco perché spesso la vera creatività inizia dove il linguaggio finisce" (Koestler, op. cit.: 166/7).

Interessanti, a tal proposito, i risultati di un'inchiesta svolta nel 1945 negli Stati Uniti sui metodi di lavoro di eminenti matematici (cfr. Hadamard J., 1949) alla quale Einstein rispose: "Non credo che le parole della lingua, scritte o parlate, giochino il minimo ruolo nel meccanismo del pensiero. Le entità fisiche che sembrano servire da elementi dei pensieri sono certi segni o immagini più o meno chiare che possono riprodursi e combinarsi volontariamente (...) Da un punto di vista psicologico questo gioco combinatorio mi sembra una caratteristica essenziale del pensiero produttivo — prima che ci sia una qualsiasi connessione con una costruzione logica (...) Le parole e altri segni convenzionali si debbono cercare soltanto in uno stadio secondario, quando il gioco associativo è sufficientemente stabilito e può riprodursi a volontà".

"L'inchiesta portò prove definitive che nei matematici il pensiero verbale non ha che un ruolo secondario nella fase decisiva dell'atto creativo, e innumerevoli indicazioni mostrano che ciò vale anche per i pensatori originali in altre branche della scienza (op cit.: 162)".

La scoperta scientifica, e più in generale ogni forma di creatività e rivoluzione cognitiva sembrano dunque derivare più da attività irrazionali e immaginative che non analitico-razionali. I processi analitico-razionali interverrebbero in quello che Einstein definisce "uno stadio secondario", dopo cioè che l'ipotesi innovativa è balzata alla coscienza, vale a dire nel processo deduttivo che porterà poi a mettere a punto i disegni di ricerca per la verifica della ipotesi. L'emergere dell'ipotesi, l'affiorare di una nuova possibile visione della realtà — che è la parte rivoluzionaria, innovativa — è frutto invece di un processo creativo, immaginativo, che Koestler definisce un "pensare a parte" e che più recentemente è stato anche definito come "pensiero laterale", per distinguerlo da quello analitico-razionale che è invece di tipo focalizzato, concentrato su un singolo punto. La differenza tra questi due modi di pensare richiama per certi aspetti quella esistente tra la visione oculare periferica — che percepisce tutto il campo visivo nella sua globalità — e la visione focalizzata (foveale), in grado di vedere con maggior nitidezza ma solo una porzione o aspetto per volta.

A differenza del pensiero focalizzato, quello laterale non si basa su un vero e proprio linguaggio, per lo meno nell'accezione comune del termine; esiste, sì, un insieme di segni più o meno interrelati che sostanzia e fa funzionare i processi analogico-sintetici, ma esso non è esplicitamente codificato, non ha regole univoche e precise, e agli occhi di chi conosce solo i percorsi ben ordinati dell'analisi e della logica appare inevitabilmente sfumato e confuso, spesso contraddittorio nei significati, e difficilmente rappresentabile matematicamente. Contrariamente ad un pensare per concetti e parole, qui si ha infatti un pensare per immagini e per simboli e le regole di un tale "codice" non sono quelle della logica bensì quelle della analogia.

Fortunatamente non tutti tendono ad etichettare come irrazionale e puramente soggettivo un tale "quasi-linguaggio", e tantomeno a considerarne le "strane" caratteristiche come squalificanti e quindi motivo per non studiarlo. Oltre a Koestler, cui va il merito di essere stato tra i pochissimi a mettere in risalto l'importanza e il ruolo di tale "linguaggio" nella scoperta scientifica, ci riferiamo ai lavori di Carl Gustav Jung e, seppur con maggiori remore razionalistico-positiviste, anche a quelli di Sigmund Freud; e ancora, alle pazienti indagini di quegli studiosi (antropologi ma anche archeologi e filologi) che, confrontando la cultura di popoli anche molto distanti nel tempo e nello spazio, sono riusciti a far emergere analogie e omologie di ampia portata sul piano dei miti, dei simboli, delle immagini archetipiche. Tali filoni di studio forniscono abbondante e interessante materiale per conoscere più a fondo natura e funzionamento dei processi analogici di pensiero, facendoci altresì rivalutare, per il loro profondo contenuto simbolico universale, generi espressivi troppo frettolosamente squalificati dal razionalismo materialistico moderno, quali i sogni, i miti e le leggende, l'iconologia e ritualità sciamanica e magica, le cosiddette superstizioni, i proverbi, le fiabe e via dicendo.

Tra le ipotesi di fondo che hanno, più o meno esplicitamente, ispirato gli studi suddetti, particolare attenzione merita quella che sostiene che esista un rapporto profondo e universale tra l'uomo ed i simboli, i quali, pur presentandosi in forme diverse nei vari luoghi e tempi, mostrano, ad una lettura più ampia, rilevanti somiglianze nei significati, spesso non spiegabili sulla base di possibili matrici storiche, religiose e culturali comuni o vicine. Invece di ricercare una spiegazione a livello storico-culturale, tali analogie potrebbero derivare da complessi psicologici inconsci, innati e universali, comuni all'intero genere umano. Questi complessi — denominati archetipi da Jung — sarebbero strutture assolutamente inosservabili, ma che, a seguito di sollecitazioni interne o esterne, producono manifestazioni di sé o immagini archetipiche, queste sì, osservabili sotto forma di miti, icone, drammi, fantasie, sogni etc. In quanto forme manifeste, le immagini archetipiche dipendono — a differenza dell'archetipo, che è universale e astratto — dallo specifico contesto culturale in cui sono prodotte, e si presentano quindi diverse da luogo a luogo, da popolo a popolo; tuttavia, nonostante le differenze esteriori, è spesso possibile riuscire a vederle come espressioni di uno stesso significato profondo (cfr. Jung C. G., 1977b).

Il carattere universale — dunque extraculturale — degli archetipi sembra costituire un ulteriore elemento a sostegno dell'ipotesi che vi siano isomorfismi tra la struttura della percezione e la struttura della realtà, non solo quella esterna ma anche quella interna all'individuo (il sistema neuropercettivo).

Una ulteriore elemento a sostegno di tale ipotesi può essere visto in alcune recenti acquisizioni della ricerca neurofisiologica che hanno evidenziato nel cervello umano l'esistenza di sedi elettive delle due forme di pensiero che per brevità abbiamo ricompreso nei concetti di analisi e sintesi: tali sedi sarebbero situate nella neocorteccia, rispettivamente nell'emisfero cerebrale sinistro (analisi) e in quello destro (sintesi). Ma soffermiamoci brevemente su questa importante scoperta.

 

4.2 Analisi e sintesi in rapporto agli emisferi cerebrali

Già nella metà del XIX secolo era stato rilevato che il cervello umano, e più precisamente la neocorteccia, è divisa in due metà speculari: l’emisfero destro e l’emisfero sinistro, e che eventuali lesioni in alcune specifiche aree dell'emisfero sinistro provocano l'afasia, cioè l’incapacità di pronunciare le parole pensate. A partire dagli anni 1960, altri studiosi, tra cui Roger Sperry e Michael Gazzaniga hanno poi studiato a fondo il comportamento di persone a cui era stato reciso chirurgicamente il "corpo calloso", cioè l’insieme di fibre nervose che collegano tra loro i due emisferi. I risultati di queste ricerche (che valsero a Sperry il premio Nobel nel 1981) confermano l'esistenza di una profonda diversità tra le funzioni dei due emisferi: il sinistro è dominante nei processi linguistici, il destro nei processi visivi (cfr. Sperry, R.W, Gazzaniga M.S. and Bogen J.E., 1969; Sperry, R.W., 1974; Gazzaniga M. S., 1974).

Ciò è assai rilevante ai nostri fini giacché, come abbiamo più sopra rilevato, la modalità conoscitiva per unione opera essenzialmente per immagini mentre quella per separazione lavora per concetti astratti (cioè elementi in qualche modo di tipo linguistico).

Ma c'è di più. Grazie a successive ricerche, sia dei due studiosi menzionati, sia di altri (cfr. Sperry, R. W., 1980) è emerso che la differenziazione non si limita a processi linguistici vs. processi visivi ma è ben più ampia: l’emisfero sinistro è cioè attivo non solo nella attività linguistica ma più in generale in tutti quei processi che hanno a che fare con la logica, l'aritmetica, la capacità di analizzare e di dividere un problema nelle sue parti; l’emisfero destro dal canto suo non sovrintende solo ai processi visivi ma entra in gioco nell’orientamento spaziale, nel riconoscimento dei volti, nella percezione globale di un problema, nella comprensione analogica e simbolica — insomma, in molte di quelle attività percettivo-elaborative che abbiamo ricompreso nel concetto: "modalità conoscitiva per unione".

E' interessante notare, a margine, che, a causa dell’incrociarsi delle fibre nervose, l’emisfero destro governa la parte sinistra del corpo e viceversa. Ora, considerando che in molte culture e religioni la destra è associata simbolicamente al maschile e la sinistra al femminile, si può ipotizzare che i due emisferi rappresentino l’espressione archetipica della psiche maschile e femminile. Più specificamente, si può considerare il pensiero analitico-razionale come la modalità conoscitiva maschile, e il pensiero sintetico-irrazionale come la modalità conoscitiva femminile.

Come rileva anche N. F. Montecucco (2000) la relazione di complementarietà funzionale e psicologica tra i due emisferi presenta tra l'altro notevoli assonanze con la concezione junghiana di animus e anima e anche con le categorie taoiste conscio/luminoso e inconscio/oscuro associate ai simboli dello Yang (maschile) e dello Yin (femminile), che lo stesso Carl Gustav Jung aveva commentato nella sua introduzione al testo di Lao T'zu Il mistero del fiore d’oro. Questa dualità così profondamente unitaria e complementare non può inoltre non ricordarci, per analogia, i due "cromosomi" materni e paterni dalla cui fecondazione nasce la cellula che darà vita a tutto il nostro essere. Già la prima unità contiene ed è costituita dai due aspetti complementari del maschile e del femminile."

Una ulteriore, fondamentale differenza rilevata tra i due emisferi concerne — prosegue Montecucco — il loro stato di coscienza: mentre l'emisfero razionale ha coscienza delle informazioni che elabora, l’emisfero intuitivo, pur svolgendo la stessa quantità di operazioni con identica precisione, è completamente inconscio. I soggetti a cui è stata recisa chirurgicamente la connessione tra i due emisferi sono coscienti degli oggetti che vedono solo con l’emisfero razionale, ma non sono in grado di descrivere ciò che vedono con il solo emisfero intuitivo. Ciò spiegherebbe perché il pensiero razionale sia assurto ad emblema esplicito della intera cultura occidentale e perché invece il pensiero irrazionale sia rimasto "underground", confinato al mondo dei sogni, dei miti, dell'esoterismo, del misticismo e via dicendo. Ma la questione della prevalenza dell'emisfero sinistro sul destro non si limita solo a fattori innati e va ricercata anche sul piano storico-sociale, come abbiamo già avuto modo di sostenere.

 

 

5. La terza via della conoscenza

Il fatto che la visione dualistica della realtà sia intrinseca al nostro apparato percettivo sensoriale, che è essenzialmente un rilevatore di differenze, la rende indubbiamente la più adatta allo studio della dimensione materiale, che è appunto quella dimensione che i cinque sensi colgono. Non c'è quindi da meravigliarsi che tale visione sia alla base e della cultura tradizionale e della scienza moderna, entrambe interessate soprattutto al mondo materiale, sensibile. Tuttavia, la realtà non è fatta solo di materia ma anche di relazioni, di significati, di valori, e per lo studio delle dimensioni "immateriali" la visione olistica è indubbiamente più adatta, e lo si vede sia nella psicologia del profondo sia nelle discipline socioantropologiche, sia anche nelle "psicologie" orientali. Già questo semplice ragionamento sottolinea la necessità di rivalutare la modalità conoscitiva per unione attribuendogli la stessa dignità dell'altra.

Ma c'è di più: le dimensioni materiali non esistono separatamente da quelle immateriali, ma sono compresenti e interconnesse (anche se a certi livelli può non apparire immediatamente evidente): nell'essere umano ad esempio, la mente influenza il corpo e viceversa, così come il cibo influenza la mente e le emozioni, e via dicendo, come ben stanno mostrando gli studi di psicosomatica, le terapie psicocorporee etc.

Gregory Bateson (1984), commentando il significato evoluzionistico della visione binoculare rileva in modo molto semplice ma estremamente incisivo che "due occhi vedono meglio di uno"; e ciò non solo (e sarebbe già molto) nel senso di disporre di due immagini diverse di uno stesso fenomeno, ma anche e soprattutto di poter percepire (grazie alla loro integrazione operata nel cervello) dimensioni del fenomeno che nessuna delle due immagini singolarmente, né la loro semplice somma, sarebbero in grado di evidenziare: la profondità di campo, o distanza, è la più nota di queste. Si ha così un prodotto di un tipo logico superiore a quello della somma delle singole immagini di partenza, e la percezione compie così una sorta di "balzo quantico". Analogamente, gli evoluzionisti sostengono che la riproduzione sessuale — che richiede due individui distinti — è superiore a quella degli organismi ermafroditi o che si riproducono per scissione proprio in quanto si attua una sintesi di due distinti patrimoni genetici.

Il punto a cui voglio arrivare è proprio questo: la via ottimale per la conoscenza, non va ricercata né nella separazione né nella globalità, ma in entrambi simultaneamente.

La conoscenza per separazione è incompleta, da sola, poiché tende ad una visione oggettuale (il corpuscolo della meccanica quantistica) che si sofferma isolatamente su ciascun oggetto perdendo di vista il collegamento con gli altri oggetti, giungendo ad una incapacità di comprendere i sistemi complessi; inoltre è anche pericolosa sul piano sociale, poiché conduce ad una scienza senza coscienza e a una politica senza cuore. La conoscenza per globalità porta ad una visione processuale (ondulatoria) della realtà che riconosce l'interdipendenza, dal momento che ogni processo è dato da una interazione tra poli opposti/complementari e da una differenza di polarità o potenziale tra di loro. Tuttavia, anch'essa, da sola, presenta dei limiti, quali l'indifferenziazione e la negazione dell'individualità, e può portare a rilevanti rischi sociali, quali un incompleto sviluppo del processo di individuazione e una totale subordinazione dell'individuo alla società, come si è più volte avverato nei regimi teocratici e più in generale in società, come quelle orientali, fortemente intrise di spiritualità.

Ciascuna delle due modalità, singolarmente, è stata percorsa dal genere umano abbastanza a fondo ed ambedue, hanno mostrato sia pregi che limiti. Adesso credo che i tempi siano maturi per riconoscere loro pari dignità, per farle dialogare proficuamente ed infine per integrarle.

Come si è visto in precedenza, la ricerca neurofisiologica è riuscita ad individuare negli emisferi sinistro e destro del cervello le sedi fisiche elettive (pur se non esclusive) delle attività che per brevità abbiamo ricompreso nei concetti di analisi e sintesi. Le stesse ricerche ci dicono anche che la natura ha fornito al cervello umano una possibilità di dialogo, di comunicazione interna tra i due emisferi attraverso il corpo calloso (un fascio di fibre nervose posto a collegamento dei due emisferi). Non è una comunicazione facile sul piano dei vincoli neurofisiologici, ma appare sempre più chiaro che le maggiori difficoltà dipendono non tanto dai vincoli del hardware ma da quelli del software, vale a dire dalle paure dell'indeterminato in precedenza richiamate e dai condizionamenti socioculturali storicamente responsabili dello sviluppo disarmonico dei due emisferi, con il privilegio di uno (il sinistro nella cultura occidentale) a svantaggio dell'altro.

Fino ad oggi, salvo rare eccezioni, la maggior parte degli uomini ha potuto cogliere, con una certa profondità, solo un lato della realtà, per alcuni quello materialistico-razionale, per altri quello metafisico-intuitivo: si sono avuti scienziati, da un lato, e artisti dall'altro, oppure logici contrapposti a intuitivi, o ancora filosofi e mistici, ciascuna categoria focalizzata sulla sua porzione di realtà e relativamente incomunicante col polo opposto, sia esso rappresentato da interlocutori esterni, oppure inteso come parti diverse della propria psiche (si consideri, a riguardo, il concetto junghiano di ombra ). Le eccezioni (per lo meno quelle di dominio comune) sono così rare che sul momento solo il nome di Leonardo, grande sia nell'arte che nella scienza, mi affiora in mente.

Viene quindi da chiedersi: come potrebbe apparire la realtà ad un osservatore di nuovo tipo, che abbia integrato i due lati e dunque trasceso la dicotomia?

E visto che ci siamo, tanto vale chiedersi anche: come si potrebbe giungere a tanto?

 

5.1 Conoscenza e trascendenza

Per avere risposte davvero valide bisognerebbe poter studiare casi di persone che abbiano fatto una tale esperienza di integrazione. Ma esistono o sono mai esistiti individui del genere?

Per quel che la scienza ne sa, un tale passo potrebbe anche essere evolutivamente possibile, ma al livello della specie non risulta sia ancora accaduto, e quindi — ammesso che sia possibile in linea di principio — essa rimane per il momento una pura potenzialità che, dati i tempi della filogenesi, potrebbe anche non attualizzarsi mai o richiedere migliaia e migliaia di anni. Tuttavia, talvolta possono avvenire casi "individuali" o comunque circoscritti, in cui si verifica un balzo evolutivo quantico, una sorta di mutazione (l'estendersi o meno della quale dipende poi da vari fattori, tra cui l'effettiva maggiore adattività del mutante). Vi potrebbe quindi essere la possibilità che soggetti con una maggiore capacità di comunicazione tra gli emisferi cerebrali siano già apparsi in passato (o anche nel presente), ma che non li si sia riconosciuti come tali. Un'ipotesi affascinante, ma certo ardua da verificare. Potremmo a tal proposito esaminare i documenti storici per trovare tracce e testimonianze circa l'esistenza di uomini "straordinari", forse al punto da essere presi per pazzi per il loro diverso modo di vedere la realtà. Uomini, quindi, non straordinari nel modo di Alessandro, Cesare, Aristotele, e che, non di meno, devono essere stati notati, se esistiti e, forse, aver comunicato in forma scritta o orale la loro diversa visione del mondo.

Tuttavia, la storiografia ufficiale non sembra aver rilevato l'esistenza di tali uomini e quindi l'ipotesi non può essere per il momento convalidata. A meno che ... a meno che non si considerino i casi di quegli "esseri" che alcune tradizioni religiose chiamano semidei e altre definiscono come "illuminati" o "realizzati". Avremmo così un gruppo abbastanza numeroso e vario di soggetti: partendo dai più famosi — Orfeo, Buddha, Gesù, Mahavir, Krishna, Lao T'su, Bodhidarma etc. — da cui si sono originate religioni di più o meno grande diffusione — per poi andare a personaggi quali Eraclito, Rumi , Patanjali — il cui bacino di influenza è stato più specifico e circoscritto — per concludere con i numerosi "maestri spirituali" susseguitisi nelle molteplici scuole mistico-esoteriche, sia autonome sia inserite nell'ambito delle religioni maggiori; maestri i cui nomi sono ricordati solo nella letteratura o tradizione orale interna a tali tradizioni (è il caso di Hudaifa, il mistico sufi citato in epigrafe al cap. I e di molti altri come lui).

Se esaminiamo gli insegnamenti di tali maestri (di molti dei quali esistono resoconti scritti, autografi o redatti da discepoli) depurandoli il più possibile da quanto è stato aggiunto o modificato in seguito, si possono in effetti notare svariati tratti che mostrano una visione della realtà ben diversa da quella ordinaria e che potrebbe essere indicatrice di una integrazione profonda tra le due modalità conoscitive di cui stiamo trattando. I personaggi suddetti rivelano ad esempio una spiccata consapevolezza circa il carattere relativo (e limitante) delle credenze, delle norme morali, delle gerarchie, ponendosi al di fuori e al di sopra delle rispettive culture di appartenenza. Inoltre, ancor più indicativo, manifestano una visione dell'uomo e del mondo armonica più che dicotomica, in cui viene riconosciuto all'amore il potere di unire quel che la mente ha separato. E ancora, utilizzano forme espressive metaforiche e allegoriche (Gesù, Buddha) e/o ibride, in cui si fondono stili e modi normalmente distinti, come poesia e saggistica (Eraclito, Patanjali, Lao T'su, Rumi). E infine fanno un ampio uso del paradosso, sia nell'espressione verbale che nel modo di comportarsi e questo è forse il tratto più significativo, poiché il paradosso è sostanzialmente una (apparente) contraddizione tra due affermazioni o visioni della realtà. Ebbene, come si è visto, la modalità conoscitiva per separazione e la modalità conoscitiva per unione danno luogo a due distinte e diverse visioni del mondo, e una persona in grado di percepirle entrambe simultaneamente avrebbe grosse difficoltà a comunicare la sua visione della realtà servendosi del linguaggio, e forse solo il paradosso potrebbe consentirgli di esprimere certi significati e concetti. Naturalmente, il paradosso è tale solo per chi ragiona in termini logico-analitici, mentre ad una visione più ampia esso rivela il suo significato "segreto". Ma come fare per far sì che il destinatario del messaggio possa coglierlo? Molte tradizioni spirituali dell'oriente sostengono che l'unico modo per cogliere l'essenza di tali messaggi è "fermare il pensiero", smettere di pensare; sia che si pensi in modo concettuale-razionale, sia che si pensi per immagini, in modo simbolico-irrazionale, siamo dentro o l'una o l'altra delle due modalità conoscitive ed è impossibile cogliere entrambi simultaneamente: solo assumendo un punto di vista più ampio che sta al di fuori di entrambe è possibile vedere i nessi tra le due visioni e superare così l'apparente antagonismo. Vari maestri spirituali orientali usavano spesso prospettare ai loro discepoli enigmi paradossali, proprio allo scopo di fargli rendere conto delle limitazioni del pensiero "ordinario". Nello Zen, in particolare, venne sviluppata una metodologia di istruzione basata su enigmi apparentemente insensati chiamati koan. Applicandosi con totale concentrazione alla ricerca della soluzione di un koan, l'allievo giunge prima o poi ad un punto in cui la sua mente si arrende, e, estenuata dalla stanchezza, e al contempo stimolata dalla prolungata concentrazione, cessa ogni processo di pensiero. In quel momento, in cui entrambe le funzioni mentali sono disattivate (o entrambe attive) l'allievo entra in uno stato di coscienza non ordinario in cui viene trovata la soluzione e il koan cessa di apparire come paradosso, rivelando il suo significato profondo.

Ad ogni modo è opportuno precisare che l'ipotesi-corollario che i cosiddetti "illuminati" possano rappresentare casi di avvenuta integrazione delle funzioni cerebrali — per quanto suggestiva — non è realmente indispensabile al nostro discorso, e quindi la sua validità o meno non dovrebbe riflettersi sul più ampio discorso che stiamo conducendo e sull'ipotesi centrale. Anche ammesso che tale integrazione non sia mai avvenuta in passato, non significa che non possa avvenire adesso o in un prossimo futuro. Vorrei anche chiarire che il riferimento al concetto di mutante intendeva essere prevalentemente metaforico, potendosi estendere dall'ambito genetico a quello più squisitamente culturale. Infatti potrebbe non esservi bisogno di una mutazione genetica per raggiungere l'auspicata integrazione: questa potenzialità forse esiste già nel nostro patrimonio genetico e va solo opportunamente educata, cioè portata fuori. Come già si è avuto modo di osservare, la maggior parte degli ostacoli riguarda il software, non l'hardware, vale a dire le nozioni ed i linguaggi che costituiscono i programmi operativi della mente umana. E questo, lo sappiamo fin troppo bene, è un problema prettamente culturale. Ciò che occorre, almeno in prima battuta, è quindi un mutamento culturale, come verrò argomentando nel prossimo capitolo e come ho più approfonditamente sostenuto altrove (cfr. Cheli E., 1993 e 2001b).

Prima di passare alla seconda domanda soffermiamoci più a fondo su cosa significhi una maggiore e migliore integrazione tra emisfero sinistro e destro. Tale integrazione non si limita alle coppie di opposti/complementari denominate razionalità-intuizione e analisi-sintesi, ma investe anche altri aspetti della natura umana, altre dimensioni bipolari, a partire da quella maschile-femminile, attività-passività, yang-yin, aggressività-ricettività, scienza-arte e altre coppie di "opposti" complementari, facce diverse di un'unica bipolarità di fondo, i due occhi che vedono meglio di uno, che devono dividere la realtà in due immagini distinte, ma che poi devono anche integrarle per poterne percepire la profondità. La necessità di una integrazione è particolarmente evidente se risaliamo alla fonte di ogni dicotomia, ai due principi conoscitivi di fondo, divisione e unione, il cui rapporto non è affatto di opposizione in senso negativo, ma anzi di perfetta complementarità e quindi cooperazione . E' interessante notare che questa concezione "controcorrente" che vede i due poli non come antagonisti ma come complementari, trova riscontro in pressoché in tutte le più importanti tradizioni mistico-esoteriche del passato, sebbene espressa in forme essenzialmente simboliche. Le nozze alchemiche tra i due principi solve et coagula, come passo per l'ottenimento della pietra filosofale, rappresentano una di queste forme (solve è la separazione e coagula l'unione); così pure l'unione di Dio padre (il principio razionale, maschile) con la vergine Maria (il principio ricettivo, femminile) per il concepimento dell'uomo nuovo, del salvatore, dell'uomo-dio; e ancor più indietro, possiamo considerare la religione dell'antico Egitto dove, dalle nozze tra Osiride (la conoscenza solare, maschile) e Iside (la conoscenza femminile, lunare) nasce la figura di Horus, spesso rappresentato con l'immagine di un occhio in un triangolo, che simboleggia la percezione divina o trascendente (il figlio che integra sole e luna, conoscenza maschile e femminile, separazione e unione). Interessante notare che il mito prosegue con l'uccisione di Osiride da parte del fratello Seth, che ne smembra il corpo e ne disperde le parti. Iside, venuta a conoscenza dell'accaduto, si mette alla ricerca delle parti, le recupera e le ricompone, riportando alla vita Osiride. A mio avviso Seth potrebbe rappresentare il lato negativo della conoscenza maschile, nei suoi aspetti di aggressività e separazione, così come il corpo smembrato rappresenterebbe la dissociazione e disintegrazione dell'io, altra conseguenza negativa prodotta dalla preponderanza della visione oggettuale o corpuscolare, che porta l'individuo a percepirsi scollegato, isolato dagli altri, dalla natura, dal divino. Iside, simbolo della sintesi, o conoscenza per unione, ricompone il corpo di Osiride, che rinasce trasformato: ha fatto esperienza della visione separata fino ai suoi limiti estremi comprendendone i rischi e i limiti (la prima metà del percorso); poi ha vissuto la fase di ricomposizione, cioè ha sperimentato la visione per unione o sintesi (la seconda metà del percorso); grazie alla integrazione di queste due modalità percettive ha infine trasceso la sua natura parziale e vede se stesso e la realtà in modo più ampio e completo.

Un significato analogo potrebbe avere il mito biblico di Caino e Abele, anch'essi fratelli maschi, con Caino che rappresenta il lato "oscuro" del principio maschile — aggressivo e isolato dal Tutto (o Dio) — ed Abele, che si sente ancora in contatto con Dio, e che viene ucciso da Caino, come Osiride da Seth. Anche i due fratelli biblici potrebbero rappresentare simbolicamente i due lati della conoscenza, quella pre-umana, in cui l'io non si percepisce ancora separato e differenziato dal tutto (Abele) e quella umana, in cui l'affiorare dell'autocoscienza porta necessariamente alla separazione e distinzione (Caino), poiché per essere coscienti di sé è necessario che vi sia un sé distinto dal resto, dal tutto, il che però "uccide", almeno in un primo momento, il senso di fusione e appartenenza con la natura. Il viaggio della coscienza umana inizia con un atto di separazione o individuazione (cfr C. G. Jung, 1977c) che produce dolore ma anche conoscenza, come rivela il mito di Osiride, che rinasce non quale era, ma trasformato, integrato. Nel mito biblico manca tuttavia un personaggio femminile che operi la ricomposizione e l'uomo dovrà compierla da solo, esperienza dopo esperienza, riunendo i frammenti di conoscenza col sudore della propria fronte. Questa differenza tra i due miti non va vista però come un elemento di divergenza in quanto rispecchia le due possibili vie di reintegrazione e trasformazione a disposizione dell'essere umano: quella biblica è la via "normale" e collettiva, in cui l'umanità evolve generazione dopo generazione, fino alla fine dei tempi; il mito egizio illustra invece la via iniziatica, individuale e più rapida, le cui tappe non sono affidate al destino e alle esperienze spontanee della vita ma alla conoscenza dei "misteri". L'iniziato può compiere, nell'arco di una sola vita, l'intero percorso di scomposizione e ricomposizione e rinascere trasformato (cfr. E. Shurè, 1990; E. Zolla, 1990; 2002). Non staremo qui a discutere se e come ciò sia possibile, giacché, come tutti i miti, anche questi rappresentano un misto di verità e di aspirazione che "serve da modello e anche da giustificazione a tutti gli atti umani" (M. Eliade, 1976: 15), ma anche se fosse solo speranza, è interessante notare come fin dalla antichità vi fosse consapevolezza dei lati negativi (ma anche inevitabili) della separazione e della necessità di giungere, prima o poi, ad una ricomposizione.

Ne è ulteriore testimonianza il mito indiano del Purusha primordiale che, come narrano i Rig-Veda, fu diviso dai Deva nel primo sacrificio all'inizio dei tempi e dette origine, con le proprie parti, a tutti gli esseri. Questa scomposizione deve però essere ricomposta, e difatti, come nota A. K. Coomaraswamy (in R. Guenon, 1975: 261 – tra par. ns.) "l'essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire"; esso comporta dunque — prosegue Guenon — le due fasi complementari della 'disintegrazione' e della 'reintegrazione' (il "solve et coagula" degli alchimisti) che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, "essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno"

Anche nella Cabala ebraica l'Universo e gli esseri che contiene si originano da un processo di disintegrazione di una unità primordiale: l'Adam Qadmon, e anche in questo caso l'opera mistica (o magica) consiste nella ricostituzione dell'Adam Qadmon.

Il mito vedico ed il mito cabalistico ora accennati hanno, rispetto ai due precedenti, una impronta più cosmologica che epistemica (evidenti le analogie con la teoria del Big Bang), ma anche questo aspetto non va visto come un problema, come un punto di divergenza, se accettiamo la tesi esposta in precedenza, che esista un isomorfismo tra microcosmo e macrocosmo, tra la realtà e i processi o modalità conoscitive tramite cui essa ci diviene percepibile.

I riferimenti mitologici relativi al tema che stiamo trattando potrebbero essere molti e molti altri ancora, tratti sia dalla cultura occidentale che da quella orientale, nonché dalle culture tribali e sciamaniche, ma preferiamo fermarci qua (per una vasta bibliografia a riguardo cfr. Chevalier J., Gheerbrandt A., 1986).

 

5.2 Verso una nuova mente: percorsi e tecniche per armonizzare analisi e sintesi, ragione e intuito

Prendiamo adesso in considerazione la seconda domanda posta in apertura di paragrafo: come poter conseguire un cambiamento nella mente umana che le consenta di utilizzare più pienamente entrambe gli approcci conoscitivi di cui dispone, e poi di integrarli. Potrebbe sembrare un po' prematuro affrontare la questione del "come poterli integrare" prima di aver risolto quella del "se sia possibile integrarli", cioè di aver verificato la validità dell'ipotesi di base, ma d'altra parte è solo provando ad integrarle che potremo sapere se ciò sia o meno possibile.

Dato che al momento se ne sa ancora troppo poco, non si può andare oltre alcune indicazioni generali, che comunque possono servire come spunti di riflessione.

1) Il primo passo è quello di non scartare a priori l'idea che un cambiamento sia necessario e possibile ma valutarla obbiettivamente e sottoporla alle verifiche appropriate. La tentazione di rifiutarla e denigrarla potrebbe essere forte, specie se ragioniamo in base ai soli schemi analitico-razionali finora dominanti: dobbiamo allora ricordarci, come si è visto al cap. II, che la valutazione dei problemi e l'individuazione o meno di soluzioni adeguate dipende in larghissima misura dagli "occhiali" che indossiamo: più trasparenti (imparziali) sono, migliori le possibilità di risolvere il problema.

2) Il secondo passo si articola in due aspetti consecutivi:

a) In primo luogo è necessario rivalutare e coltivare quella metà della mente che la nostra paura dell'indeterminato e la nostra cultura ci hanno portati a lasciare relegata nell'inconscio, poiché non si può pensare di poterla integrare con l'altra e più sviluppata metà senza prima averla fatta crescere ad un livello che consenta un dialogo paritetico. Si può anzi aggiungere che il fatto di dedicare maggiore attenzione e consapevolezza alle facoltà intuitive, analogiche, costituisce già di per sé un avviarsi sulla strada dell'integrazione.

b) In secondo luogo, utilizzare metodi e tecniche che — come avviene ad esempio per i koan e la meditazione — consentano di sincronizzare gli emisferi cerebrali e armonizzare le due modalità conoscitive fino a trascenderle e giungere alla terza modalità.

 

Approfondiamo adesso il punto a). Come si è detto, una rivalutazione è un passo indispensabile, poiché senza di essa mancherebbero le motivazioni (e le risorse) per coltivare la metà in ombra della nostra mente, e la rivalutazione è un passo che concerne il piano socioculturale. Abbiamo visto in precedenza come le civiltà occidentali siano fortemente sbilanciate sul versante della conoscenza per separazione (analitica, razionale, maschile) e come ignorino o squalifichino l'altro versante (sintetico, irrazionale, femminile). Basta un'occhiata ai programmi scolastici per vedere che le uniche concessioni alla mente irrazionale, intuitiva, sintetica, riguardano la cosiddetta educazione artistica (che poi spesso si traduce in tecnica del disegno e in storia dell'arte più che in creatività artistica) e l'educazione fisica (anch'essa vista come performance più che consapevolezza corporea o senso-motoria che dir si voglia). Tutto il resto pertiene esclusivamente alle funzioni logico-razionali, quando addirittura non si riducono alla memorizzazione meccanica di formule, regole etc.

E' però vero che a partire dagli anni '60 e '70 è emersa e si sta sviluppando una cultura alternativa che si pone come obbiettivi di mettere in discussione l’unilaterale predominio della cultura razionalistico-patriarcale e di promuovere nuove visioni e nuovi valori, più armonici e bilaterali. Tale processo di mutamento culturale è ben evidente nel boom delle medicine alternative, nel crescere di una coscienza ecologica planetaria, nel successo incontrato (specie all'estero) dai gruppi e movimenti della nuova era, che creano un vero e proprio network interreligioso e interculturale, come ho più estesamente mostrato in alcune mie precedenti pubblicazioni (cfr. E. Cheli, 2000 e 2001b).

Seppur recente, questo fenomeno ha già prodotto alcuni significativi mutamenti, e molte delle barriere di intransigenza e dogmatismo che proteggevano il sistema di credenze della scienza e del senso comune si sono indebolite o addirittura infrante; molte persone, anche all'interno del mondo scientifico, hanno accettato di mettere in discussione alcuni dogmi e di aprirsi a considerare con serietà, senza disprezzo pregiudiziale, gli assunti e i metodi della cultura emergente. Possiamo insomma dire che — anche se c'è ancora molta strada da fare — è già in atto un processo di rivalutazione, pur se in Italia assai meno presente che in altri paesi, specie quelli anglosassoni. Già da questa rivalutazione della sfera analogica e sintetica si possono produrre conseguenze che vanno al di là di una semplice propedeutica: come infatti vedremo nel prossimo capitolo, ogni sistema naturale — mente compresa — ha una capacità evolutiva intrinseca di autoriorganizzarsi per il meglio, e quasi sempre l'eventuale aiuto esterno che gli occorre non è molto più che liberare gli "ingranaggi" dalla "ruggine" e da eventuali corpi estranei, dopodiché è perfettamente in grado di sapere da solo dove e come evolvere.

Affrontiamo comunque più direttamente il secondo termine della questione, cioè come procedere per sincronizzare gli emisferi cerebrali e armonizzare le due modalità conoscitive fino a trascenderle e giungere alla terza modalità.

Ovviamente, non esistono metodi e strumenti consolidati all'interno della scienza occidentale; essi però esistono forse in altre culture, in particolare quelle dell'oriente, che hanno sviluppato a fondo forme diverse di sapere, focalizzate sull'interiorità e caratterizzate da una visione olistica e da una grande attenzione alla mente intuitiva (oltre che allo stato di "non mente"). In India, Cina, Giappone e più in generale in tutto l'oriente vi è abbondante letteratura sui metodi e le esperienze pratiche in materia. Il problema è che i linguaggi e le forme espressive adottate per descrivere tali metodi hanno sinora indotto gli studiosi occidentali ad etichettarli come appartenenti al misticismo, alla religione e per ciò stesso a considerarli ascientifici. Si tratta invece, in molti casi, di veri e propri trattati psicologici, nell'accezione più profonda del termine "psicologia", cioè "trattati sulla mente e sulla coscienza".

Le teorie, si sa, riflettono inevitabilmente la cultura di un popolo, quindi non deve sorprendere che quelle orientali siano intrise di misticismo e che il linguaggio in cui sono espresse usi simboli e metafore che rinviano a divinità, a personaggi mitici etc.; ciò, tuttavia, non dovrebbe scoraggiare il vero ricercatore, poiché una cosa è il linguaggio e altra cosa è il contenuto e il metodo che tale linguaggio descrive. Del resto, un orientale potrebbe rilevare — e a ragione — che le nostre teorie psicologiche sono intrise di materialismo e di meccanicismo, ed essere tentato di etichettarle come "fisica" e non come psicologia. Né gli occidentali né gli orientali sono immuni al problema della contaminazione tra credenze di senso comune e teorie scientifiche. Tuttavia, se non ci si ferma alla forma esteriore, è possibile trovare del buono in entrambe le realtà — e dalle scienze orientali vi è moltissimo da imparare sui mondi interiori, così come noi occidentali abbiamo molto da insegnare sul mondo esteriore, materiale.

La nostra scienza, la scienza greca, si basa sull'oggettivizzazione, ma per questo si è preclusa un'adeguata comprensione del Soggetto della Conoscenza, della mente. Tuttavia sono certo che sia precisamente questo il punto dove il nostro attuale modo di pensare deve essere modificato, magari con una piccola trasfusione di pensiero orientale. (Erwin Schrödinger, premio Nobel per la fisica).

L'aspetto più interessante delle scienze orientali non è rappresentato dalle teorie bensì dai metodi: metodi pratici che chiunque può praticare e sperimentare, allo scopo di affinare ed espandere la conoscenza di sé, sviluppare il pensiero sintetico-analogico e pervenire allo stato di "non mente" che prelude alla terza modalità conoscitiva.

Il metodo dei koan accennato in precedenza non è l'unico e in oriente sono state percorse molte altre vie che conducono alla "sospensione del pensiero" che, come si è detto, è considerato presupposto indispensabile per poter cogliere nella loro simultaneità e interdipendenza due visioni della realtà tra loro apparentemente antagonistiche. La via maestra che si ritrova pressoché in tutte le principali tradizioni spirituali e mistiche è quella della meditazione, parola che in occidente rinvia spesso a processi di pensiero (v. ad es. le meditazioni di Cartesio o quelle di S. Agostino) e che invece in oriente sta ad indicare un insieme di tecniche tramite cui si può arrivare a non pensare, ad arrestare (temporaneamente, s'intende) il flusso dei pensieri.

In effetti, è difficile stare per più di qualche secondo senza pensare o visualizzare qualcosa, se non quando si dorme. La nostra mente è come una radio sempre accesa, sempre sintonizzata a tutto volume sullo stesso canale: quello del pensare; si pensa a quanto è accaduto ieri, a quanto desideriamo o temiamo accada domani, a quello che dobbiamo fare, che dobbiamo dire, che avremmo dovuto fare o dire, insomma siamo continuamente nel passato o nel futuro, distolti dal presente, da noi stessi, dal nostro essere vivi, ora, qui. Con la meditazione si arriva a capire che ci sono altri canali, talora anche più importanti del pensare, e si impara a cambiare canale, ad abbassare il volume del chiacchiericcio mentale così da entrare in uno spazio di silenzio interiore, in cui è possibile percepire la realtà in maniera diversa, più ampia

Esistono decine, centinaia di tecniche diverse per meditare, e a differenza che in passato, dove ciascuna di esse rimaneva confinata nella sua specifica tradizione o scuola, il nostro mondo sempre più multiculturale le rende disponibili a tutti, così che ognuno possa provarle e poi scegliere quella che gli è più congeniale (cfr. E. Cheli, 2001b). Tali tecniche, per quanto rivolte ai mondi interiori, presentano una loro "oggettività", in quanto basate non sulla accettazione dogmatica ma sulla sperimentazione: dunque costituiscono una metodologia di ricerca (interiore) più che una dottrina e quindi la loro effettiva efficacia può essere oggetto di indagine scientifica.

Pur non essendo la meditazione un fenomeno dei più studiati, per quella diffusa diffidenza o disinteresse degli scienziati per tutto ciò che sconfina nel paranormale o nello spirituale, vi sono alcune interessanti ricerche neurofisiologiche condotte tramite elettroencefalogramma che confermano l'effettiva influenza della meditazione sui processi cerebrali. Fin dagli anni '70 si è visto che l'attività elettrica del cervello si modifica sensibilmente praticando la meditazione: in particolare, aumenta l'intensità delle onde alfa, a un livello che si riscontra normalmente solo durante il sonno. Non solo, ma ancora più importante, durante la meditazione avviene una sincronizzazione della attività dei due emisferi cerebrali. La figura 8 mostra il tracciato elettroencefalografico elaborato al computer di un soggetto con forte prevalenza dell'emisfero sinistro (quello razionale). Con la meditazione invece i due emisferi si bilanciano e iniziano a emettere onde sincrone (vedi fig. 9 — entrambe le foto sono state fornite dal centro Cyber - ricerche olistiche di Milano e Bagni di Lucca, diretto dal dr. N. F. Montecucco, all'avanguardia in Italia in questo genere di studi).

 

Figura 8 - Tracciato elettroencefalografico di un soggetto con forte prevalenza dell'emisfero sinistro (quello razionale).

Figura 9 - Tracciato di una persona in meditazione: emisferi perfettamente bilanciati.

 

Normalmente, uno dei due emisferi cerebrali è dominante sull'altro, così che è attiva solo una delle due diverse modalità conoscitive a nostra disposizione: può essere quella logico-analitica o quella analogico-sintetica, ma è comunque una sola; il raggiungimento di uno stato di elevata sincronizzazione tra i due emisferi indicherebbe invece una situazione diversa in cui si passa dalla unilateralità (predominanza dell'emisfero destro o di quello sinistro) alla bilateralità simultanea (equilibrio tra destro e sinistro, tra analisi e sintesi), vale a dire ad una armonizzazione delle due modalità, che rappresenta un prodotto di ordine superiore, dunque una nuova modalità conoscitiva, forse la porta d’accesso per quella terza modalità da noi ipotizzata.

Ovviamente, siamo consapevoli che i dati e le argomentazioni illustrate non sono sufficienti a dimostrare compiutamente l'ipotesi, ma non si può negare che le conferiscano, quanto meno, una certa verosimiglianza, tale da promuovere ulteriori consistenti approfondimenti.

Oltre all'immenso patrimonio orientale, possiamo anche attingere proficuamente ad alcune branche della psicologia occidentale, quali la psicosintesi di R. Assagioli, la psicologia umanistica di A. Maslow, il gestaltismo di F. Pearls, la psicologia analitica di C. G. Jung, la bioenergetica di W. Reich e A. Lowen, i lavori di A. Koestler e di vari altri autori (vedi bibliografia). Non intendo in questa sede soffermarmi sui loro contenuti, ma solo evidenziarne la presenza, sottolineando che non è un caso che di tutto il vasto ambito della scienza e della cultura occidentale solo nella psicologia si possa trovare qualche contributo utile allo sviluppo della metà in ombra della mente umana. E non certo in tutta la psicologia, ma solo in quella che, da Freud in poi, si è dedicata ad evidenziare l'esistenza e l'importanza dell'inconscio e a portare alla luce le sue tematiche nascoste.

Inoltre dobbiamo anche ricordarci che l'oriente non è migliore in assoluto dell'occidente, e, se è più ricco in certi settori, come il misticismo e lo studio della coscienza, lo è meno in altri, in primis l'approccio scientifico-tecnologico; ed allora perché non unire i due campi, misticismo orientale con approccio scientifico occidentale (quest'ultimo opportunamente riveduto e corretto, anche alla luce di quanto sostenuto nella introduzione e al cap. I)? Già altri autori si sono pronunciati a favore di questa idea e esistono interessanti contributi che mostrano la percorribilità di tale via; tra i più interessanti, quelli di S. Grof, C. Tart, K. Wilber, P. Weil, tanto per fare solo alcuni nomi (v. bibliografia). I suddetti autori rappresentano le avanguardie di una nuova branca della psicologia che si definisce psicologia transpersonale; il suo campo di studio è la coscienza e in particolare gli stati di coscienza superiori, quelli che in oriente vengono definiti come Illuminazione, Satori, Samadhi, Nirvana e che in occidente sono descritti da termini quali: esperienze oceaniche (Freud), Peak Esperiences (Maslow), estasi mistica e via dicendo. Il presupposto della psicologia transpersonale è che oltre all'inconscio classico freudiano, sede della personalità, dei condizionamenti e pregiudizi mentali e dei blocchi emozionali esista anche un superconscio, o sé superiore, in cui risiede il nucleo più elevato e saggio dell'essere, che, libero dai confini della personalità individuale (da qui il termine transpersonale), può entrare in contatto con l'inconscio collettivo e finanche fondersi con l'intero cosmo (qualcosa di assai vicino alle esperienze narrate dai mistici di ogni religione e di quello che abbiamo ipotizzato come terza modalità di conoscenza).

 

 Figura 10 - Modello dei livelli di coscienza

 

Uno degli obiettivi principali della psicologia transpersonale è di studiare con opportune metodologie e adeguata apertura mentale le antiche tecniche orientali di meditazione, contemplazione, koan e simili, così da pervenire ad una comprensione più vasta del loro funzionamento, depurarle dal substrato mitologico e dal connesso linguaggio simbolico e trarne infine metodiche al passo con i tempi e adatte alla mentalità occidentale. Con tali presupposti, aggiungo io, tali tecniche potrebbero essere introdotte anche nei sistemi educativi, favorendo quella rivalutazione della mente analogico-sintetica e quella armonizzazione tra le due menti necessaria al raggiungimento della nuova mente. Se finora la scuola ha addestrato all'uso delle facoltà logico-analitiche, non si vede perché non possa — in linea di principio — addestrare anche all'uso delle facoltà analogico-sintetiche, come del resto già in parte viene fatto in alcune scuole, ad esempio quelle che seguono il metodo Montessori, il metodo steineriano e altri ancora. Negli ultimi decenni sono state condotte in scuole di vari paesi occidentali numerose esperienze e progetti pilota imperniati su attività quali: l’educazione affettivo-emotiva; la psicomotricità; l’educazione comunicativo-relazionale; l’affinamento della consapevolezza e conoscenza di se, e tutte hanno confermato la percorribilità di tale strada e la notevole ricaduta educativa sia sugli studenti che sugli insegnanti. Parallelamente tali attività stanno entrando sempre più anche nella educazione permanente dei soggetti adulti, come dimostra il crescente numero di persone che in tutto l’occidente si dedica — di propria iniziativa e a proprie spese — alle più diverse pratiche di autoconsapevolezza, empowerment e sviluppo del potenziale umano.

Dunque quello che possiamo fare per favorire un armonico sviluppo delle due metà della mente umana è dare maggiore impulso a questo cambiamento culturale spontaneo, ampliando e armonizzando i programmi scolastici ed universitari. Ciò non soltanto rivedendone i contenuti ma modificando a fondo anche il metodo educativo. Lo scopo non deve essere solo quello di sostituire il vecchio bagaglio culturale con uno nuovo, ma di far crescere il possessore stesso di tale bagaglio — l'individuo — col risultato di formare una nuova mente, una nuova coscienza e pertanto un uomo che sia nuovo in profondità e non solo in superficie, come ho più estesamente sostenuto in miei precedenti lavori (cfr. E. Cheli, 2001)

 

6. Conciliare riduzionismo e olismo

Al termine del paragrafo precedente abbiamo visto che per poter utilizzare più pienamente entrambe le modalità conoscitive di cui l'essere umano dispone, e poi eventualmente integrarle, è necessario partire da una rivalutazione della modalità in ombra, vale a dire, per l'occidente, quella analogico-sintetica. Si è anche osservato che tale rivalutazione è già in corso da alcuni decenni e investe molteplici ambiti della cultura occidentale, dalla scienza alla spiritualità, dai valori alla politica, seppure in modo ancora minoritario e spesso underground. Nell'ambito della scienza, che più ci interessa in questa sede, tale processo si manifesta come critica al meccanicismo-riduzionismo e come proposta di paradigmi alternativi, improntati su una visione olistica e interdipendente della realtà, come nel caso del modello sistemico-cibernetico (vedi --). Tra le critiche sollevate nei confronti di tali modelli, le principali riguardano la loro difficile o impossibile traduzione in termini operativi di ricerca sperimentale, vuoi di laboratorio, vuoi sul campo. Le variabili in gioco sono troppe e per di più molte sono di difficile o impossibile operazionalizzazione. In effetti non esistono, al momento, metodi operativi né strumenti di indagine atti a tradurre le ipotesi olistiche in disegni di ricerca concretamente realizzabili, e quindi manca quella che per la scienza moderna è il requisito primo di scientificità: la possibilità di verificare empiricamente le ipotesi all'interno di protocolli replicabili. I metodi, gli strumenti, i procedimenti statistici attualmente disponibili sono tutti derivati dall'assunto riduzionista e dal modello di causalità lineare meccanicista; anche quelli più sofisticati, che prendono in considerazione l'interrelazione tra gruppi di variabili, (analisi multivariata, clusterizzazione, analisi fattoriale, etc.) si muovono sempre all'interno di una logica lineare, e pur tentando di simulare lo stato di interdipendenza a causalità circolare, operano sempre con procedimenti di chiara marca riduzionista: è un po' come tentare di misurare una circonferenza con un righello rigido; per quanto piccolo sia tale righello, per quante misurazioni si facciano, quello che avremo non sarà mai una circonferenza ma un poligono, seppure con lati molto piccoli da assomigliare ad una circonferenza.

Dobbiamo tenere presente che i metodi e gli strumenti lineari del riduzionismo-meccanicismo sono il frutto di 4 secoli di ricerca, di sperimentazione, di affinamento; il modello olistico-sistemico è invece relativamente recente ed è ovvio che non si può pretendere da esso lo stesso grado di elaborazione metodologica del paradigma dominante. Abbiamo visto, nei paragrafi precedenti, che la scienza della separazione si è sviluppata anche grazie ad un affilato metodo analitico, mentre non esiste niente di simile a disposizione della "scienza dell'unione": non solo essa non ha avuto un equivalente di Cartesio, né un "metodo sintetico" sviluppato quanto il metodo analitico, ma addirittura non si dovrebbe, a rigore, neppure parlare (ancora) di scienza dell'unione, dato il suo ridotto grado di sviluppo. E' solo da pochi decenni che alcuni gruppi di studiosi si stanno dedicando ad affinare ed esplorare detto versante, tra le mille difficoltà del pionierismo e dell'ostilità o indifferenza del resto della comunità scientifica (con conseguente ristrettezza di fondi e di opportunità di ricerca).

Ma la questione è più complessa e non si riduce ad un fatto di età.

Dobbiamo considerare infatti che la visione sintetica, unitaria della realtà è qualitativamente diversa dalla visione analitica, dualistica, tipica della scienza come noi la conosciamo e quindi chiedergli di procedere mediante l'operazionalizzazione delle variabili non ha senso, significa continuare a vedere le cose attraverso gli occhiali del metodo analitico.

Pretendere dal paradigma olistico metodi simili a quelli del paradigma riduzionista è un po' come pretendere che una donna veda la realtà come un uomo o che un'artista ragioni come un matematico. D'altra parte, se accettiamo che il metodo sintetico rappresenti in un certo senso l'aspetto femminile della conoscenza, l'emisfero cerebrale destro, non c'è da meravigliarsi che nella nostra cultura, profondamente maschilista, sia prevalsa una scienza analitico-riduzionista. Oggi tuttavia è sempre più evidente che non ha senso stabilire chi sia migliore tra l'uomo e la donna, chi debba dominare e chi essere dominato; non si tratta di assumere una logica conflittuale di esclusione del tipo "o l'uno o l'altro" ma di riconoscere che entrambi sono necessari e meritano pari dignità, mentre le rispettive differenze non vanno viste come conflittuali ma complementari.

Se trasponiamo questa concezione dall'ambito dei rapporti uomo-donna a quelli tra metodo analitico e metodo sintetico possiamo considerarli non più conflittuali ma anzi complementari: due punti di vista diversi sulla realtà ed entrambe necessari, che possono e debbono collaborare e integrarsi. Ovviamente, è indispensabile rispettare le peculiarità di ognuno, senza pretendere di scimmiottare malamente l'altro; piuttosto, è indispensabile migliorare la comunicazione tra i due metodi e i rispettivi sostenitori, così da addivenire ad una comprensione reciproca dei due punti di vista.

Rispettare le peculiarità dell'approccio basato sulla sintesi e l'unione significa entrare in un campo del tutto nuovo per la scienza, anzi, un campo che la scienza dominante ha sempre denigrato come irrazionale. Infatti, se accettiamo l'ipotesi sostenuta in questo saggio che la visione unitaria sia una funzione dell'emisfero cerebrale destro, del lato cosiddetto "femminile" della conoscenza, allora dobbiamo prendere atto che detta visione è inevitabilmente irrazionale. Il punto è: l'irrazionalità è davvero qualcosa di negativo e di nessuna utilità, o piuttosto è stato connotato in tal senso da una scienza "di parte", che in quanto maschilista e basata sulla sola razionalità giudicava negativamente il diverso per il solo fatto di essere diverso, senza realmente preoccuparsi se dietro a tale differenza non vi fossero aspetti positivi ed utili, seppur di difficile comprensione da parte della mentalità razionalistica?

Le peculiarità dell'approccio olistico risiedono inevitabilmente anche nella sfera definita dell'irrazionale, ma possiamo rietichettare tale sfera in modo più neutrale e meno denigratorio come sfera di una "ragione di altro tipo", basata su processi e linguaggi diversi ma non per questo indegni di considerazione: l'analogia, l'intuizione, l'appercezione, il simbolismo. In tale sfera la conoscenza non opera attraverso la separazione, bensì mediante l'unione, cioè il cogliere i collegamenti tra i soggetti-oggetti, evidenziare le analogie, gli isomorfismi presenti sui vari piani. Ne consegue che l'approccio quantitativo — determinante nella conoscenza per separazione in quanto permette di misurare i gradi di differenza — viene sostituito nell'approccio olistico dall'approccio qualitativo, più appropriato ad individuare similitudini e analogie, basilari nella conoscenza per sintesi o collegamento.

Un altra peculiarità dell'approccio olistico riguarda le procedure interne di collegamento e di elaborazione: nell'approccio analitico tali procedure seguono i principi della logica, attraverso i quali si deducono le possibili implicazioni delle ipotesi e degli assunti di base. Nell'approccio olistico invece i principi sono essenzialmente analogici (isomorfici) e la deduzione è sostituita dalla intuizione.

Una ulteriore importante peculiarità riguarda il linguaggio, che nell'approccio analitico-riduzionista è quello quantitativo della matematica, mentre nell'approccio sintetico-olistico è quello qualitativo del simbolismo, della metafora, dell'arte.

Solo accettando queste peculiarità (ed altre minori, che qui non elenco) sarà possibile sviluppare un metodo olistico operativo che abbia validità scientifica. Ma attenzione! Anche il concetto di "validità scientifica" andrà ridefinito e non si dovrà basare più solo sugli assunti e gli standard della scienza sinora dominante.

Non dobbiamo chiedere all'approccio sintetico-olistico di essere ciò che non è, seguendo le orme dell'approccio analitico-riduzionista, come pretendono gli scienziati ortodossi. E neppure fare l'errore opposto, di chiedere all'approccio analitico di snaturarsi e rinnegare le sue valide e importanti acquisizioni, come certi sostenitori di un malinteso olismo vorrebbero. Cerchiamo piuttosto di accettarli entrambi come punti di vista relativi sulla realtà: se la natura, l'evoluzione (o Dio, se si preferisce) ci ha dato entrambe le possibilità di conoscenza — quella per separazione e quella per unione — significa che entrambe sono necessarie e utili, e allora usciamo una buona volta dalla idea dualistica del conflitto e accettiamole entrambi come elementi complementari indispensabili per una visione corretta ed equilibrata della realtà.

 Così come due occhi vedono meglio di uno, due punti di vista comprendono meglio di uno, qualunque esso sia.

 Quest'ultima affermazione è così ovvia che quasi mi sorprende che non sia stata colta prima: se non lo è stata è certo a causa dei rigidi pregiudizi culturali esaminati in precedenza, tra cui il predominio dell'uomo sulla donna e più in generale l'idea stessa che tra due posizioni o punti di vista o soggetti diversi debba esserci un conflitto alla fine del quale debba prevalere l'uno o l'altro. Il fatto che negli ultimi trenta-quarant'anni tali pregiudizi siano stati messi profondamente in discussione ha permesso di sollevare un po' il velo di opacità che ci impedisce di cogliere l'ovvio e così possiamo aprirci a ipotesi nuove.

 

5. Conclusioni

Come si è altrove sottolineato (vedi --), la scienza è tutt'altro che esente da pregiudizi e al di sopra delle parti: anche lo scienziato vede il mondo attraverso determinate lenti, anche lui percepisce mediante mappe cognitive e schemi: quelli della propria disciplina (che sono tutt'altro che definitivi e infallibili) e quelli suoi personali (poiché prima di essere scienziato, è anch'egli un uomo sociale, che porta in sé, nel bene e nel male, i frutti del processo di socializzazione/inculturazione e dunque risente dei condizionamenti socioculturali tipici del proprio ambiente culturale e della propria condizione sociale). E siccome la conoscenza della realtà non può prescindere dall'osservatore, la scienza "rimanda non soltanto alla realtà fisica in ciò che ha di irriducibile alla mente umana, ma anche alle strutture di questa mente umana, agli interessi selettivi dell'osservatore/soggetto, e al contesto sociale e culturale della conoscenza scientifica" (Morin, 1983: 181). Non è quindi ulteriormente pensabile una evoluzione scientifica che trascuri l'importanza della mente umana, nelle sue caratteristiche neurofisiologiche di base (l'hardware) e nella sua programmazione socialmente e culturalmente influenzata, (il software).

Il compito del nuovo paradigma olistico non potrà dunque limitarsi ad integrare frammentazione e globalità, visione settoriale, analitica e visione d'assieme, sistemica; esso dovrà anche superare l'impostazione rigidamente materialistica del meccanicismo, e prendere in considerazione dimensioni "immateriali" ma tutt'altro che irreali, da quelle psicologiche a quelle sociali, culturali e bio-energetiche. Il mondo pieno, sostanziale, della scienza oggettiva e positiva si trasforma, alla luce dei nuovi contributi, in una sottile e immateriale rete di relazioni, in cui lo scambio di informazione — e non più l'interazione meccanica tra corpi — assume rilevanza centrale. Ne consegue, dunque, che andrà ridimensionato il rapporto esistente tra scienze fisiche e scienze dell'uomo: se finora le teorie sulla materia e sul suo comportamento (meccanica) hanno fatto da modello di riferimento per le teorie sull'uomo e il suo agire (emblematico, a riguardo, il behaviorismo in psicologia) nella nuova prospettiva appare sempre più significativo l'apporto che le teorie sulla percezione, la conoscenza e la comunicazione umana possono fornire alla scienza nel suo complesso.

Concludiamo con l'auspicio che si sviluppi un sempre più stretto dialogo tra studiosi dei diversi campi disciplinari, caratterizzato da una sincera volontà di comprendere altri punti di vista e non di denigrarli o sottometterli: quanto più si conosce e si accetta "l'altro da sé", tanto più diminuisce la diffidenza e la paura e cresce la facilità ed il piacere di collaborare con esso, in una relazione caratterizzata da pari dignità e da una collaborazione che scaturisce proprio dalle differenze, viste non più come antagoniste ma complementari. Solo così, a mio avviso, si potrà pervenire ad una visione realmente nuova della realtà, ad un nuovo e più esauriente paradigma che renda conto sia della dimensione oggettuale, sia della dimensione processuale della realtà.

 

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